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Massimo Gandolfini (Family Day) condannato per diffamazione ad Arcigay

Immagine di copertina
Massimo Gandolfini, leader del Family Day. Credit:ANDREAS SOLARO / AFP

Gandolfini condannato diffamazione – Massimo Gandolfini, organizzatore del Family Day, è stato condannato per diffamazione nei confronti dell’Arcigay per aver sostenuto che l’associazione  considera la pedofilia una identità di genere.

La sentenza è stata emessa ieri, lunedì 10 giugno 2019, dal Tribunale di Verona. Gandolfini è stato condannato a quattro mesi di reclusione, convertiti in una sanzione pecuniaria da 30mila euro e a una provvisionale di 7mila euro per Arcigay e 3mila euro per l’allora presidente, Flavio Romani, oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno.

Le frasi incriminate risalgono al 2015, quando, come spiega in una nota l’associazione parte lesa, “durante un intervento pubblico Gandolfini sostenne che tra le 58 identità di genere approvate da Arcigay e tra cui era possibile optare su Facebook per connotare il proprio profilo, vi fosse anche la pedofilia”.

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Gandolfini condannato diffamazione –  Gabriele Piazzoni, segretario generale Arcigay, ha commentato la condanna di Gandolfini con soddisfazione, mettendola in relazione con un’altra sentenza di condanna per diffamazione, emessa nelle scorse settimane a carico del senatore della Lega Simone Pillon [qui la notizia].

“Ancora una volta un esponente del mondo ultraconservatore viene condannato per la sua condotta nei confronti delle persone e delle associazioni Lgbti”, ha osservato Piazzoni.

Il senatore leghista Pillon condannato per aver diffamato un’associazione Lgbt

“Questa condanna ci dice molto sulla modalità che i patron del Family Day usano per affermare le proprie idee, cioè la diffamazione. Con molta soddisfazione oggi diciamo nuovamente che giustizia è fatta e che continueremo a difendere in ogni sede la dignità e l’onorabilità delle persone lgbti. Un ringraziamento sentito all’avvocata Rita Nanetti, che con grande competenza ci ha assistiti in questa vicenda”.

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