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Il migrante annegato con la figlia nel Rio Grande ci insegna che muri e porti chiusi uccidono

Di Charlotte Matteini
Pubblicato il 27 Giu. 2019 alle 16:56 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:33
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Immagine di copertina
Illustrazione di Gianluca Costantini

Foto migranti Messico – Che cosa succede quando un governo cerca di contrastare in ogni modo l’immigrazione, costruendo muri, chiudendo i porti e non occupandosi di costituire dei corridoi umanitari che permettano a chi scappa da guerre, carestie o persecuzioni di approdare altrove alla ricerca di opportunità per una vita migliore?

A questa domanda è possibile rispondere in molti modi, sceglierò il più cruento: quando i governi si adoperano per contrastare il fenomeno dell’immigrazione succede che le persone – che di certo non smettono di migrare e scappare – cercano di attraversare i confini illegalmente, mettendo a rischio la propria vita e talvolta perdendola.

Uno scenario troppo cruento? Purtroppo la realtà dei fatti lo è spesso e certe volte ci sbatte in faccia i suoi lati peggiori, quelli frequentemente ignorati per convenienza politica o malafede.

A raccontarci l’esistenza di questo orribile scenario questa volta è una banale e semplice fotografia, una fotografia che sta creando scalpore nel mondo e smuovendo le coscienze di chi una coscienza ce l’ha.

Un padre e la figlioletta di due anni ritratti ormai esanimi con la faccia all’ingiù, immersa nel Rio Grande. Quel Rio Grande che hanno cercato di attraversare a piedi per arrivare illegalmente in Texas non ha lasciato loro scampo, in quel tratto del Rio Grande hanno trovato la morte, il percorso per un’opportunità di vita migliore si è interrotto nel peggiore dei modi.

“Cercavano la felicità”: chi erano il papà e la bambina annegati al confine tra Messico e Stati Uniti

Guardate questa foto e abbiate il coraggio di denunciare il cattivismo di chi alza i muri (di Luca Telese)

Foto migranti Messico – Purtroppo è così, la realtà ci racconta che le persone più sfortunate – quelle nate povere, senza prospettive, con i passaporti sbagliati, in Paesi del Mondo che non rispettano i diritti umani e che perseguitano e discriminano i cittadini – non si fermano davanti al muro di Donald Trump o alle leggi salviniane che chiudono i porti.

La fame di una vita migliore fa questo, ti spinge a osare, a essere coraggioso, ad attraversare luoghi improbi e improbabili in ogni modo, a camminare per settimane e settimane sotto il sole cocente del deserto rischiando la vita molteplici volte nel tentativo di salvarsela, quella vita, che sarebbe comunque a serio rischio non partendo verso lidi più fortunati.

La cruda realtà ci racconta che le leggi non riusciranno mai a bloccare l’istinto di sopravvivenza che spinge i migranti a fuggire in Paesi migliori, persone che quando partono mettono in conto l’ipotesi morte, una morte che non resterebbe meramente ipotesi se restassero “a casa loro”.

Come si sta “a casa loro”? Come si vive “a casa loro”? Cosa c’è “a casa loro” di così orribile da spingerli a migrare in massa e ad affrontare qualsivoglia tipo di pericolo?

C’è la morte che aleggia ogni minuto in ogni luogo, c’è una quotidiana realtà fatta di torture e persecuzioni razziali, religiose, politiche, realtà così orribili che i fan dei “porti chiusi”, dei muri e del sovranismo non immaginano neanche, perché se riuscissero a farlo molto probabilmente parlerebbero, agirebbero e la penserebbero in maniera diametralmente opposta.

Ma si sa, è difficile immedesimarsi nelle assurde e improbabili vite di chi fugge a rotta di collo quando si ha avuto la fortuna di nascere dalla parte più fortunata e agiata del Mondo. E in tanti non ci riescono, purtroppo.

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