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La vera storia di Feltrinelli

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«Nell’agosto del ’67 la polizia boliviana arresta Feltrinelli, Saragat ne chiede il rimpatrio, e una protesta si solleva tra tutti i governi sudamericani. Ma non solo. L’ira delle Nunziature Apostoliche arriva fino a Roma, probabilmente direttamente dentro le stanze del Vaticano: “Con chi siete amici? Quello – Feltrinelli – va con i guerriglieri”. Sarà in quel momento che il Vaticano imporrà all’editore la vendita di Banca Unione, assicurandogli che Michele Sindona lo avrebbe ben retribuito. Da quel momento l’ex banca Feltrinelli, e il sistema di protezione attorno all’istituto bancario e a Feltrinelli stesso, svanisce: non è più socio del Vaticano. Siamo alla fine degli anni Sessanta, e gli eventi della vita di Feltrinelli prenderanno una china inarrestabile». A raccontarlo è lo storico Aldo Giannulli, che ripercorre quelle che furono le conseguenze politiche ed economiche dell’agire di una delle figure più controverse, affascinanti e a tratti oscure del ’900 italiano, Giangiacomo Feltrinelli. Ed è solo un piccolo estratto tratto da Untold, il libro inchiesta del giornalista Ferruccio Pinotti. La morte di Giangiacomo Feltrinelli è un racconto che attraversa mezzo secolo. Mossad, Kgb, Cia, Uar, Sid… Pinotti raccoglie documenti inediti, mai pubblicati, dei servizi segreti di mezzo mondo che indagarono sul Che Guevara italiano. A 50 anni dalla sua morte, una ricostruzione senza precedenti – con interviste inedite e confessioni – restituisce lo spessore umano e intellettuale del più grande e influente editore del 900: il rivoluzionario, il sovversivo.

La censura

Questa storia ha però una piccola sottotrama decisamente meno importante del Feltrinelli internazionale, ma per nulla superflua. Da un certo punto di vista non se ne può prescindere, e non per le vicende che questo libro racconta, la vita di Giangiacomo, ma per quello che il libro stesso si porta dietro da oltre dieci anni. Questo volume “non sarebbe dovuto uscire”, scrive il suo autore e giornalista del Corriere della Sera. E ciò è stato chiaro fin dall’inizio. Tutto inizia con la telefonata di una importante agente letteraria italiana ad una piccola, per quanto ambiziosa e combattiva, casa editrice. La proposta di pubblicazione è per un libro complesso, di un autore autorevole, uno di quelli in cima alle classifiche di vendita italiane, e con la faccia sulla pila di libri all’ingresso di qualunque grande libreria. Ma in casa editrice non sono certo ingenui, ovviamente qualcosa non torna. Questa storia parte da lì, da quella telefonata dell’estate 2021. E torna indietro nel tempo, senza interrompersi sotto ad un traliccio di Segrate, nel 1972, ma continuando a ritroso fino al 1964. Le motivazioni per l’arrivo di questo manoscritto che racchiude oltre 10 anni di lavoro, non pubblicato da una grande casa editrice, a cominciare da quella che “naturalmente” avrebbe potuto (o forse dovuto?) pubblicarlo è spiegato molto bene dall’autore nella sua lunga introduzione in cui prova a ricostruire il suo lavoro di indagine e che lasciamo al libero giudizio dei lettori e dei molti personaggi che di questa storia fanno parte. Chi era davvero Giangiacomo Feltrinelli, il giovane rivoluzionario figlio di uno degli uomini più ricchi al mondo e fondatore dell’omonima casa editrice è una risposta molto complessa che Pinotti, con la collaborazione di Roberto Valtolina, raccoglie in oltre 800 pagine.

Il rivoluzionario

«Sì, lui voleva portare dei fondi a Che Guevara. Aveva fatto arrivare dei soldi da New York presso la Banca nazionale boliviana. I funzionari dell’istituto hanno subito avvisato i servizi segreti, perché si trattava di una somma importante. Aveva anche affittato un aereo per andare nella selva, dove si trovava il Che». A raccontarlo è Sibilla Melega, la sua ex moglie, mentre ricorda di essere stata lei stessa interrogata da un agente della Cia. Sono centinaia i rapporti di agenti dei servizi segreti di diverse nazioni del mondo che parlano di Feltrinelli e del suo impegno e vicinanza al terrorismo internazionale. Un uomo colto, in grado di parlare correntemente cinque lingue e con disponibilità economiche sostanzialmente illimitate. L’immaginario romantico della rivoluzione cubana è uno degli aspetti che rende Feltrinelli un personaggio fuori dagli schemi. Per alcuni è l’uomo da temere, per altri da ammirare e da seguire. La galassia attorno alla quale orbita passa dal grande mondo della letteratura mondiale fino al terrorismo internazionale, ai capi di Stato e, non in ultimo, i servizi segreti.

Siamo nel 1969, è il 12 dicembre quando una bomba esplode a Milano nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura. L’Italia è sconvolta e spaventata, i Servizi italiani si attivano per capire chi siano gli autori. Feltrinelli in quei giorni non si trova, è sparito da Milano una settimana prima della strage. «Quando ci fu l’attentato di piazza Fontana – continua Sibilla – eravamo qui a Oberhof, erano i giorni prima del Natale e Giangiacomo mi disse: “Questo è il Reichstag italiano”. Subito i giornali della sera lo chiamarono in ballo e lui disse: “Devo tornare a Milano”», ma la sua intenzione non era chiarire la sua posizione, ma sparire, lasciando aperti molti interrogativi. «È andato underground», dice l’ex moglie di Feltrinelli al giornalista, «questo è stato l’inizio della fine».

Secondo lo storico Giorgio Marenghi, «l’editore fu sempre destinatario delle “attenzioni” dei servizi segreti… L’amicizia con Castro, l’operazione di “esfiltrazione” dal territorio sovietico del romanzo manoscritto di Pasternak, Il dottor Živago, in combutta con la rete dell’ex generale nazista Gehlen, capo dei servizi segreti tedesco-occidentali (Bnd), fa capire che gli interessi politici su Feltrinelli, tipici di una stagione come la Guerra fredda, erano molteplici. Con questo background alle spalle, cosa doveva fare Feltrinelli, se non immergersi in una provvisoria “irreperibilità”?». Ma è lo stesso Feltrinelli ad aver goduto della protezione di alcuni settori di numerosi Servizi. Così come per il Pci, ufficialmente suo nemico, ma sempre attento protettore; e come per la rete tedesca occidentale che puntava al dissenso nell’Europa Orientale e che vedeva nel filocastrista Feltrinelli un “guastatore” di qualità.

Quello che accadde dopo, per molti versi è un mistero. Indagini della magistratura sono riuscite a dare alcune verità giudiziarie, rimanendo nebulose molte delle vicende che seguirono quella strage. Tra le dichiarazioni raccolte dall’autore, una in particolare mette in connessione uno dei protagonisti di quelle ore convulse, il commissario Luigi Calabresi, proprio con GGF. Secondo Oreste Scalzone, fondatore di Potere Operaio, «Feltrinelli aveva Calabresi nel mirino da tempo, da un tempo insospettabile, e non c’entrava l’assassinio di Pinelli», ipotizzando che, dell’omicidio del poliziotto, l’editore potesse essere stato addirittura il mandante. Non bisogna sottovalutare la capacità economica di GGF, che per quei tempi era smisurata. Figlio di Carlo, un uomo che secondo il New York Times era tra i più ricchi al mondo già all’inizio del 900, dopo la sua morte il giovane Giangiacomo si troverà seduto su una miniera d’oro che lo ha reso in grado di muoversi in tutti i contesti sociali e politici, riuscendo anche a sovvenzionare apparati che portassero avanti le sue idee con azioni che passavano dalla propaganda al sabotaggio fino al finanziamento diretto della lotta armata. Il contesto internazionale dentro al quale si muoveva, non è però lontano da zone d’ombra mai chiarite che mettono assieme contesti solo all’apparenza diametralmente opposti. «(…) se il nemico c’è, cerco di abbattere il nemico con quelli che sono i suoi nemici. Il dialogo fra le estreme in chiave anti-Stato rientrava nelle aspirazioni nostre e anche nelle aspirazioni di qualcuno della cosiddetta estrema sinistra di allora. (…)». Sono parole di Franco Freda, il terrorista nero, che spiega con parole sue quella che in realtà fu l’indicazione di Valerio Junio Borghese, il principe nero: trovare un terreno comune contro il nemico comune, ossia lo Stato. Punti di congiunzione che vedrebbero convergere personaggi di estrema destra vicini allo stesso Freda, con una frangia terroristica riconducibile a Feltrinelli.

“Liberazione degli ultimi”

Amicizie, semplici contatti, o personaggi utili alla causa: non c’è ambiente in cui Feltrinelli non fosse in grado di entrare se utile a conseguire la “causa di liberazione degli ultimi”. E sulla sua buona fede, sullo spirito di servizio e abnegazione verso l’ideale socialista di giustizia sociale e uguaglianza, non c’è alcun dubbio. Tutto fa pensare che ci fosse un piano complessivo, ragionato e ben sovvenzionato, che potesse portare ad una vera rivoluzione. Una guerra di liberazione in senso castrista era quella che l’editore ipotizzava per la Sardegna? Per questo progetto ebbe diversi contatti con Graziano Mesina, ai quali partecipò personalmente sua moglie Sibilla, che lo ricorda e lo racconta. L’impegno di Feltrinelli in vista di un’alleanza con un uomo a lui molto distante antropologicamente come il bandito Graziano Mesina è forse la prova di come la convergenza di alcuni obiettivi, anche non squisitamente politici, potesse essere parte della strategia. Ed è rispetto a questa valutazione che Pinotti mette in risalto la figura di GGF, non come un ingenuo e ricco avventuriero romantico, ma un uomo con una visione e uno spessore umano e politico con pochi eguali. Una mente brillante che progetta e insegue un sogno di rivolta che arriva oltre i confini italiani, e ancora oltre quelli europei.

È nota l’amicizia di Giangiacomo con Ulrike Meinhof, che fu ospite a Milano in casa dell’editore. La Meinhof abbraccerà definitivamente la lotta armata nel 1968, ma resta qualche interrogativo su quale fosse il rapporto tra le nascenti Raf con Feltrinelli, ma non è in dubbio che ci fosse. Una ricostruzione viene fatta dallo studioso di storia contemporanea, Gianluca Falanga: «Feltrinelli si rese conto che la Raf (in una prima fase conosciuta come Banda Baader-Meinhof, poi Raf: Rote Armee Fraktion, ndr.) non avrebbe resistito all’offensiva degli “Apparati”, non avendo il radicamento socio-politico che le Br invece avevano. Calibrò la sua azione a favore della Raf tenendone conto, anche se dettagli e sfumature sono difficilissimi da restituire». Ovviamente, il contesto storico è fondamentale, e a Feltrinelli non sfuggono l’importanza geopolitica di Berlino ovest e la rilevanza strategica di alcune relazioni da mantenere, «L’opera di aggregazione dell’area rivoluzionaria in Germania e in Italia, che non sfuggì ai Servizi, avveniva con mezzi finanziari rilevantissimi per spingere verso la lotta armata secondo un progetto rivoluzionario unitario e sotto l’egida del “campo socialista”». L’elemento di congiunzione con il mondo dell’eversione tedesca era l’ingegner Wolfgang Mayer, con cui Feltrinelli entra in contatto a fine anni ’60. Mayer era una sorta di James Bond anarchico che per quattro anni tenne in scacco le polizie e i Servizi segreti d’Europa: ai primi posti tra i ricercati del Controspionaggio federale svizzero e italiano. Mayer contribuiva a mantenere vivi i contatti di Feltrinelli con il gruppo Baader-Meinhof, fungendo anche da ufficiale pagatore attraverso i conti svizzeri di Feltrinelli: gli atti giudiziari evidenziano molteplici trasferimenti di denaro a Mayer tramite i conti svizzeri dell’editore. L’ingegnere venne arrestato nel 1974, in Baviera. Esperto di esplosivi e di radiotrasmissioni, nella cascina in cui si trovava fu ritrovata una complessa apparecchiatura costruita da lui stesso in grado di far esplodere, premendo un solo bottone, più ordigni in città diverse. L’arresto di Mayer restituisce una connotazione precisa dell’ambiente dentro cui si muoveva e lavorava. Fu catturato proprio mentre faceva visita a Ingrid Siepmann, nata nel 1944 a Marienberg e che nel ’69 entra nella Raf assumendo posizioni sempre più filopalestinesi. Ingrid morirà in Libano nel 1982 per effetto di una bomba israeliana.

“Mi ucciderà il Mossad”

Sulla vicinanza di Feltrinelli al mondo della resistenza palestinese le testimonianze sono spesso contrastanti.

Le informazioni dai diversi servizi segreti che seguivano GGF accertano comunque l’interesse da parte dell’intelligence israeliana sull’editore. Ernesto Breguet – fratello di Bruno, arrestato e condannato per attività militanti filo-palestinesi e socio di Carlos “Lo sciacallo” oggi all’ergastolo in un carcere francese – rispetto ai rapporti tra Bruno e Giangiacomo ricorda: «Sì certo, mio fratello Bruno e Feltrinelli si conoscevano e si frequentavano, Feltrinelli era uno dei suoi punti di riferimento più importanti. L’occasione della conoscenza era nata dalla rivista Tricontinental (…) ai colloqui in carcere che ebbi con mio fratello presenziava un ufficiale ebreo, milanese (…)». Va ricordato che Bruno Breguet doveva compiere l’attentato alla Shalom Tower di Tel Aviv. Visto il contesto, è un dato oggettivo che ci fosse una conoscenza diretta e qualche rapporto tra Feltrinelli e l’Olp, e lo conferma anche l’ex console palestinese, Amin Nabulsi: «Penso che sicuramente Zwaiter e Feltrinelli si conoscessero. Avevano anche amicizie e conoscenze in comune come Moravia e Pasolini. Feltrinelli è stato il primo ad aver pubblicato un libro sul popolo palestinese». Dell’interesse del Mossad per Feltrinelli era convinto anche Gianadelio Maletti, l’ex generale e capo reparto del Sid (Servizi segreti italiani), che, alla domanda: “Possono essere stati loro a far esplodere Feltrinelli sotto il traliccio?”, risponde causticamente: «È un’ipotesi che tendo a condividere».

Circostanze e relazioni in un momento storico in cui la Guerra fredda e l’eterno conflitto medio-orientale sarebbero rientrati in una situazione geopolitica complessa.

L’ipotesi, tra le altre, per la quale la morte di Feltrinelli non fu figlia di un tragico errore ma di una scelta precisa ed un ordine diretto, è più che plausibile. Confermata dall’enorme mole di atti desecretati e testimonianze raccolte nella lunga inchiesta di Pinotti, che mette assieme anche documenti delle diverse agenzie e servizi segreti che seguivano GGF. E, non in ultimo, le bruciature riportate sul corpo dopo l’esplosione che devastano viso, busto e una gamba dell’editore, lasciando però illese le mani, come se una bomba gli fosse esplosa tra le gambe mentre le mani erano legate dietro la schiena. Forse è stato legato a quel traliccio in stato di incoscienza? Certo, una ricostruzione simile spiegherebbe anche il mistero della ferita alla testa, documentata nel volume con materiale fotografico, che pare in tutto e per tutto il risultato di un colpo inferto e comunque non compatibile in alcun modo con l’esplosione e con la posizione del corpo. La verità è che questo caso meriterebbe di essere riaperto.

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