Famiglia nel bosco, parla il padre: “I miei figli distrutti dall’ansia, sono diventati litigiosi”
Nathan Trevallion: "La nostra famiglia sta vivendo un trauma. Noi genitori non abbiamo fatto nulla di male. Siamo pronti a rispettare le regole di base stabilite per la protezione dei bambini"
“I miei figli sono distrutti dall’ansia e sono diventati litigiosi. Tutto ciò che vogliono è tornare a casa”. Lo dice Nathan Trevallion, il padre della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli, in un’intervista a La Stampa, la prima concessa da quando, lo scorso 20 novembre, il Tribunale dei Minori di L’Aquila ha disposto il trasferimento dei suoi tre figli in una struttura protetta di Vasto assieme alla madre.
Nell’ordinanza, i giudici hanno motivato il provvedimento con l’esigenza di “proteggere” i bambini “dalla vita di privazioni, materiali e di relazione” alla quale erano “costretti da genitori che avevano sposato in modo eccessivo la filosofia di vita dei neorurali”.
Da quel 20 novembre Trevallion, 51 anni, può vedere la sua famiglia per un’ora alla settimana. Nell’intervista a La Stampa, alla domanda se abbia notato qualcosa di diverso nel comportamento dei suoi figli rispetto alla vita precedente di Palmoli, risponde così: “Sì, la loro incapacità di concentrarsi. Sono in uno stato costante di agitazione e ansia. A volte litigano fra di loro, cosa che prima non facevano”.
“Sono spesso arrabbiati l’uno con l’altro – continua il padre – e, quando per me arriva il momento di andare via, cercano di fare qualcos’altro, come se volessero sfuggire a ciò che provano. In quei momenti avverto la grande tristezza che c’è in loro. È come se volessero dirmi di non capire perché il loro papà deve tornare a casa da solo e lasciarli lì”.
“Quando li lascio – aggiunge – uno di loro a volte rompe le cose che ama di più, litiga con i fratelli, anche con la sorella gemella a cui lui è molto legato. Lei invece piange e si arrabbia per ogni cosa quando vede il padre allontanarsi per tornare a casa. Poi c’è la più grande, 8 anni, che tende a contenere più degli altri la sua tristezza e la sua rabbia, ma inizia a mordersi le dita sino a farle diventare rosse”.
I figli, spiega l’uomo, gli chiedono sempre “quando potranno tornare a casa”. “È tutto ciò che vogliono”, dice: “Tornare a casa e vivere con i nostri animali, nella natura, rispettando le regole”.
“La nostra – afferma Trevallion – è una condizione di vita molto comune negli ambienti rurali, nella vita di tante famiglie e in ogni parte del mondo. Non siamo i soli, fortunatamente, ad avere sposato una certa filosofia di vita che rifiuta il consumo delle risorse della terra senza porsi mai delle domande su dove sta andando il mondo e cosa è più giusto fare per i propri figli”.
“Il sistema giudiziario – riflette – farà il suo lavoro e la verità verrà a galla. Noi genitori non abbiamo fatto nulla di male e speriamo di poter tornare a vivere felicemente con i nostri bambini, in piena armonia con la natura e la nostra libertà. Non chiediamo altro. E siamo pronti a rispettare le regole di base stabilite per la protezione dei bambini”.
“L’unico errore – conclude – che credo di aver commesso, assieme a Catherine (la madre, ndr), è quello di non aver compreso questo bellissimo Paese che è l’Italia, dove vogliamo vivere e crescere i nostri figli secondo i nostri ideali. Ma come famiglia, oggi, stiamo vivendo un trauma”.
Intanto, dallo scorso 5 gennaio la consulente del Tribunale dei Minori, la psicologa Simona Ceccoli, ha assunto l’incarico per svolgere l’indagine “personologica e psico-diagnostica” che dovrà stabilire se Trevallion e sua moglie Catherine Birmingham siano in grado di svolgere il ruolo di genitori. Il perito comincerà l’esame dal 23 gennaio, avviando un accertamento sulla coppia per verificare se “presenti caratteristiche psichiche idonee a incidere sull’esercizio della responsabilità genitoriale”. La relazione dovrà essere consegnata al Tribunale minorile aquilano entro 120 giorni.