Don Ciotti: “Una bestemmia chiedere a Dio di benedire i porti chiusi”

Di Davide Lorenzano
Pubblicato il 13 Lug. 2019 alle 16:54
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Don Luigi Ciotti. Credit: La Strada degli Scrittori

“C’è molto del Vangelo nella Costituzione quando stabilisce l’eguale dignità degli individui, il diritto di vivere in pace. Oggi però la nostra Costituzione è stata tradita: non si può prendere il Rosario in mano e chiedere a Dio di benedire i porti chiusi. È una bestemmia”. Durissime le parole del presidente di Libera, don Luigi Ciotti, ospite ieri a Castrofilippo, in provincia di Agrigento, di una manifestazione organizzata da “La Strada degli Scrittori”, associazione che raccorda i luoghi di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello e molti altri, con il coordinamento scientifico di Treccani Cultura

“Vediamo tanti alla celebrazione della domenica, poi scelgono di calpestare la libertà delle persone. Questo è l’atteggiamento della mafia che ha capovolto tutto, mettendo il padrino al posto del padre. È lo stesso. Sta avvenendo questo”, ha rimproverato don Ciotti commentando la politica in atto in materia di accoglienza dei migranti con il giornalista del Corriere della Sera Felice Cavallaro.

Presenti anche il sindaco Francesco Badalamenti, il questore di Agrigento Maria Rosa Iraci, il capo della sezione Gip/Gup del Tribunale di Agrigento Francesco Provenzano. “Cancelliamola questa parola, ‘antimafia’. Non può essere una carta d’identità da tirare fuori alla bisogna”, ha ammonito il fondatore di Libera. “E vi prego, evitiamo l’idolo, perché nel nostro Paese la parola ‘legalità’ è diventata un idolo: è la bandiera che tutti usano. Questa è il mezzo, ma il fine è la giustizia. Mentre in questi anni ci siamo riempiti la bocca di questa parola, nel nostro Paese è cresciuta la corruzione”.

Don Ciotti ha parlato proprio di fronte alla “Scala della Memoria”, adornata a tricolore con i nomi delle vittime innocenti della mafia, come l’appuntato dei carabinieri Salvatore Bartolotta, natìo di questo piccolo centro, chi componeva la scorta del giudice istruttore Rocco Chinnici insieme al maresciallo Mario Trapassi.

“Aveva ragione Giovanni Falcone, quando diceva che quella alla mafia è una lotta di legalità e di civiltà: ci siamo circondati della prima e ci siamo dimenticati della seconda, ci siamo dimenticati della civiltà”, ha contestato il sacerdote. Don Ciotti si è poi difeso dalle accuse di presunti contatti con l’ex presidente di Sicindustria Antonello Montante, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico, al centro del cosiddetto “Sistema Montante”: “Non ho preso biciclette, non ho fatto conferenze con questo signore, non ho chiesto soldi a nessuno”, ha ribadito con decisione il volto di Libera.

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