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Viaggio a Domusnovas, il paese sardo che sopravvive grazie alla fabbrica di bombe

Immagine di copertina
Credit: ANSA/ ROBERTO MURGIA

Nel sud della Sardegna la fabbrica di armamenti della Rwm mantiene oltre 200 famiglie. I pacifisti protestano per il business immorale. Ma dai residenti la prospettiva di una chiusura è vista un incubo: “Siamo contro la guerra, ma non vogliamo morire di fame”

La brughiera che si estende a perdita d’occhio fa pensare di viaggiare nel Connemara, ma due pecore che ti fissano e le note di Radio Arcobaleno, la voce del sud-ovest sardo, riportano alla realtà della regione più povera e arretrata d’Europa, il Sulcis. Quella in cui una persona su due non lavora e campa di assistenza pubblica, mentre gran parte di quelli che un’occupazione la hanno lavorano sottopagati o in nero. Qui, a Domusnovas, neppure 6mila anime, sorge la Rwm Italia, tra i più importanti produttori al mondo di munizionamento di caduta per aerei, sistemi di difesa subacquea, mine marine a influenza e cariche di controminamento, teste in guerra per missili e siluri. Dal 2010 è di proprietà di Rheinmetall Ag, un gruppo internazionale con circa 25mila dipendenti in tutto il mondo, quotata in Borsa e lì in grande ascesa da quando una nuova succulenta guerra è scoppiata in Europa. Negli anni Settanta si chiamava Sei (Sarda Esplosivi Industriali): l’azienda fu fondata a Ghedi, in provincia di Brescia, dove ancora esiste la casa madre, da un gruppo di industriali bresciani per produrre il tritolo utilizzato nell’industria estrattiva del Sulcis. Da quando le miniere sono state chiuse, anche la Sei ha cambiato rotta.

Oggi nello stabilimento di Domusnovas lavorano 220 persone (tutte sarde, per lo più del Sulcis e dell’Iglesiente), mentre 140 sono i lavoratori presso gli stabilimenti di Ghedi, tra cui circa una ventina di lavoratori provenienti dall’isola. Molti sono gli interinali, ma le commesse sono instabili e la fabbrica vive un periodo di tensione. Già nel 2019, ad iniziativa dei Cinque Stelle e dell’allora ministro dello Sviluppo Economico Di Maio, fu bloccata la cessione all’Arabia Saudita dei micidiali missili prodotti a Domusnovas che venivano largamente utilizzati nella guerra in Yemen. C’è una legge, infatti, la n. 185 del 1990, che regola il controllo e l’esportazione delle armi e che vieta di vendere armi a Paesi in guerra.

«Ma son tutte balle» dicono a TPI i dipendenti della Rwm di Domusnovas che hanno accettato di parlare con noi anonimamente. «Le armi vengono vendute tramite triangolazioni con Stati che non sono in guerra e che non hanno questo divieto ipocrita, tutto italiano». E le seccature sono aumentate qualche giorno fa, quando la Procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio per nove persone, vertici e dipendenti della Rwm e tecnici dei Comuni di Domusnovas ed Iglesias che si erano occupati dell’ampliamento della fabbrica, realizzato, secondo la Procura, illegittimamente.

Ma non sono certo le questioni urbanistiche e autorizzatorie il fulcro del dilemma cui è obiettivamente difficile dare una soluzione: è giusto produrre armi per dare posti di lavoro?

Pace militare e pace sociale

Sara, banconiera al centrale bar “The Island” neppure ne vuole sentire parlare: «La fabbrica dà lavoro ai nostri concittadini e a noi». E così Efisio Piras, artigiano del legno: «Noi siamo per la pace, ma non possiamo morire di fame per colpe di altri. Le bombe non scoppiano da sole».

Pochi i dubbi anche di Isangela Mascia, psicologa clinica 48enne, eletta appena quattro mesi fa sindaco del borgo sulcitano: «Se non le facessero qui le bombe, le farebbero altrove. Chiunque è contro la guerra, ma la Rheinmetall dà lavoro all’intero territorio, non solo a Domusnovas, ma anche a tutti i paesi del circondario. E noi non abbiamo altre attività, se non un po’ di artigianato e agricoltura, non a livello industriale. Piccole cose. Da quando la crisi delle industrie energivore di Portoscuso è precipitata, non c’è prospettiva e non c’è futuro. La popolazione cerca lavoro e mi chiedo come mai le proteste, pur legittime, di ambientalisti e pacifisti siano tutte qui. Come mai a Ghedi non succede mai nulla? Contro Beretta o Agusta (e cioè contro Leonardo) nessuno protesta, come mai?». La combattiva neosindaca rappresenta il sentimento dominante della popolazione. «Lei non troverà contrari alla Rwm tra i nostri cittadini. Pensi che all’ultimo sit-in organizzato dai soliti noti, sono andate solo una quarantina di persone e la stampa locale lo ha trascurato, anche perché alle 4 del pomeriggio tutti erano già andati a fare merenda. Noi speriamo che la fabbrica rimanga qui, che trasformi i contratti di lavoro attuali in contratti a tempo indeterminato e che assuma ancora. Non possiamo soccombere per l’ipocrisia delle anime belle che parlano al caldo dei loro salotti».

«Ma quali salotti? È una questione etica irrinunciabile», dice a TPI Angelo Cremone, portavoce del Movimento Sardegna Pulita e tra i più agguerriti nell’opposizione alla fabbrica. «Ci dicono che bisogna tenere aperto perché c’è fame. Ma rispondo che questo mi ricorda la posizione che a Norimberga aveva assunto chi azionava i forni di Auschwitz: se non lo facciamo noi, lo farà qualcun altro! Questo non è lavoro, è una malattia! Le bombe non sono soprammobili, servono solo per essere lanciate sulle città, sulle persone, sui bambini, sull’ambiente. È una pazzia costruire armi ed è una follia la guerra. Ma finché la politica sarà così contigua alla produzione di armamenti e chi esce dal Parlamento o dal Governo entra direttamente a dirigere le aziende che fabbricano armi, non ci sarà salvezza. Non me la prendo con i sindaci del territorio, capisco bene che è difficile fare battaglie contro chi assume i propri cittadini o magari regala un’ambulanza alla comunità. Ma i signori che stanno comodamente seduti a Cagliari o a Roma dovrebbero pensare ad una seria riconversione di queste attività. Mica noi vogliamo far chiudere dall’oggi al domani la fabbrica e mandare a spasso 500 lavoratori, tra gli impiegati direttamente e l’indotto. Noi abbiamo presentato progetti per fare di quello stabilimento qualcos’altro. Può essere una produzione di protesi destinata alle vittime delle bombe o un centro caseario regionale o quello che si vuole. Ma bisogna immediatamente invertire la tendenza. Invece non ci risulta ci sia un solo progetto, neppure a valere sui fondi del Pnrr. Sarebbe stata l’occasione buona, e invece nulla»…
Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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