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Cosenza, le femministe occupano la Asp: “Altro che 8 marzo, la sanità calabrese ci uccide tutti i giorni”

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In occasione della giornata internazionale per i diritti delle donne il collettivo di femministe Fem.in ha occupato il tetto della Usca che fa capo alla Asp di Cosenza, smantellata per condizioni igieniche fatiscenti, simbolo di un sistema in cui da 10 anni chi non ha i mezzi economici per curarsi muore

Cosenza, le femministe occupano la Asp: “La sanità ci uccide tutti i giorni”

“Non esiste solo la violenza degli uomini sulle donne, esiste anche quella delle istituzioni sulle persone, e noi la stiamo subendo”: è il messaggio che il collettivo di femministe di Cosenza, le “Fem.in”, lancia dal tetto della sede dell’Usca che hanno occupato l’8 marzo scorso, in occasione della giornata internazionale per i diritti delle donne. Perché proprio l’8 marzo? “Il sistema violento che sottomette le donne è lo stesso che discrimina gli ultimi e chi non ha mezzi economici per curarsi. Non ci sono tanti sistemi, ma un solo sistema economico che agisce in base alle categorie. Se sono una donna nera e omosessuale e voglio andare in ospedale, ho più difficoltà a curarmi”, spiega a TPI Vittoria Morrone, portavoce del collettivo di circa 40 attiviste che negli ultimi mesi si è mobilitato per tenere alta l’attenzione sulla situazione della sanità in Calabria.

Un’emergenza sanitaria che la pandemia ha solo scoperchiato, ma che esiste da oltre 10 anni, da quando il piano di rientro varato nel 2009 per sanare un debito pari a 104,304 milioni di euro ha portato allo stop di ben 18 ospedali in una Regione di oltre un milione di persone. Nel frattempo il deficit di bilancio è rientrato di soli 6,29 milioni, e a pagarne le conseguenze sono stati cittadini che non possono fare affidamento su livelli minimi di assistenza, perché ai tagli alla sanità non sono corrisposti interventi per garantire servizi sanitari pubblici per tutti. E a guadagnarne è stata la sanità privata. Da novembre a oggi le Fem.in hanno organizzato mobilitazioni contro la zona rossa imposta non per numero di contagi ma per la mancanza di strutture, e sono loro ad aver fatto circolare per prime il video del commissario per l’emergenza incaricato, Giuseppe Zuccatelli, che in un incontro a maggio dichiarava “le mascherine non servono”, che portò alle sue dimissioni.

Un’occupazione simbolica

Ora, anche su spinta del collettivo “Le lampare” di Cariati che, per lo stesso motivo, tiene occupato l’ospedale semi-abbandonato del basso Ionico, il Vittorio Cosentino, dal 19 novembre scorso, le Fem.in hanno deciso di occupare un altro presidio simbolo dello sfascio del sistema sanitario: la Usca di Cosenza, una delle strutture allestite nel corso della pandemia per garantire l’assistenza territoriale ai malati Covid con sintomi lievi o moderati – che era anche una centrale operativa del 118 e un centro per la sclerosi multipla – che fa capo alla Asp e che a causa delle condizioni igieniche fatiscenti (“muffa, ascensori non funzionanti, pareti che cadevano a pezzi”) e ad un grosso scandalo è stata in parte smantellata. L’occupazione è un gesto simbolico per far luce su tutti i problemi che la popolazione soffre in piena pandemia. “Stiamo portando avanti una battaglia che riguarda tutta la sfera sanitaria in Regione e provincia”, dice Vittoria.

Il ritardo nei vaccini

“In questo periodo i problemi sono i tamponi, i vaccini, l’assistenza domiciliare. Non c’è organizzazione, non c’è un piano vaccinale, e se c’è non lo implementano”, spiega. La Calabria è la penultima Regione in Italia per vaccini somministrati rispetto alle dosi consegnate: una percentuale pari al 68 per cento su una media nazionale che si aggira intorno all’80 per cento. L’ultima Regione è la Sardegna, con il 64 per cento di dosi somministrate, ma un numero di contagi molto minore. “Hanno aperto solo oggi la piattaforma online per prenotare un vaccino, prima si faceva telefonicamente. Le vaccinazioni degli over 80 stanno incontrando un sacco di problemi, tranne che in poche eccezioni”, denuncia ancora l’attivista.

“Alcune persone avevano la vaccinazione prenotata ma una volta in sede l’Asp diceva che le dosi erano finite. Eppure se si guarda ai dati la Regione ne ha a disposizione di più: ma non si sa dove sono finite. I soggetti a rischio non riescono a contattare il numero verde o a essere messi in una lista, anche se sono cardiopatici o hanno altri problemi”, continua.  Nella provincia di Cosenza, salvo i casi di qualche comune, si vaccina nelle chiese, in luoghi di fortuna, o negli Ospedali da Campo, come quello attivato oggi a Cosenza, che però dopo l’emergenza non sarà più a disposizione dei cittadini.

“Hai strutture, dovresti fare ristrutturazioni e spendi un milione di euro per fare un Ospedale da campo che a fine pandemia non ci lascerà niente?”, si chiede la portavoce, che porta avanti battaglie sulla sanità da quando nel 2019 ha fondato il collettivo di Cosenza. La prima è stata quella sulla pillola abortiva, che l’Ospedale non somministrava nonostante ci fosse una legge nazionale a rendere possibile l’aborto farmacologico. Ennesimo esempio di quella che definisce “un’Italia a due velocità”. “Inutile parlare di unità nazionale quando solo con l’esperienza vaccini vediamo differenze abissali tra Regioni e territori”, osserva Vittoria.

Le femministe di Cosenza occupano la Asp: “Longo ci incontri”

L’obiettivo delle Fem.in adesso è quello di ottenere un incontro con il Commissario alla Sanità, Guido Longo, che dall’inizio del suo mandato a dicembre non ha dato segnali di cambiamento. Le Fem.in pretendono trasparenza e chiedono di capire quali sono le vere cause di questi ritardi spaventosi e del perché non si fa nulla per sanare le crepe di una sanità in cui si muore. “A Cariati è aumentato il tasso di mortalità per tumori al seno perché nei tagli è stata eliminata la prevenzione di base, per esempio non esiste più il servizio di screening alle mammelle: in molte rinunciano alle cure. Se non ho soldi succede questo”.

“La nostra richiesta è che il Commissario incontri cittadini e cittadine, se accetterà andremo con una delegazione di tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per la sanità pubblica, chiedendo prima di tutto trasparenza: Longo deve almeno dirci le cause dei problemi, così possiamo dar loro dei nomi e guardare ai motivi precisi dell’emergenza, noi vediamo solo le conseguenze”, spiega. “Quello che conta è che ci sia un superamento del commissariamento, perché impone un blocco del turnover che non è più sostenibile: ambulatori e consultori periferici stanno morendo senza figure professionali cardine, è impossibile proseguire in questo modo, troviamo ingiusto sobbarcarci il debito creato dalla mala gestione politica”.

Una battaglia per tutto il Paese

Intanto la battaglia delle femministe di Cosenza e quella degli altri movimenti che in questi mesi hanno cercato di alzare la voce sui problemi sanitari, come quello de “Le Lampare”, è guardata con speranza da tutto il Paese, dove i giovani calabresi emigrati sono preoccupati per i propri parenti anziani che, a distanza e in un periodo come questo, non possono aiutare. “La situazione più assurda è che stiamo ricevendo solidarietà di persone giovani emigrate per lavoro che hanno genitori anziani qui e sono preoccupati, non possono nemmeno stare vicino ai loro familiari perché non c’è possibilità di vivere dignitosamente nella maggior parte dei casi. La cosa positiva è il fatto che siamo tutte persone molto giovani e non è banale in un territorio dove c’è questa emigrazione spaventosa. È positivo che sia cresciuta nelle nuove generazioni una consapevolezza che bisogna lottare per garantirci il futuro e per garantire un futuro a questa terra, altrimenti non rimarrà nulla”.

Leggi anche: Calabria, l’ospedale chiuso occupato da 40 giorni: “Siamo senza cure da 10 anni, Speranza ci ascolti”

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