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Coronavirus, scioperi spontanei nelle fabbriche aperte: “Non siamo carne da macello”

Di Anton Filippo Ferrari
Pubblicato il 12 Mar. 2020 alle 14:28 Aggiornato il 12 Mar. 2020 alle 14:36
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Coronavirus, scioperi spontanei nelle fabbriche aperte

La decisione del Governo di chiudere negozi ed esercizi commerciali per l’emergenza coronavirus, ma lasciare aperte le fabbriche e le attività produttive sta generando ripercussioni negli stabilimenti italiani. I sindacati sono infatti in allarme perché vengano garantiti i livelli di sicurezza dal punto di vista sanitario.

La segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, ha definito “inaccettabile la mancanza nel nuovo Dpcm di misure e iniziative volte alla protezione dei lavoratori che stanno garantendo la tenuta economica del Paese in una condizione di grave emergenza” e ha chiesto “al governo la convocazione urgente di un confronto per affrontare la situazione di emergenza dei lavoratori metalmeccanici”.

La Fiom ha chiesto di “mobilitarsi da subito per iniziative tese a verificare che ai lavoratori siano garantite dalle imprese le condizioni di salute e sicurezza anche attraverso fermate per una riduzione programmata delle produzioni”. E ha ribadito “la necessità dei provvedimenti urgenti governativi sugli ammortizzatori sociali”.

Intanto, da diverse parti del Paese sono arrivate segnalazioni di lavoratori che lamentano scarsa attenzione da parte dei datori e di conseguenza hanno incrociato le braccia. Alla Ast di Terni sono state indette otto ore di sciopero, a partire dalle 6 di domani (13 marzo), per ogni turno di lavoro per i diretti e per l’indotto: la mossa delle Rsu e delle segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Ugl e Usb, in segno di protesta per la mancata adozione da parte dell’azienda di misure ritenute “idonee” per il contenimento del coronavirus.

Alla Fincantieri di Marghera i sindacati hanno confermato la protesta dettata dall’emergenza sicurezza. “Impossibile rispettare le regole – le parole di tre carpentieri all’Ansa -, non si può fare questo lavoro stando a distanza di un metro l’uno dall’altro sarebbe meglio chiudere tutto. Questo virus è un casino e non ci sentiamo protetti”.

“Non siamo carne da macello”, hanno detto gli operai di alcune aziende della provincia di Brescia. “Stiamo discutendo con le aziende per capire come affrontare questa situazione. Registriamo scioperi in quattro o cinque realtà”, ha detto invece il segretario della Cgil di Brescia Francesco Bertoli. “Ci sono aziende anche grandi che si sono fermate, mentre altre che per motivi di commesse legate a penali, sono in difficoltà e non possono sospendere la produzione”.

Un altro caso è quello dei lavoratori della Corneliani di Mantova, fabbrica dello storico marchio di moda da uomo, che hanno deciso di scioperare “per tutelare la loro salute“.

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