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Siamo l’Italia, non la Cina: chi si trova nella zona rossa è uno di noi, non un appestato

Di Luca Telese
Pubblicato il 24 Feb. 2020 alle 07:02 Aggiornato il 24 Feb. 2020 alle 09:18
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Credit: Ansa

Da oggi il Coronavirus diventa emergenza deflagrante, irrompe nelle nostre vite stravolgendole, e ci pone un problema nuovo e diverso: quella della libertà. Da oggi quelli di noi che sono ancora fuori dal cerchio rosso devono iniziare a porsi il problema di chi invece ci è finito dentro.

Perché noi non siamo la Cina, siamo una democrazia, non un paese autoritario, né possiamo diventarlo, anche se ovviamente agli epidemiologi tornerebbe utile: il massimo della profilassi è che tutti se ne stiano a casa, ovvio.

Ma è anche la cosa giusta da fare? Non si tratta solo dei limiti imposti: noi non siamo una dittatura in cui l’individuo può essere completamente annichilito in nome di un imperativo collettivo superiore, ovvio: ma c’è anche il tema dell’utilità.

I sacrifici che ci vengono imposti saranno davvero utili più del danno che producono? Io non ho ancora una risposta ma questo è il dibattito che ci attende.

Io per esempio leggo con molto interesse gli articoli di una scienziata come Ilaria Capua, ma quando scrive – su La Stampa – che l’ideale sarebbe restare nei propri domicili e ricevere le consegne in casa mi chiedo: è chi le fa nella zona rossa queste consegne?

Gli eroici postini, con la conseguenza di finire in quarantena? O saranno equipaggiati con protezioni antivirali? Io non l’ho ancora capito. Non gioite – dunque – perché il comune di Codogno è isolato, non vuol dire che voi siate al sicuro da quello stesso rischio.

Non festeggiate per il fatto che il 27enne fuggito dalla Lombardia per andare in Irpinia sia stato preso e messo in quarantena, perché così il pericolo è stato limitato. Non rallegratevi se domani controllando la mappa, vi accorgente che il vostro comune di residenza non è nella lista dei comuni finiti nella zona rossa, e tanto per non sbagliare ecco l’elenco completo.

In Veneto c’è Vo’ Euganeo. In Lombardia ci sono già: Codogno, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano.

Questi territori diventeranno, a tutti gli effetti, “zone rosse”: non ci si entra e non ci si esce più, neanche assumendosi una responsabilità. Ecco, tanto per farsi una domanda io avrei questa, ovvero sono curioso di sapere una cosa che gli epidemiologi non ci hanno ancora spiegato: cos’è esattamente un “comune-focolaio”?

C’è una superficie massima isolabile? O si può isolare tutto? Se il virus arriva a Milano con un numero “X” di contagiati qualcuno pensa che si possa isolare Milano? Oppure in una metropoli si prova ad isolare un quartiere (ammesso che si possa farlo)?

E se un cittadino chiede di fare il tampone e di uscire, e magari non risulta positivo, in quel caso può uscire? Dove finisce e dove inizia la libertà individuale visto che siamo un paese di democrazia avanzata e non un dittatura?

Sono domande semplici in queste notti in cui dormiamo con il sonno leggero. L’altra grande domanda di queste ore, invece non è la prima che ci viene in mente, ovvero: come mai così tanti contagiati in Italia? È una questione posta male.

La domanda giusta è: forse negli altri paesi non hanno iniziato a cercarli e noi invece lo abbiamo fatto? Il numero dei contagiati scoperto in un paese non è una prova della sua debolezza, ma una prova della sua forza.

Il punto è che devi aver già trovato i primi casi per poter ricostruire il filo del contagio. Devi avere l’identità di uno che è positivo per poterti mettere sulle tracce degli altri. E questo diventa vitale, soprattutto quando ci si trova davanti un virus che può essere asintomatico.

Ma quando il primo della lista è asintomatico che cosa fai? Ecco un altro tema. Hanno passato il cosiddetto “paziente zero” ai raggi x e poi hanno scoperto che non era paziente zero. Quindi ora quell’uomo torna un uomo libero? Quando quanto può essere grande o piccolo un “comune-focolaio”? Rispondere a questa domanda significa di fatto rispondere su quale sia – in sostanza – la dimensione della nostra libertà.

Da oggi bisogna lavorare con il cervello e chiedersi quale sarà il ragionevole punto di equilibrio tra la nostra possibile autonomia individuale e il principio di cautela collettivo.

Per non parlare dell’economia. Solo nella provincia di Lodi, ci ricorda Assolombarda, ci sono oltre 15mila imprese industriali con 57mila addetti che (dati 2018) esportano 3,7 miliardi di merci. Se si ferma tutto, chi paga?

Non gioite e non sprecate parole leggere, apodittiche, rotonde, non giocate al bar sport con le vite degli altri, anche se siete fuori dal cerchio rosso. Da domani potrebbe toccare anche a voi. “De te Fabula narratur”, dicevano i latini: ti riguarda anche se vivi fuori dal cerchio rosso.

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