Cecchini del weekend a Sarajevo, fiocchi rosa o azzurri per chi sparava ai bambini
"C'era anche un famoso imprenditore, coinvolta un'agenzia di sicurezza di Milano": le nuove rivelazioni fatte da un testimone allo scrittore Ezio Gavazzeni
Ci sarebbe anche un “imprenditore italiano molto famoso, che a volte si vede ancora in televisione” tra gli italiani che nei primi anni Novanta, durante la guerra nell’ex Jugoslavia, andavano in Bosnia Erzegovina e pagavano per sparare a distanza su civili inermi nei cosiddetti “Safari dell’orrore”. Lo riferisce un testimone intervistato dallo scrittore Ezio Gavazzeni nel libro “I cecchini del weekend” (PaperFirst), uscito in libreria in questi giorni.
Il libro raccoglie testimonianze e documenti che aprono uno squarcio di luce su quell’agghiacciante vicenda rimasta nascosta fino a pochi mesi fa. È stato lo stesso Gavazzeni a presentare l’esposto alla Procura di Milano da cui è partita l’inchiesta sul caso, che per il momento conta tre indagati.
Il Giorno riporta alcuni passaggi del libro, in particolare relativi ai racconti fatti all’autore da un testimone indicato come “il francese”, che in passato aveva fatto parte dell’organizzazione che gestiva i viaggi criminali.
Secondo quanto riferito dall’uomo, dietro i “Safari dell’orrore” c’era un’agenzia di security milanese con ramificazioni a Londra e in Belgio. I “cecchini del weekend” si ritrovavano in un magazzino di elettrodomestici alla periferia di Milano, in viale Mecenate.
Una volta arrivati nella zona di Sarajevo, si appostavano sulle colline che circondano la città, controllate dalle forze armate serbe, e sparavano col fucile a civili inermi uccidendoli come se si trattasse di una battuta di caccia, con la differenza che le prede non erano animali ma esseri umani.
“Il trofeo era un bossolo – racconta il francese a Gavazzeni – sul quale l’accompagnatore indicava con un colore quale era il bersaglio colpito: azzurro o rosa per un bambino-bambina, ragazzo-ragazzina; rosso per uomo; rosso e verde se militare; giallo se donna; giallo e verde se donna militare; nero e azzurro se anziano; nero e rosa se anziana”.
Questi cecchini pagavano per sparare sulle persone. Il giro d’affari, secondo la testimonianza, fruttava all’organizzazione una “montagna di soldi” in contanti. L’imprenditore di cui sopra pare che una volta abbia speso 280 milioni di lire in poche ore.
Secondo il francese, il traffico era gestito con la complicità della criminalità organizzata “balcanica o russa, alla quale spettava parte del denaro ricavato”. Ma nell’esposto alla Procura di Gavazzeni si riportano anche le parole di un ex agente dell’intelligence bosniaca, Edin Subašić, secondo il quale anche i Servizi segreti italiani erano stati informati di quelle presenze dai loro colleghi bosniaci.
Al momento l’unico indagato di cui è trapelata l’identità è Giuseppe Vegnaduzzo, un ottantenne residente in provincia di Pordenone, ex autotrasportatore politicamente schierato all’estrema destra. Tra le altre persone sospettate di far parte di quel giro ci sono anche un ex alpino della Carnia, un banchiere di Trieste definito “cacciatore psicopatico”, un professionista con residenza nel Nord-Ovest e un uomo tra i 65 e i 70 anni, ex dipendente pubblico, residente in Piemonte.