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“In Italia in molti ospedali il 100% dei ginecologi non pratica l’aborto”: la denuncia dell’Associazione Coscioni

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Se negli Stati Uniti il diritto delle donne ad abortire è in bilico a causa del parere della Corte Suprema che potrebbe arrivare a giugno, in Italia, a 44 anni dalla legge 194 che legalizza l’aborto volontario, non è sempre garantito a tutte. A mettere in evidenza questa contraddizione l’Associazione Luca Coscioni, che in occasione dell’anniversario dell’entrata in vigore ha reso nota una lettera aperta inviata al ministro della Salute Roberto Speranza e al ministro della Giustizia Marta Cartabia, in cui si chiede di “porre fine alla violazione in corso dei diritti fondamentali delle persone che necessitano di accedere all’IVG”.

A firmare la lettera Filomena Gallo e Mirella Parachini, segretario e vice segretario dell’Associazione; Anna Pompili, ginecologa e consigliere dell’Associazione; Chiara Lalli e Sonia Montegiove, giornaliste e autrici dell’indagine “Mai dati”, che fa luce sulla reale presenza di medici obiettori nelle strutture sanitarie italiane. Secondo l’inchiesta questi infatti superano le stime ufficiali e disponibili al momento: utilizzando lo strumento dell’accesso civico generalizzato, si legge nella lettera, risulta che “in molti ospedali il 100 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza e in moltissimi lo è più dell’80 per cento”. “Questi dati non emergono dalla Relazione annuale al Parlamento prevista dalla legge sullo stato di applicazione della legge 194 perché li riporta aggregati per regione”, denunciano gli autori, che chiedono anche di rivedere le modalità di stesura della Relazione.

“Ci sono pertanto aree del nostro Paese nelle quali l’accesso all’aborto è fortemente limitato, ma che scompaiono nell’accorpamento dei dati per macroaree. Il dato sull’obiezione di coscienza è inoltre impreciso perché non viene presa in considerazione la percentuale di non obiettori che però non eseguono IVG”, scrivono Gallo, Parachini, Pompili, Lalli e Montegiove. I dati dovrebbero pertanto essere “in formato aperto, di qualità, aggiornati trimestralmente o in tempo reale”, che “riguardino le singole strutture” e che “alle categorie della Tabella 28 (obiettori e non obiettori per categoria professionale) siano aggiunte le voci: non obiettori che eseguono IVG e operatori che eseguono l’IVG dopo il primo trimestre”.

Si chiede inoltre, tra le altre cose, che venga inserito nei LEA (livelli essenziali di assistenza) un indicatore rappresentativo della effettiva possibilità di accedere alla IVG in ciascuna regione e che tutte le regioni offrano, come da disposizioni ministeriali, la reale attuazione della possibilità di eseguire le IVG farmacologiche in regime ambulatoriale. “Una cosa è molto chiara: la legge 194 è ancora mal applicata o addirittura ignorata in molte aree del nostro paese. Con Anna Pompili e Mirella Parachini, ginecologhe, e con l’Associazione Luca Coscioni abbiamo spesso evidenziato le criticità reali dell’applicazione e dell’accesso alla interruzione volontaria della gravidanza”.

“Oggi chiediamo con urgenza al Ministro della Salute Roberto Speranza e al Ministro della Giustizia Marta Cartabia che i dati sull’applicazione della legge 194 siano in formato aperto, di qualità, aggiornati e non aggregati; che si sappia quanti sono i non obiettori che eseguono le IVG e gli operatori che le eseguono dopo il primo trimestre; che tutte le regioni offrano realmente la possibilità di eseguire le IVG farmacologiche in regime ambulatoriale”, scrivono le firmatarie.

L’inchiesta realizzata dalle due giornaliste – che sarà pubblicata a giugno dalla Fandango libri con il titolo “Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere” – rivela poi che la “valutazione del numero degli obiettori e dei non obiettori è troppo spesso molto lontana dalla realtà”. “Dobbiamo infatti sapere, tra i non obiettori, chi esegue realmente le IVG (in alcuni ospedali alcuni non obiettori eseguono solo ecografie, oppure ci sono non obiettori che lavorano in ospedali nei quali non esiste il servizio IVG, e quindi non ne eseguono)”, scrivono Lalli e Montegiovine.

“La percentuale nazionale di ginecologi non obiettori di coscienza (che secondo la Relazione è del 33%) deve, dunque, essere ulteriormente ridotta perché non tutti i non obiettori eseguono IVG. Non basta conoscere la percentuale media degli obiettori per regione per sapere se l’accesso all’IVG è davvero garantito in una determinata struttura sanitaria. Perché ottenere un aborto è un servizio medico e non può essere una caccia al tesoro”, conclude la missiva.

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