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Pride 2021: un’estate per la cultura del rispetto

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Credit: Pixabay

Manifestazioni in tutta Europa fino a ottobre per la tutela dei diritti Lgbtq+ (anche sul lavoro)

Con l’arrivo di giugno è iniziato il periodo del Pride 2021, dedicato alle manifestazioni e alle iniziative arcobaleno per la tutela dei diritti della comunità Lgbtq+. Un periodo di attività più che mai intenso, tanto per l’Italia quanto per il resto d’Europa e del mondo, con il coinvolgimento di numerosissime associazioni e con iniziative che riguardano anche le aziende e il mondo del lavoro. Insomma un’estate in cui, dopo lunghissimi mesi con l’attenzione monopolizzata dalla pandemia, è tempo di discutere seriamente di questioni sociali.

Perché si comincia proprio a giugno

Il legame tra il Pride e il mese di giugno non è casuale, ma deriva da un evento che ha segnato un punto di svolta nella lotta per i diritti. Nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, a New York, ci furono infatti i cosiddetti moti di Stonewall: tutto iniziò quando la polizia fece irruzione in un bar frequentato da omosessuali per fare una retata, accusando i frequentatori del locale di compiere atti osceni, infrazioni al codice del buon costume e altri reati.

Seguirono immediate proteste, che determinarono risse, violenze e maltrattamenti, tutti a danno dei partecipanti alle manifestazioni e senza alcuna conseguenza per le forze dell’ordine. Dopo quella notte si formarono cortei spontanei per il diritto all’identità sessuale, e nei giorni seguenti l’intera comunità Lgbtq+ uscì in strada per rivendicare le proprie istanze.

Da allora, il Pride è un evento che con il tempo ha ottenuto molto seguito in tutto il mondo. Una delle città simbolo, che rappresenta l’anima delle manifestazioni, è Dublino, dove il Pride dura ben dieci giorni e – come molto spesso accade – l’ingresso è gratuito per tutti, sottolineando l’importanza che pure le persone eterosessuali siano parte attiva delle iniziative. Nel 2017, per esempio, parteciparono alla parata ben cinquemila persone.

Negli stati Uniti le due località più rappresentative sono Washington e San Francisco, la città dove peraltro nacque la bandiera arcobaleno. Anche la grande maggioranza delle metropoli europee celebra la stagione del Pride: Atene, Parigi, Lisbona, Madrid, Berlino, Oslo, Zurigo, Budapest, Francoforte e tante altre organizzano manifestazioni ad hoc. Come già anticipato, giugno è solo l’inizio, perché in giro per il Vecchio continente e per il mondo si prosegue per tutta l’estate e fino a ottobre.

In Italia, con il tema “Adoro: We are the Wonderland” si svolgerà la Gay Pride Parade di Roma il 26 giugno, proprio in concomitanza con la sfilata per i diritti a Milano. Ma anche Genova, Bologna e tante altre città parteciperanno in contemporanea, rendendo l’evento una manifestazione nazionale. Quest’anno, poi, il tema è particolarmente sentito proprio per le incertezze che riguardano l’approvazione del Ddl Zan.

Una battaglia di tutti e per tutti

Gli obiettivi rivendicati da chi partecipa al Pride vanno ben oltre gli interessi personali. Il pensiero, infatti, va soprattutto a quelle parti del mondo dove la comunità Lgbtq+ è ancora emarginata dalla società, spesso persino maltrattata e punita: in ben 72 paesi del mondo essere omosessuali è ancora oggi un reato. In questo senso, le manifestazioni che si svolgono ogni anno durante il periodo estivo servono per ottenere visibilità, focalizzare l’attenzione e influenzare politicamente i paesi dove si lotta ancora per dei diritti essenziali.

Un altro elemento fondamentale dello spirito del Pride riguarda il ricordo delle persone che hanno combattuto in passato – e che hanno sofferto – per ottenere quei risultati concreti che oggi sono sotto gli occhi di tutti, anche se il percorso è ancora lungo e tutt’altro che scontato.

In questo senso si rafforza l’importanza della partecipazione al Pride da parte di chi è eterosessuale: il messaggio da fare passare è, infatti, che si tratta di una battaglia condivisa da tutti i cittadini del mondo, e non solo una richiesta di diritti da parte di chi subisce ingiuste discriminazioni.

Grazie a queste manifestazioni, i progressi compiuti negli ultimi anni sono importanti e l’intolleranza verso la comunità Lgbtq+ è in progressiva diminuzione, nonostante resti ancora forte in alcune aree del mondo.

Il Pride in azienda

Il mondo del lavoro, e di conseguenza le aziende grandi e piccole, hanno un ruolo di primaria importanza nella tutela dei diritti della comunità Lgbtq+. Gli obiettivi che dovrebbero fare da guida sono senz’altro inclusione e uguaglianza, rendendo i luoghi di lavoro non solo equi ma anche promotori attivi di una nuova presa di coscienza collettiva. Per questo, l’accesso alle posizioni di potere non dovrebbe in alcun modo essere influenzato dalle questioni di genere e di sessualità: un principio semplice e ovvio da enunciare, ma non altrettanto immediato e scontato quando si tratta di metterlo in pratica.

Gli obiettivi relativi all’inclusione e all’uguaglianza coinvolgono tutti gli aspetti della vita, dalla sfera pubblica a quella privata. Ma, perché sia possibile il cambio di paradigma, è necessario che anche gli ambienti di lavoro rappresentino un modello e un esempio. L’azienda, di qualsiasi settore faccia parte, ha delle responsabilità etiche a prescindere dalle normative e dalle istituzioni, e i primi portatori di questi valori dovrebbero essere i leader aziendali, le figure manageriali e i responsabili della formazione dei dipendenti.

È da queste persone, infatti, che possono partire anche eventuali rimproveri, e che può sgorgare quel senso di giustizia e di rispetto che sta alla base della tutela dei diritti e dell’equità, reale e sostanziale. Un altro ruolo essenziale, in senso più generale, è quello della cultura e delle competenze trasversali: i collaboratori di un’azienda, prima di essere dei validi lavoratori, è sempre più importante siano persone empatiche, in grado di relazionarsi positivamente con i colleghi e promuovere l’inclusione e il rispetto reciproco.

Un processo di trasformazione sociale ancora lungo e complesso, che presenta tante difficoltà proprio perché si fonda sul raggiungimento di una nuova consapevolezza collettiva: la tutela delle diversità, di qualunque tipo le si voglia intendere, è uno dei cardini della crescita, del progresso e dello sviluppo.

Anche in questo caso la digitalizzazione può essere un valido alleato per il raggiungimento degli obiettivi: in particolare, può permettere di avere un’analisi continua e costante della situazione aziendale, evidenziando problematiche, elementi da migliorare e criticità. La tecnologia favorisce anche il processo di formazione e crescita individuale dei lavoratori, monitorando il livello di apprendimento e di sviluppo delle competenze sociali. Da non sottovalutare, poi, l’aspetto della trasparenza: grazie alla raccolta e all’analisi dei dati è molto più semplice identificare comportamenti inopportuni e pratiche discriminatorie.

La più recente delle consapevolezze è che i luoghi di lavoro non dovrebbero solo sostenere l’equità e la tutela dei diritti, ma soprattutto essere in prima linea una fonte di ispirazione. Un messaggio forte, che può essere ulteriormente sottolineato attraverso collaborazioni con i gruppi locali Lgbtq+, centri giovanili e gruppi di sostegno di vario genere. Questo permette di migliorare l’immagine sociale dell’azienda e offrire una visione nuova che contempli uguaglianza e rispetto oltre ogni forma di discriminazione, culturale, politica, sociale o sessuale che sia.

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