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Da Batman al Coronavirus passando per Hitler: perché il pipistrello ci fa così tanta paura

Di Chiara Squarcione Vittoria Zaccari e Giuseppe Femia
Pubblicato il 9 Apr. 2020 alle 18:07 Aggiornato il 9 Apr. 2020 alle 18:39
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Immagine di copertina

Nel maggio del 1939 a Berlino, nella Cancelleria del Reich, alla presenza di Hitler, Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop firmavano il Patto d’Acciaio. Contestualmente, negli Stati Uniti d’America esordiva, sul numero 27 della rivista Detective Comics, Batman, l’Uomo Pipistrello. Tra questi due episodi, al di là del fattore cronologico, c’è un solo punto di contatto: un forte richiamo ad un senso di minaccia, paura, angoscia. Nel primo caso sarà la Storia, e la sensibilità di ognuno, a provvedere a chiarire il significato o l’evidenza di tale emozione associata all’evento, nel secondo, meno esplicito, ci viene in aiuto il Test di Rorschach, e prima ancora una citazione di Bruce Wayne, alter ego diurno dell’antelucano Batman: “I criminali sono codardi e superstiziosi. Il mio travestimento dovrà infondere terrore nei loro cuori. Dovrò essere una creatura della notte, nera, terribile”.

Il miliardario Bruce Wayne, frutto della fantasia e della matita di Bob Kane e Bill Finger – il primo ispirato dai disegni di Leonardo Da Vinci, il secondo dal patriottismo e dall’impegno per la libertà del re normanno Robert Bruce di Scozia – decide di impegnarsi nella lotta al crimine indossando un costume da pipistrello per incutere timore ai suoi avversari. Per quanto non sia una lettura univoca, nella cultura occidentale il pipistrello si è conquistato nei secoli un posto tra gli animali che più leghiamo a sentimenti di repulsione, angoscia e paura.

Che si pensi ai Romani, per cui era simbolo di sfortuna, ad Isaia o al Levitico, a Dante che nel trentaquattresimo canto dell’Inferno descrive Satana dotato di ali da pipistrello che producono il vento che ghiaccia il lago di Cocito, o alla tradizione di alcune tribù di nativi americani per cui il pipistrello ospitava l’anima di gente di malaffare, questo piccolo e antichissimo mammifero alato è entrato a far parte del lato creepy del nostro immaginario. La lista delle conferme si allunga se pensiamo al Conte Dracula e all’ampio fenomeno letterario che ruota attorno ai vampiri.

Eccetto l’immagine fumettistica salvifica di Batman, il nostro vissuto rispetto al pipistrello è da sempre connotato da timore e ansia. Del nostro immaginario sono entrati a far parte anche contenuti relativi ad alcuni strumenti psicodiagnostici, soprattutto quei test psicologici proiettivi che sottendono dei significati reconditi che descrivono paure, desideri, timori, aspetti della personalità di cui sovente non è consapevole lo stesso osservatore: il più famoso tra questi è senza dubbio il Test di Rorschach.

Nella Tavola V del test, che nell’interpretazione canonica è la Tavola dell’esame di realtà, legata anche agli aspetti della routine, la risposta maggiormente attesa, ma non sempre presente, è un pipistrello, una farfalla o una falena notturna. Questa tavola normalmente elicita una sensibilità al colore nero che porta le persone a vedere contenuti carichi di paura e malinconia. Il percetto del pipistrello è ancora una volta ancorato a simboli di caos e morte, a forte contenuto fobico, che richiama una fonte, per quanto vaga, di minaccia, con forti risposte di evitamento legate alla paura e alla contaminazione. Una paura, un disgusto, intrecciati col dubbio sulla natura di ciò che ci ammala.

Test di Rorschach, Tavola V

Quanti di noi oggi non vedrebbero effettivamente un pipistrello in quella macchia? Dunque è ancora più plausibile pensare che molti potrebbero venire orientati dal vissuto e dalle paure attuali legati alla pandemia da Covid-19 ad organizzare l’oggetto alato in una gestalt che rimanda al pipistrello, che ci infetta col virus, ma anche con la tristezza e con stati d’animo negativi. Per noi occidentali rimane un simbolo fobico, che spesso sensibilizza al disgusto e riflette le sensazioni che ci suggerisce il topo con le ali di cui tutti abbiamo paura e di cui oggi temiamo il contagio.

La paura di ammalarci – di morire – ci chiude in casa, giustifica l’emissione di norme che, tra gli altri effetti, ci mettono davanti alla nostra solitudine, ci obbligano a ripensare il nostro incontro col mondo ponendoci davanti alla consistenza ansiogena di questa nostra epoca performativa, che ci fa uomini le cui vite concorrono a costruire una realtà economica e sociale fondata sulla produttività, spesso a scapito di un contatto più intimo con noi stessi, con la nostra interiorità.

Ma accanto al nostro essere costantemente indaffarati, c’è anche l’altra natura propria dell’uomo che è messa in crisi: siamo animali sociali, sociotropici, abbiamo bisogno delle conferme che ci vengono dal contatto con gli altri, di uno sguardo, della dimensione sociale. Abbiamo un’identità bisognosa di affetto, di sorrisi, di confronti. L’insofferenza all’isolamento, la tristezza che ci comunicano le città vuote, reclamano il ritorno della natura intersoggettiva della nostra coscienza: l’uomo è mondano e viceversa, nell’incontro con l’altro e nel dialogo si costruisce questa intersoggettività, si costruisce l’uomo stesso nella sua natura e identità più profonda.

L’esperienza che stiamo vivendo è unica e sconvolgente nel senso più proprio. Ci ha costretti a rivedere le nostre abitudini e il complesso della gestione del nostro tempo. Un tempo che in teoria dovrebbe essere ora più che mai nella nostra disponibilità, ma che invece si presenta estraniante ed estraneo nella sua malinconia, nel suo vuoto, nella noia e nel timore che ci porta. Un tempo che è sempre meno un kronos, un tempo condiviso che trova senso nel suo essere vissuto con gli altri, e che invece è sempre più un kairos, un tempo individuale, intimo, privato, che ci ricorda la nostra solitudine.

In una cornice di strade e di case desolate il futuro perde di slancio e il presente si dilata e si estende in una dimensione che sembra essere senza fine. Questa noia, questi rimuginii e i pensieri legati al contagio, riducono, infittendolo, lo spazio della mente, fino a renderlo insopportabile, claustrofobico, un punto nero su un foglio bianco. Quanto possiamo rimanere fermi in quel punto? Quanto possiamo sopportare tutto quel bianco attorno?  A quanto vuoto possiamo far fronte ancora? Una prima risposta, quello che ci resta, è che nella noia gli accenni del nostro futuro sono ancora luminosi e mantengono aperto l’orizzonte dell’attesa – la tensione propria di questa dimensione solo apparentemente immobile – ultimo baluardo che ci fa resistere ad una depressione che cancelli anche il futuro e ci lasci senza speranza.

Questo dissolversi, il disorientarsi rispetto a se stessi, il rischio di questo morire esistenzialmente, insieme e prima che fisicamente, si sta schiudendo ai nostri occhi, alle nostre coscienze. È una prospettiva, un problema sanitario e etico, che non possiamo più eludere e che concorrerà a farci uomini e donne altri, in un dopo sempre più posticipato, inafferrabile, ma già malinconico prima ancora dell’essere vissuto. Per ora, per non smarrirci, un’opzione concreta potrebbe essere quella di concentrarsi sui piccoli gesti del quotidiano: avere cura di sé e del proprio spazio vitale, non eludere i contatti, per quanto in una forma nuova e smaterializzata, con gli affetti, ancorarci a quelle amicizie che nella routine può capitarci di dare per scontate, regalarci dei momenti, in questo tempo nostro, che siano dedicati al piacere, il piacere che ci danno le cose e le persone. Prenderci cura del nostro aspetto anche se non ne vediamo la necessità.

Questa infezione, questa minaccia invisibile, che arriva da lontano e ci fa lontani, ci avvicina talvolta insopportabilmente a noi stessi. È arrivata sulle ali impalpabili del pipistrello, ci mette davanti alla sua noia, al suo buio, ci infetta con il suo lato oscuro. È arrivata fino a noi volando, dopo il salto di specie partito dal pipistrello. In Cina la felicità è 福, ideogramma che si pronuncia proprio come la parola pipistrello, che però è 蝠. Cinque pipistrelli rappresentano le Cinque Benedizioni, e tra queste vi è la longevità, intesa anche come desiderio di morire in età avanzata di morte naturale. L’infezione è arrivata volando quando il pipistrello è uscito – forzato, catturato, esposto, mangiato – dalla caverna, che in Cina è il portale verso il mondo parallelo del buio, il mondo Altro, l’altro mondo. È arrivata e attraversando uno spazio è approdata in un’altra cultura.

Il pipistrello ci ha guardati negli occhi e ci ha mostrato la nostra fragilità, ha esposto le nostre paure rinchiudendoci nelle caverne che sono le case che abitiamo. I cinesi amano i giochi di parole e un calembour che riguarda il pipistrello suona come “felicità di fronte ai tuoi occhi”. E se sapremo non distogliere lo sguardo potrebbe mostrare anche a noi, se non proprio la felicità, almeno nuove opportunità. Il paradigma di Batman: addomesticare il terrore.

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