Il Movimento Italiano per la Gentilezza lancia la prima certificazione volontaria
La presidente Re: “No adesioni formali, vogliamo trasformare un valore in pratica concreta”
“Metodo rigoroso, risultati documentati e la capacità di rendere replicabili le buone pratiche: così l’Italia può diventare un modello internazionale per la misurazione e la diffusione delle buone pratiche di gentilezza” a dirlo non è una persona qualsiasi, ma Natalia Re, presidente del Movimento Italiano per la Gentilezza e ora anche vicepresidente del World Kindness Movement, un incarico che conferma l’impegno di Re nella diffusione della gentilezza come infrastruttura della nostra società.
Attraverso il Movimento Italiano per la Gentilezza, infatti, Natalia Re ha già aperto un percorso istituzionale volto a inserire la gentilezza fra i BES – quegli indicatori identificati dall’ISTAT che includono valutazioni sociali, culturali e ambientali e non solo economiche nel definire il progresso di un Paese – e ha presentato alla Camera il primo Kindness Act italiano, la proposta di legge dedicata alla gentilezza, che ha portato all’istituzionalizzazione il 13 novembre della Giornata italiana dedicata proprio alla gentilezza. Non solo: di quest’anno è l’uscita del primo manuale d’uso dedicato alla gentilezza, scritto a quattro mani con l’editore Antonio di Bartolomeo, con l’obiettivo di mettere in pratica la gentilezza nelle situazioni della vita quotidiana, per migliorare il benessere delle persone, delle organizzazioni e per creare sviluppo, mentre di qualche giorno fa è il lancio della prima certificazione volontaria “Qui si pratica gentilezza”.
“Un’assunzione di responsabilità da parte di soggetti pubblici e privati che scelgono di intraprendere un percorso serio e strutturato e di dimostrare, attraverso comportamenti, procedure, relazioni e buone pratiche, che la gentilezza non viene soltanto dichiarata, ma realmente praticata” spiega la presidente italiana del MIG. L’iter per acquisire la certificazione prevede un percorso in sette fasi, costruito per accompagnare imprese, enti, scuole, università e organizzazioni in un processo progressivo di consapevolezza, attivazione, verifica e miglioramento continuo. Solo compiendo tutto l’iter il MIG rilascerà la concessione della certificazione e del marchio “Qui si pratica gentilezza”.
“Non mi interessa collezionare adesioni formali, ma contribuire a un cambiamento reale e sostanziale – spiega Re – La certificazione nasce per trasformare un valore in pratiche concrete: modalità di relazione, procedure, attenzione alle persone, inclusione, prevenzione delle prevaricazioni e gestione dei conflitti. Perché sia credibile, dovrà basarsi su criteri chiari, indicatori verificabili e momenti di monitoraggio, evitando il rischio che si riduca a un marchio di immagine. Il risultato che auspico è costruire una rete di organizzazioni capaci di dimostrare, attraverso le proprie azioni, che la gentilezza non è un gesto occasionale, ma una competenza sociale e una responsabilità collettiva. È un percorso ambizioso, che richiede risorse, continuità e una comunità disposta a mettersi in discussione”.
Certo gli ostacoli non mancano: “Per integrare la gentilezza nelle politiche pubbliche dobbiamo superare almeno tre difficoltà: la frammentazione delle iniziative, la mancanza di indicatori condivisi per valutare gli effetti e la discontinuità degli interventi, che troppo spesso dipendono dalla sensibilità dei singoli amministratori anziché diventare parte stabile dell’azione pubblica e la mancanza di una chiara misurabilità dei risultati. Per questo occorre dimostrare che investire nella qualità delle relazioni non è un lusso, ma può contribuire alla prevenzione della violenza e del bullismo, al benessere organizzativo e alla fiducia tra cittadini e istituzioni”. “La nostra proposta è lavorare affinché la gentilezza venga riconosciuta anche nella valutazione del benessere collettivo, attraverso indicatori seri e verificabili. Non basta inserirla nei discorsi: bisogna tradurla in obiettivi, responsabilità, risorse e valutazione degli effetti” conclude Re.