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Roma, dal 4 al 22 dicembre la mostra “In Fiore” di Eugenia Lecca

Di Redazione TPI
Pubblicato il 1 Dic. 2019 alle 14:49
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Immagine di copertina

Dal 4 al 22 dicembre 2019 alla galleria Interzone di Roma (Pigneto, via macerata 46) va in scena la mostra “In fiore”. Una serie di nuovi lavori di Eugenia Lecca con interventi anche su foto antiche, foglie e acquarello.

eugenia lecca

Eugenia vive con un fotografo (Lorenzo Castore) che oltre a fotografare, ha collezionato per anni, soprattutto in Europa dell’Est, le fotografie perdute degli altri: immagini di famiglie, antiche foto erotiche, avanzi di vite trascinate a riva dopo guerre, inverni, anni di dimenticatoio. Un giorno Eugenia ha aperto una scatola delle foto collezionate da Lorenzo e ha trovato un varco. I protagonisti di queste foto, insieme alla musica di Chopin che ascoltava ossessivamente quando ha stretto amicizia con loro, l’hanno accompagnata ad oltrepassare una soglia. E la vista da questo ingresso è potente, non solo perché ci si affaccia in un mondo di spiriti, piante e alberi, ma perché racchiude un principio, un nuovo inizio.

Eugenia ha incontrato delle persone morte e ha deciso di farle continuare a vivere. Con i suoi acquarelli (che a loro volta sembrano avere vita e volontà tutte loro) ha cominciato a dipingere la realtà attorno alle persone, ha preso in mano le loro storie per prolungare quegli incontri. Gli acquarelli di Eugenia e la sua fusione tra il mondo naturale–– foglie, fiori, anime–– e quello della fotografia, è uno di quei rari casi in cui la multidimensionalità di un’opera non parla di scomposizione ma di unione.

E’ dal 1912 che sappiamo che l’arte può esistere anche con frammenti di materiali di natura diversa. La tecnica mista è iniziata con i collage e le opere cubiste di Pablo Picasso e Georges Braque, ed è diventata diffusa quando gli artisti hanno sviluppato atteggiamenti sempre più aperti verso i media. Ma la cosa che rimane delle opere di Eugenia è il fatto che guardando i suoi quadri, non sentiamo mai che lei stia strizzando l’occhio alla tecnica mista. Le sue opere esistono e questa è la forma che hanno deciso di incarnare. Una donna nuda che si accarezza con un fiore, una figura femminile che sembra essere fatta di rampicanti verdeggianti, una coppia di signore che naviga su un oceano di mare e foreste. Chamadoree, palme, peonie, rampicanti che si intrecciano con seni, donne accasciate che dormono su foglie appassite, donne vibranti che sbocciano in foreste rigogliose. In un quadro la sensualità tra uomo e donna è legata dal gambo di un fiore secco, in un altro un’immagine “bondage” dei primi del 900 si innesca in una foresta di liane e fronde. Il fiore è il sesso, ma anche la bocca, il viso di una ragazza e questa sovrapposizione è spontanea, armonica. Le immagini racchiudono la calma di una collina illuminata a fine giornata, ma anche il guizzo e la scarica elettrica di una scoperta sessuale. Vibrano con erotismo naturale, curioso e onesto. Passare del tempo con queste donne è salvifico. I cerchi si chiudono, i fiori si schiudono. E se è vero che le immagini persone di altre epoche hanno la forza di metterci subito in uno stato di nostalgia e irrequietezza, Eugenia ha trovato la chiave per diluire anche la paura del vuoto.

Quando vediamo le vecchie foto, le domande che ci facciamo sono sempre le stesse: chissà che fine avrà fatto quel bambino con il fiocco bianco insieme alla sua sorella vestita per la comunione? Perché eravamo così diversi? Fino a che età si viveva a quei tempi? Con l’intervento degli acquarelli queste domande smettono di metterci ansia. I bambini, le donne nude, gli uomini che le spiano da dietro le montagne, continuano ad avere una loro storia, una storia viva e fertile come è fertile la natura.

Negli ultimi anni Max Porter ha scritto “Il dolore è una cosa con le piume”, la storia di una famiglia che riesce a superare un lutto attraverso la visita inaspettata di uno strano personaggio con le piume che ha l’aspetto di un corvo. E’ lui che aiuta tutti a venire a patti con la sofferenza, a dare senso a un evento terribile. Poi c’è “Io e Mabel. Ovvero l’arte della falconeria” di Helen MacDonald , la storia di una ragazza che impara ad ammaestrare un falco selvatico per liberarsi dalla sofferenza della morte di suo padre. Se questi libri volgono lo sguardo agli animali e alla natura per avere risposte sulla vita e sulla morte, i quadri di Eugenia sono il loro corrispettivo visivo, rimedi naturali contro il buio.

I personaggi del passato prendono una nuova strada, le donne si imbarcano munite di ombrelli e rampicanti verso un futuro sospeso. La vita non finisce ma si risistema in un luogo atemporale in cui i soggetti sono vengono calati tra foglie, piante e fiori. Il tempo si ferma e noi saliamo sul barchino e ci addentriamo senza pensarci troppo in una foresta di palme.

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