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Happydemia: il Just Eat degli psicofarmaci per favorire la pace sociale. Intervista a Giacomo Papi

È appena arrivato in libreria il nuovo libro dell’autore del “Censimento dei radical chic”. Approvato il decreto “Io mi tappo in casa di nuovo”, rimangono solo due alternative: imbottirsi di tranquillanti e aspettare che passi oppure farsi assumere da una multinazionale delle consegne a domicilio e recapitare a casa degli altri scatole di benzodiazepine

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 10 Dic. 2020 alle 16:20 Aggiornato il 10 Dic. 2020 alle 16:20
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Immagine di copertina

C’è una multinazionale che si occupa di consegne a domicilio di tranquillanti, dallo Sciallox allAnsiolinPisolin passando per il Big Sleep: neurolettici, antidepressivi e soprattutto sonniferi. Si tratta della più grande azienda al mondo di psychodelivery i cui fattorini prendono il nome di consegnator, che ha appena firmato una convenzione col nostro governo “per favorire la calma e la concordia sociale”.

Roba da pazzi? Quasi, roba da scrittori. Ad un anno e mezzo dall’uscita del “Censimento dei Radical Chic”, Giacomo Papi torna in libreria, sempre per Feltrinelli, con Happydemia, un romanzo nuovo che però è legato a tripla mandata al gioiellino del 2019 (se non lo avete letto, quindi, dovete assolutamente recuperare il prequel).

Ambientato nella “Fase 41bis” di una terribile pandemia, ricompaiono infatti l’ormai ex “Primo Ministro dell’Interno” – stavolta in crisi di popolarità, sempre più cucciolo e sempre meno indaffarato, un “abominevole uomo delle navi” in astinenza da selfie – e il “Previdente del Consiglio”, uomo dal ciuffo carismatico prestato per caso alla politica. Come già nel Censimento, Papi gioca con il dizionario delle nostre istituzioni, dando vita per l’occasione al ministero dei Saluti a Distanza, quello degli Affari Miei e quello delle Attività Improduttive, maneggiando lassurdo ancora più coraggiosamente che in passato visto che nel frattempo la realtà è stata completamente risucchiata dal non-senso.

In effetti Happydemia brilla meno del suo fratello maggiore proprio per questo motivo: non riesce a trattenere completamente tra le sue maglie il paradosso di questi tempi, in alcuni passaggi appare quasi retrospettivo, mentre il Registro Nazionale degli Intellettuali (che si credono più intelligenti degli altri) appariva molto più visionario. Ma è meno folgorante anche perché, figlio di mesi così bui, strappa molte meno risate, risucchiato dall’incombenza della riflessione su un periodo che ancora non abbiamo capito del tutto, mentre un anno fa il pugno allo stomaco del lettore arrivava solo sul finale.

Papi si conferma comunque un fuoriclasse dell’analisi politica e sociale anche se i suoi romanzi fingono regolarmente di essere un biglietto per il lunapark. Nonostante gli spazi per l’immaginazione e le fughe in avanti fossero davvero ristretti, è riuscito di nuovo ad estrarre dal cilindro un coniglio bianco.

(Quando lo chiamo è ancora in fila per la vaccinazione antinfluenzale, i tempi di attesa si sono rivelati molto più lunghi del previsto, perciò appena si libera non possiamo che partire da qui)

Ieri nel Regno Unito sono iniziate le somministrazioni del vaccino anti Covid. È finita così?
Il vaccino anti Covid è la cosa che temo di più in realtà, perché appena inizieranno le vaccinazioni per molti sarà un liberi tutti, cioè sarà preso come un’autorizzazione a non rispettare più le norme di sicurezza, penseranno che sia finita l’emergenza e credo che questo potrà creare qualche problema…

Riallacciandomi al tuo libro io avevo immaginato che al posto degli psicofarmaci i rider potrebbero iniziare a consegnare a domicilio il vaccino…
Magari, ma ci vorrebbe un’efficienza che non vedo, almeno sul vaccino influenzale in Lombardia: una cosa che è emersa in questa pandemia è che l’efficienza dei giganti dell’e-commerce nella distribuzione è molto superiore a quella dello Stato, purtroppo.

Mi racconti come è nato Happydemia? Nei ringraziamenti citi un tuo amico neuropsichiatra che ti ha rifornito di sonniferi nella fase iniziale della quarantena. Hai sofferto molto durante il lockdown? E come ne sei uscito?
Io a dire il vero stavo scrivendo un altro libro che aveva al centro questa multinazionale che si chiamava Happydemia, ma per una coincidenza che non c’entrava nulla con l’epidemia. Personalmente sono stato da subito molto allarmato, la pandemia l’ho vista arrivare perché avevo letto da poco il libro Spillover, di David Quammen, e quindi quando hanno iniziato a parlare di questa cosa in Cina, già a fine gennaio, io non minimizzavo affatto il rischio.

Quando poi il virus è arrivato, l’insonnia di cui soffro sempre è diventata ancora più insistente quindi ho chiamato appunto questo amico neuropsichiatra chiedendogli di portarmi degli ansiolitici, delle cose per dormire, visto che si preannunciavano mesi di lockdown. Lui è venuto in moto, la mattina dopo, con un bel sacchettino di psicofarmaci e mi ha fatto questa battuta: “dovrei inventarmi un servizio di psychodelivery, diventerei miliardario”. Questi psicofarmaci alla fine non li ho mai usati ma solo il fatto di averli mi ha tranquillizzato.

Si è parlato poco o per niente degli effetti psicologici e del costo sociale della pandemia. Secondo te perché il saldo è positivo o dobbiamo aspettarci una maxi rata finale?
Travolti dall’emergenza sanitaria e dal cambio improvviso e radicale delle nostre abitudini e ritmi di vita è stato messo in secondo piano. Anche perché era un problema nuovo, era difficile da riconoscere, non c’erano dati, statistiche. Oggi sappiamo che l’uso degli psicofarmaci è in grande aumento, così come sono in aumento in Giappone i suicidi, anche se il Giappone è un paese che è stato colpito meno di altri dalle morti per contagio. Però l’effetto del lockdown che io credo sia stato più diffuso e meno notato è l’impatto sul sonno: la gente ha iniziato a sognare di più, a ricordare sogni più vividi, i ritmi del sonno e della veglia sono cambiati, molte persone raccontano che adesso si svegliano prestissimo la mattina e dormono meno la notte e da qui ho riflettuto sul sonno come fattore economico e sociale.

Noi siamo stati educati a pensare che le otto ore di sonno siano naturali, dettate da un bisogno umano. In realtà gli umani fino al Settecento hanno dormito in modo spezzettato, il tempo non era diviso tra otto ore di lavoro, otto di consumo/tempo libero e otto di riposo. L’epidemia ha dimostrato che quella scansione del tempo è un’invenzione del capitalismo e soprattuto che non regge più. Con la fine dell’impiego fisso, degli orari di entrata e uscita, è sempre più raro trovare questa suddivisione del tempo umano. Tanto più che tramite internet il sistema si è organizzato in modo che il consumo non finisca mai, che sia ininterrotto, perché abbiamo una tale quantità di merci da vendere che altrimenti il sistema salterebbe.

Quindi alla “riforma del sonno” di cui parli nel romanzo un po’ credi…
In realtà è qualcosa in cui credo abbastanza e cioè che nei prossimi decenni ci aspetti un tempo molto più pulviscolare, nel quale non esisterà più quella vecchia divisione tra orari di vita e di riposo. Io credo che con lo smart working difficilmente si tornerà indietro perché molte aziende hanno capito che è conveniente, se non altro perché i consumi e i mezzi di produzione, in questo modo, se li pagano direttamente i lavoratori.

Qual è il tuo giudizio sull’azione politica messa in campo per fronteggiare la pandemia? Nel libro sembra non salvarsi nessuno, e soprattutto il segretario del “Partito del Lavoro Guadagno Pago Pretendo”, alter ego della sinistra italiana….
Quello della sinistra è il campo a cui appartengo, per cui la mia è una critica da amante tradito. Io non penso che in Italia il governo abbia fatto peggio che in altri Paesi. Anzi. La cosa che mi sconvolge, però, e che non riesco ad accettare è il fatto che in questo anno di pandemia non sia stata prodotta nemmeno un’idea, una visione del futuro e una analisi del presente. Che la risposta della politica sia stata gestire l’esistente, incassare più soldi possibili dall’Europa, ma in assoluta mancanza di una visione del mondo. Eppure la politica oltre ad “amministrare” dovrebbe “interpretare”. Quindi, sì, sono stato molto duro, ad esempio quando ho fatto dire al segretario del partito del Lavoro che “le idee in politica non servono a niente perché distraggono”. Ecco, mi sembra un po’ questa la linea politica del centro sinistra italiano di oggi.

I rider sono i protagonisti assoluti della storia, come nella realtà lo sono stati delle strade desertificate dalla pandemia. Ma a che punto siamo rispetto alla comprensione del fenomeno rider? Mi sembra si sia passati dal considerarlo un lavoretto, che non aveva bisogno di un riconoscimento, o di dignità, all’ergerlo a lavoro al quale una generazione di laureati dovrebbe ambire…
Non è di certo un lavoro al quale ambire ma il rider è sicuramente un nuovo attore sociale la cui importanza è destinata a crescere. Dopo gli anni di puro Far West adesso qualcosa si sta muovendo ma è ancora una categoria di persone che lavora a cottimo, a consegna. La verità è che gli algoritmi faticano a definire e misurare il lavoro delle persone e questo può provocare delle storture ovviamente ai danni dei lavoratori.

A differenza che nel tuo romanzo, in Italia non c’è poi stata nessuna grossa mobilitazione sociale contro le restrizioni imposte dai DPCM. Secondo te perché? Gli italiani sono anestetizzati anche senza che gli consegnino a casa gli psicofarmaci o tutto sommato è segno che il Paese ha retto lo stress test?
Io dico che non è finita qui. Non è successo finora perché non ci sono più le classi sociali, ogni classe si percepisce come corporazione, perfino i poveri lo fanno. È ovvio che in questo contesto non possa nascere una coscienza di classe, come si diceva una volta. È ovvio che le trasformazioni storiche nascono dal fatto che una categoria che soffre alcune condizioni ad un certo punto prende coscienza e lotta per migliorarle. Ma oggi la situazione è talmente indivualizzata, ognuno lavora da casa e non si può nemmeno confrontare con un collega riguardo la propria condizione, che è difficile organizzarsi. Tuttavia io non escludo che in futuro non ci potranno essere tensioni, perché il problema non è che siamo rincoglioniti, no, non lo siamo, il problema è che non riusciamo a immaginare un tempo migliore di questo, e quindi se tu non hai una visione del futuro gli unici registri con cui puoi affrontare la vita sono piacere, dolore e sopravvivenza, non ce ne sono altri.

Ultima domanda: come vedi il “Previdente del Consiglio” nel 2021? Ti dò tre opzioni: imbottito di Xanax, assunto come rider a far consegne o saldamente alla guida del Paese?
Io lo vedo alla guida dal Paese, anche se non so quanto saldamente, imbottito di Xanax.

Leggi anche: I tabù degli psicofarmaci 

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