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Australia, strage di balene in Tasmania: 380 morte spiaggiate

È lo spiaggiamento di massa il più grande mai registrato in Australia

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 23 Set. 2020 alle 17:33 Aggiornato il 23 Set. 2020 alle 17:42
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Immagine di copertina
Credit: EPA

Una strage di balene nell’Australia meridionale: almeno 380 sono morte spiaggiate sulla costa di Macquarie Harbour, nell’Ovest della Tasmania. Sono rimasti bloccati 460 globicefali, pochissimi sono stati liberati ancora in vita. “Possiamo confermare che 380 balene sono morte”, ha detto Nic Deka, responsabile del Parks and Wildlife Service della Tasmania, che ricorderà a lungo i tre giorni di salvataggio, “emotivamente e fisicamente impegnativi”. “Ne sono rimasti circa 30 ancora vivi, ma la buona notizia è che ne abbiamo salvati cinquanta”, ha aggiunto.

Quello avvenuto in Tasmania si ritiene sia il più grande spiaggiamento di massa di balene mai registrato in Australia e tra i peggiori mai avvenuti nel mondo. Il primo dei mammiferi giganti è stato trovato lunedì 21 settembre: era in difficoltà, ed è partito subito lo sforzo per liberarlo dai banchi di sabbia e allontanarlo dalla spiaggia, accessibile solo in barca. Poi sono state trovate le altre balene. Circa 60 persone, tra ambientalisti, volontari qualificati e lavoratori di allevamenti ittici locali hanno trascorso intere giornate per trovare il modo di liberare gli enormi cetacei.

La squadra di salvataggio ha concentrato gli sforzi su un gruppo di 30 balene parzialmente sommerse, utilizzando barche dotate di speciali imbracature per riportarle in mare aperto. “È un lavoro impegnativo, alcuni di loro hanno l’acqua fredda fino al petto, stiamo cercando di far turnare le squadre”, ha raccontato Deka. “È molto sfiancante fisicamente. E anche emotivamente”. Le carcasse coprono un’area estesa per chilometri.

Nel disperato tentativo di mantenerle in vita, i soccorritori hanno anche cercato di coprire le balene completamente spiaggiate con lenzuola bagnate. Ma con il passare delle ore, le balene apparivano sempre più affaticate, e quindi le loro possibilità di sopravvivenza si sono andate riducendo. “Continueremo a lavorare finché ci saranno animali vivi sul sito”, ha promesso Deka. Ma nessuno si nasconde che l’attenzione adesso si sposta sempre più su come recuperare e smaltire le carcasse.

Le cause degli spiaggiamenti di massa rimangono sconosciute, anche agli scienziati che studiano il fenomeno da decenni. Alcuni ricercatori hanno suggerito che i globicefali potrebbero essere andati fuori rotta magari perché avvicinatisi troppo alla costa per nutrisi, o magari seguendo una o due balene che si erano smarrite.

Il biologo marino del dipartimento dell’Ambiente della Tasmania, Kris Carlyon, ha spiegato che si tratta di un “evento naturale”: gli spiaggiamenti delle specie si sono verificati regolarmente nel corso della storia sia nell’Australia meridionale che nella vicina Nuova Zelanda. “Interveniamo e rispondiamo per far fronte a queste situazioni, ma per quanto riguarda la possibilità di impedire che si verifichino in futuro, c’è davvero poco che possiamo fare”, ha ammesso sconsolato.

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