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La svolta verde di Change.org, la direttrice a TPI: “Non è moda passeggera, ora c’è più consapevolezza sul clima”

Stephanie Brancaforte, direttrice di Change.org Italia, racconta le iniziative della piattaforma in favore della lotta ai cambiamenti climatici

Di Anna Ditta
Pubblicato il 24 Set. 2019 alle 17:58 Aggiornato il 25 Set. 2019 alle 18:59
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Immagine di copertina

La svolta verde di Change.org, la direttrice a TPI: “Non è moda passeggera, ora c’è più consapevolezza”. Parla Stephanie Brancaforte

Gli utenti più affezionati di Change.org si saranno forse accorti che il logo del sito di raccolte firme online ha cambiato colore, diventando verde. Questo cambiamento, che durerà una settimana, è stato lanciato in occasione del nuovo sciopero globale sul clima, in programma questa settimana. TPI ha intervistato sull’argomento Stephanie Brancaforte, direttrice di Change.org Italia, recentemente tornata da Cape Town, dove ha partecipato al summit “Financing our future“, sul ruolo dell’economia nella lotta contro il cambiamento climatico.

Stephanie Brancaforte è intervenuta anche sulla polemica nata dalla denuncia dell’attivista svedese Greta Thunberg nei confronti di 5 paesi (Argentina, Brasile, Francia, Germania e Turchia) che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ma che, secondo l’attivista, non hanno rispettato i loro obblighi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha risposto oggi all’attivista 16enne, parlando di “posizioni molto radicali” che rischiano di “creare antagonismo tra le nostre società”.

È iniziata la settimana di mobilitazione per lo sciopero globale sul clima. A che punto siamo?

Quattro milioni di persone hanno già partecipato al primo giorno di scioperi, ma il numero aumenterà tantissimo. Il movimento All In For Climate Action, che ospitiamo sulla piattaforma Change.org, è arrivato già a 91 petizioni lanciate per la maggior parte da ragazzi, provenienti da 5 continenti, che hanno raccolto oltre 1,3 milioni di firme a livello globale.

Alcuni esponenti di questo movimento sono andati al Summit Onu sul clima. Hanno incontrato Greta Thunberg, Emmanuel Macron, Angela Merkel e hanno anche consegnato una raccolta firme al vicesegretario delle Nazioni Unite Amina Mohammed.

Quel che mi piace di questo movimento è che non è solo europeo o statunitense, rappresenta ragazzi che provengono da paesi di cui si sente veramente poco parlare. In questo modo i giovani europei possono portare il messaggio di coloro che di solito hanno poco accesso al microfono.

Qual è il ruolo di piattaforme come Change.org, che ospitano petizioni e raccolte firme, nella lotta ai cambiamenti climatici?

È importante senza dubbio passare dalle firme all’azione. Ma si tratta di un modo importante per informare le persone della possibilità di agire insieme e invitarle a manifestare, o a intraprendere azioni per fare pressione sia sui governi sia sulle aziende. È un primo passo per una mobilitazione potente e continua. Grazie alla nostra piattaforma All In For Climate Action ha potuto creare una rete attraverso il mondo. Alla fine gli attivisti sono individui, così hanno modo di conoscersi e scoprire che anche possono essere il motore di questo grande cambiamento.

A fine 2018 gli utenti di Change.org in Italia hanno indicato l’ambiente come priorità assoluta da affrontare nel corso del 2019.

Sì, abbiamo fatto una serie di sondaggi sulle priorità degli utenti in Italia. Al primo posto c’era l’Ambiente e poi il Lavoro. Poi abbiamo fatto un approfondimento sulle sottocategorie e abbiamo visto che il 71  per cento degli utenti erano favorevoli a un piano d’investimenti per la crisi climatica.

Conte ha inserito il Green New Deal tra i punti programmatici del governo. Una buona notizia?

Ci ha fatto senza dubbio piacere. Abbiamo fatto delle domande specifiche ai maggiori partiti durante le Europee e sia il Pd sia M5S si sono dichiarati favorevoli ad allocare dei fondi contro i cambiamenti climatici, come richiesto da circa 3/4 dei nostri utenti. Gli utenti di change.org erano tra le poche voci a dire che serviva qualcosa di simile a un Green New Deal, ma ovviamente le singole voci non hanno agito in isolamento. Ad esempio, abbiamo sulla piattaforma anche Fridays for future e la loro petizione.

Ha potuto confrontarsi con gli attivisti che hanno partecipato al Summit delle Nazioni Unite?

Per loro Greta è un eroina e un simbolo importante. Ci sono tantissimi attivisti in tutto il mondo che si stanno spendendo per realizzare questo risultato. Secondo me è una presa di coscienza che andrà sempre crescendo, non è una moda: è una presa di coscienza profonda.

Ho lavorato sul tema per anni, quando a Greenpeace ho diretto il team internazionale sul clima per 4 anni, adesso vedo proprio la consapevolezza che tutti i problemi siano legati ai cambiamenti climatici: dalle disuguaglianze al modello di sviluppo economico. Adesso tanti movimenti vedono la necessità di essere coinvolti in questa lotta, è necessario che si uniscano per affrontare questo problema. Non è un problema politico, è un problema esistenziale.

Torniamo all’idea di fare rete.

Esatto, abbiamo visto il ruolo delle Chiese organizzate, dell’Agricoltura, del Turismo, persino delle linee aeree. Non c’è un aspetto della vita che non sarà toccato dai cambiamenti climatici.

Insieme ad altri attivisti Greta Thunberg ha denunciato cinque paesi per averle negato il diritto all’infanzia. Macron ha risposto, rivendicando quanto fatto nella lotta ai cambiamenti climatici e chiedendo di mettere da parte gli antagonismi.

Ci sono tante altre cose che la Francia potrebbe fare per diminuire le emissioni a livello globale. Tante banche francesi sono coinvolte nei finanziamenti di soggetti che danneggiano il clima e anche società francesi all’estero che inquinano molto e perpetuano la nostra dipendenza dalle fonti fossili.

Ha fatto bene quindi Greta a denunciare questi paesi?

Sicuramente sì. Anche se in un certo senso è utile non lottare da soli e aiutare gli Stati a creare un piano. Il 13 settembre abbiamo organizzato la prima riunione con la società civile in Italia per parlare di un Green New Deal italiano, basato sulla consultazione dal basso. Questo modello è importante, soprattutto se avviene sulla base di una consultazione della volontà di tante persone, per contrastare insieme la disuguaglianza e la crisi climatica.

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