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Augusta, il parroco che tiene la lista dei morti di cancro a TPI: “Qui il nemico è lo Stato”

Don Palmiro Prisutto è il parroco che ha lanciato una petizione online contro l'inquinamento in provincia di Siracusa. Dal 2014 tiene una lista delle persone morte di cancro nella zona

Di Anna Ditta
Pubblicato il 11 Apr. 2019 alle 12:45 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:59
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Immagine di copertina
Don Palmiro Prisutto

“Da parroco celebro i funerali, vedo l’età dei morti e il tipo di malattia che li ha fatti morire. La mia statistica, che non è quella ufficiale, ma è quella reale, è che se ho avuto 25 funerali e 20 sono di cancro allora no, c’è sicuramente qualcosa che non va”.

Padre Palmiro Prisutto è il parroco di Augusta, in provincia di Siracusa. Dal 2014 tiene una lista molto particolare: quella dei morti di cancro nella sua città, intorno alla quale sorge un vasto polo petrolchimico sviluppatosi negli anni Cinquanta.

Insieme ad alcuni suoi concittadini, il parroco ha lanciato di recente una petizione su Change.org che è già arrivata a 165mila firme, in cui chiede di fermare l’inquinamento nella zona tra le città di Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa.

“Non posso dire che la mortalità di cancro ad Augusta sia uguale alle statistiche ufficiali”, dice. “A meno che tutti i morti di cancro non siano nella mia parrocchia, e allora sarei preoccupato”.

“Ad Augusta non c’è una casa che non sia toccata da questo problema. Siamo 36mila abitanti, supponendo che ci sia una vittima o un malato di cancro per ogni casa, e che ci siano mediamente 4 persone ogni famiglia, i morti o le potenziali vittime di cancro ad Augusta sarebbero 9mila. Questo nessuno ha il coraggio di dirlo, altrimenti dovremmo parlare di strage”.

“Posso dire che nella mia famiglia, nel ramo più vicino, quello di primo grado, casi di cancro ne abbiamo avuti sei”, prosegue Padre Palmiro. “Non è un caso a famiglia, sono di più”.

Quando ha iniziato a compilare questa lista e perché?

Ho cominciato a compilare la lista a febbraio 2014. In quel periodo abbiamo visto che c’è stato un picco di morti per cancro, che faceva saltare ogni genere di statistica. Allarmato da questa situazione, fatto qualche riscontro con gli impresari delle pompe funebri, sono dovuto necessariamente scendere i campo.

Sono stati i parenti delle persone morte di cancro a venire da lei oppure è stato lei ad andare da loro?

Già da tempo chiedevo di fare questa lista, ma nessuno di presentava. Allora ho detto ai parenti: giorno 28 celebrerò una messa per ricordare i nostri parenti morti di cancro. Se volete darmi i nominativi dei vostri cari, io li metterò in questa lista che leggerò durante la messa. Così la gente ha cominciato a portare i nomi. Quando celebro la messa i parenti sono contenti di sentire nominare i loro cari. Se non fosse stato così, per avere i nomi avrei dovuto fare qualche altro passaggio, ma la legge sulla privacy me l’avrebbe impedito.

Lei a proposito di questi nomi ha parlato di “omicidio istituzionale”, come mai?

Da queste parti la morte di cancro non possiamo considerarla una morte naturale. Le matrici ambientali sono ampiamente compromesse, sia quella marina sia l’aria, il suolo e il sottosuolo. Si vive circondati e sommersi dall’inquinamento. Non possiamo dire che siano gli stili di vita, o la densità delle automobili a influire. Ci sono tutta una serie di altri fattori, il primo dei quali riteniamo essere la presenza del grande polo petrolchimico che sta nelle vicinanze delle città di Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa.

Quando è iniziata a nascere la consapevolezza del problema ambientale nella zona?

La questione è stata messa in evidenza negli studi del dottor Giacinto Franco (primario di pediatria dell’ospedale di Augusta, ndr) e con l’impegno di Antonino Condorelli, all’epoca pretore della città di Augusta. Ci furono diverse morie di pesci nel porto della città, poi un picco di nascite di bambini con delle malformazioni, collegabili sicuramente a matrici ambientali. Parliamo della fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.

Ma ovviamente, una volta scoperto il problema, bisogna studiarlo. Sono passati già diversi decenni e ancora non possiamo dire che sia stata prestata la massima attenzione a un problema così grave.

Gli studi ora ci sono, anche grazie alla crescita della cultura ambientalista e alla lotta contro il ricatto occupazionale. Ma non bastano per smuovere a livello politico le istituzioni che dovrebbero dare una risposta. Si tende sempre a minimizzare la vicenda, il ricatto occupazionale influisce in modo pesante.

C’è chi dice “meglio morire di cancro che morire di fame”.

Il diritto alla vita, alla salute e al lavoro non possono essere calpestati, sono valori fondamentali della Costituzione. Ma bisogna che lo siano davvero, non solo sulla carta.

Questa contrapposizione è stata posta anche nel caso dell’ex Ilva di Taranto.

È l’arma che loro utilizzano maggiormente. Però bisogna dire con franchezza una cosa: altrove, in situazioni più o meno analoghe, l’intervento dello Stato c’è ed è stato deciso, perché è stato individuato l’avversario, il colpevole, il nemico. Ad esempio, nella Terra dei Fuochi c’è la Camorra, a Taranto c’è il ricatto occupazionale.

In questa zona, a mio avviso, la situazione è ancora più grave. Ma il primo avversario non sono tanto le aziende, quanto lo Stato, che non riesce a intervenire. Sono 30 anni che chiedo l’intervento dello Stato in questa vicenda, e lo Stato risponde semplicemente con lettere prestampate. Che ce ne facciamo delle lettere prestampate?

Magari la gente partecipa alle marce, ai cortei, ma quando lo Stato non risponde a questa richiesta democratica dei cittadini, le persone si scoraggiano e mollano tutto. Così arriviamo al fenomeno per cui le nuove generazioni, quando prospettano il loro futuro, dicono: “Noi dopo il diploma ce ne andiamo, qua non ci rimaniamo più”.

Oggi la popolazione sta provando a far sentire la propria voce, anche attraverso la petizione che avete lanciato. Lei è ottimista?

La petizione sta facendo muovere le acque. Sono convinto anche che quelli del posto che l’hanno sottoscritta sono tanti, ma non quanti potrebbero essere. Abbiamo però della solidarietà da fuori, e questo vuol dire che il messaggio è passato.

Sarò davvero ottimista solo quando vedrò le istituzioni scendere di persona ad Augusta, mettersi attorno a un tavolo e affrontare il problema davanti alla popolazione. Se si discute di questi temi a Roma o a Palermo, temiamo che ci si accordi contro i cittadini, non a favore. Finora questa è l’impressione che è stata data.

Si riferisce a qualche episodio in particolare?

Ci vogliono le valutazioni di impatto ambientale, le Aia, i tavoli di concertazione, c’è una terminologia un numero di passaggi incredibile. Solo che l’inquinamento c’è e non aspetta di certo gli adempimenti burocratici. Qui tutti i giorni si avverte puzza, la gente soffre per i malori dovuti a queste esalazioni, ma non sappiamo neanche quali sono gli inquinanti che ci torturano continuamente.

Non si tratta neanche di una sola industria.

Il problema è proprio questo. Essendo tante aziende ed essendo una accanto all’altra, se succede qualcosa – a meno che non si veda la nuvola di fumo che esce da un certo impianto – non si capisce da dove venga il problema e ognuno dice di essere in regola. Alla fine è un serpente che si morde la coda.

La procura ha provato a intervenire, disponendo dei sequestri, ma non ritengo che ci sia riuscita al cento per cento. A un certo punto si riaprono gli impianti e tutto continua come prima.

Quale sarà il prossimo passo dopo la petizione?

A mio avviso occorrono due elementi. Innanzitutto, che il Consiglio dei ministri affronti il problema, facendo una riunione operativa qui sul posto. Qualche anno fa c’è stato il G8 a Siracusa, io propongo di farlo qui in mezzo ai fumi del polo petrolchimico, che la gente sopporta continuamente. Condividendo i disagi della popolazione anche i politici si smuoverebbero per fare qualcosa.

Un’altra idea che ho proposto è che, visto che l’età media qui si è abbassata, perché non fare una legge per gli abitanti delle aree SIN, che consenta loro di andare in pensione qualche anno prima, per godersi un po’ la pensione? Perché qui c’è la maledizione che appena arrivano a quell’età, ammesso che ci arrivino, dopo pochi mesi arriva la mazzata: hanno il cancro e molti sono in una fase talmente avanzata da non avere speranza.

Posso chiederle a quanto è arrivata la sua famosa lista?

Siamo fermi a 923, se ne è aggiunto qualcuno negli ultimi giorni. Ma purtroppo la lista può essere aggiornata solo se i parenti vengono liberamente a dare i nomi delle vittime di cancro, e purtroppo qui molta gente ha ancora paura a esporsi. Non arrivo a capire il motivo di questa paura, se non collegandola al fatto che si può essere oggetto di ritorsione da parte delle aziende.

In che senso?

Chi più o chi meno qui tutti hanno parenti che lavorano nel polo petrolchimico, potrebbero fare qualche tipo di pressione.

C’è qualcuno nelle istituzioni che vi è stato più vicino?

Aspettiamo dal mese di novembre la visita del ministro Costa. Aspettiamo anche la visita del presidente della Repubblica, che magari viene a Siracusa ma non si degna di fermarsi una sola ora ad Augusta. Sembra che commemorare le vittime di cancro ad Augusta, Priolo e Melilli non interessi a nessuno.

>>Disastro ambientale Taranto, avvocato denuncia lo Stato e inizia lo sciopero della fame: “Basta malattie e morte”

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