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Serbia, migliaia di manifestanti a Belgrado hanno occupato la TV di stato per chiedere le dimissioni del presidente Vucic

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Credit: Oliver BUNIC / AFP

A Belgrado, in Serbia, migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Aleksandar Vucic. Nella serata di sabato 16 marzo alcuni manifestanti hanno fatto irruzione nella sede della Tv di stato Rts e 7 di loro sono stati attestati. Se entro le 15 di oggi i 7 fermati non saranno rilasciati, i manifestanti sono pronti a tornare in piazza.

Gli oppositori protestano contro l’autoritarismo di Vucic, accusato di usare i media per soffocare il dissenso.

Le proteste pacifiche vanno ormai avanti da 3 mesi. La tensione è salita negli ultimi giorni e i manifestanti si sono scontrati con la polizia in assetto antisommossa.

Tra gli slogan dei manifestanti vi sono “Vucic ladro” e “Vucic dittatore”.

“Non permetteremo mai a una minoranza di mille, due, cinque o centomila persone di prendere il potere solo perché è violenta”, ha detto Vucic commentando le proteste e definendo fascisti e tycoon bulli coloro che secondo lui guidano la protesta.

Tra questi vi sono Bosko Obradovic, leader del movimento di estrema destra Dveri, e l’ex sindaco di Belgrado, Dragan Djilas, e all’ex ministro degli Esteri Vuk Jeremic.

I manifestanti sono scesi in piazza anche in altre città del paese.

Già 19 anni fa, nell’ottobre del 2000, la sede della Tv di stato era stata presa d’assalto dai manifestanti che avevano fatto crollare il regime di Slobodan Milošević.

In questi giorni si sono svolte manifestazioni anche in Montenegro e Albania.

In Montenegro migliaia di persone hanno marciato nella capitale Podgorica per chiedere le dimissioni del presidente Milo Đukanović.

Đukanović governa il paese balcanico da trent’anni.

In Albania una protesta inizialmente pacifica è degenerata dopo l’attacco da parte di alcuni manifestanti alla polizia schierata davanti alla sede del Parlamento. Si trattava della quinta protesta da metà febbraio. L’opposizione chiede nuove elezioni dopo le accuse di corruzione al primo ministro Edi Rama.