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“50mila visti per far scappare le persone dalla Libia”, il coordinatore di Mediterranean Hope a TPI

TPI ha incontrato Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, il progetto delle Chiese Evangeliche Italiane che si occupa di migrazione

Immagine di copertina
Credit: Taha JAWASHI / AFP

È passato più di un mese da quando Malta ha autorizzato lo sbarco delle 49 persone a bordo delle navi delle ONG Sea Watch e Sea Eye, dopo una lunga trattativa tra i paesi membri dell’Unione europea.

Germania, Francia, Portogallo, Irlanda, Romania, Lussemburgo, Olanda e Italia erano i Paesi che avevano dato l’ok all’accoglienza non solo delle 49 persone a bordo ma anche di altre 250 salvate dalla Guardia Costiera maltese nei primi giorni del 2019.

Il Governo italiano era giunto a questa disponibilità dopo una lunga trattativa interna tra il Ministro degli Interni che diceva “Io non ne so nulla, io non ho autorizzato nessuno” e il Presidente del Consiglio che invece trattava con Bruxelles per avviare le procedure di sbarco e accoglienza. Alla fine l’accordo è stato raggiunto anche grazie alla Federazione delle Chiese Evangeliche che si è messa a disposizione per accogliere coloro che sarebbero arrivati in Italia.

Abbiamo incontrato Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, il progetto delle Chiese Evangeliche Italiane che si occupa di migrazione.

Partiamo dal principio: com’è andata la trattativa con il governo? Avete trovato la porta aperta quando avete dato la disponibilità?

Nei primi giorni di gennaio, durante quello stallo assurdo, abbiamo contattato Emanuela Del Re, Vice Ministra per gli Affari Esteri con la delega alla Cooperazione Internazionale. Lei è sempre stata aperta al dialogo con noi.

Abbiamo fatto una proposta, abbiamo detto che le nostre strutture e risorse erano a disposizione delle persone che sarebbero arrivate in Italia. Solo che poi non abbiamo saputo nulla, fino alla dichiarazione di Conte di qualche giorno dopo.

Dopo lo sbarco cosa è successo? Avete ricevuto notizie su queste persone?

Non abbiamo saputo più nulla, almeno da parte del governo Italiano. Sappiamo per certo che alcune delle persone sbarcate sono andate in Lussemburgo, quindi qualcosa negli altri Paesi si sta muovendo.

Sicuramente non sono né in mare né in Libia e questo ci conforta, però vorremmo che si risolvesse questa situazione. Non sappiamo nemmeno quanti ne arriveranno in Italia, forse 8, forse 10 o 12. Il numero esatto non era stato deciso. C’era solo un gruppo di Paesi “volenterosi” pronti ad accoglierli.

Avete avuto contatti con le autorità maltesi?

Si, abbiamo avuto dei contatti e sappiamo che sono in un campo simile a quelli italiani. Diciamo che non è la condizione migliore del mondo, ma non sono nemmeno in emergenza.

Aspettiamo che si sblocchi questo lungo stallo tra i paesi europei e che l’Italia faccia i suoi passi.

Per voi invece quali sono i prossimi passi?

Continueremo a lavorare sui corridoi umanitari, vogliamo velocizzare le procedure per i visti del secondo contingente. Siamo in tutto a 1.600 arrivi, ne mancano 400 circa e il progetto scade a dicembre 2019. Siamo fiduciosi che si rinnoverà questo progetto e che avremo altri visti umanitari a disposizione.

Pensa che sia un modello replicabile a livello comunitario?

Penso che dovremmo coinvolgere i Paesi volenterosi che sono convinti che questa sia la formula giusta. Dico volenterosi perché fin quando nel Consiglio Europeo ci sarà il diritto di veto anche di un solo stato, ci sarà sempre un Paese che lo userà.

Penso all’Ungheria di Orbàn ma anche ad altri. Da parte della Germania credo possano arrivare risposte positive e credo che Italia, Spagna, Francia e Belgio continueranno su questo progetto che è l’unico che garantisce la sicurezza per tutti, persone che arrivano e Stati che accolgono.

Lavorando sull’accoglienza avete avuto modo di conoscere i racconti delle persone che sono passate in Libia, quale pensa possa essere la soluzione di quella situazione?

Costruire un corridoio umanitario europeo che riesca a mettere in salvo le 50.000 persone che si trovano in Libia. Il salvataggio in mare resta un dovere morale, oltre che un obbligo imposto dalle normative internazionali.

Le ONG con le loro navi fanno un lavoro incredibile, ma insieme a loro dobbiamo costruire un flusso legale che distrugge il business dei trafficanti di persone.

Questo consentirebbe anche una maggiore possibilità di stabilizzare la Libia e far si che in prospettiva non sia un campo di battaglia, dove anche i campi profughi sono un bersaglio, ma un luogo sicuro per tutti, senza chi lucra sulle persone.