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Meno lezioni, meno donazioni e pagate ‘ste tasse

Il commento di Giulio Cavalli

Immagine di copertina
Flavio Briatore

Si potrebbe partire dalle parole Rutger Bregman. Bregman 30 anni, è uno storico e scrittore (in Italia ha scritto “Utopia per Realisti” uscito per Feltrinelli) e il 25 gennaio scorso è stato invitato a intervenire al Forum di Davos, l’annuale incontro organizzato dal World Economic Forum in cui i leader mondiali (c’è scritto così nel volantino) si incontrano con i rappresentati delle grandi società e con i responsabili delle principali organizzazioni economiche.

Di fronte all’elegantissima platea (tutta gioielli e vestiti su misura) Rutger Bregman, con il suo riporto biondo che non nasconde per niente la sua calvizie galoppante e con la maglietta della salute che faceva capolino capolino dal colletto sgualcito e scravattato della sua camicia, si è alzato e ha detto, serafico: “È la prima volta che vengo a Davos e la trovo un’esperienza piuttosto incredibile, a essere onesto”.

“Cioè, 1.500 aerei privati hanno volato fino a qui per un discorso di David Attenborough su come stiamo distruggendo il pianeta. Qui le persone parlano di partecipazione, giustizia, uguaglianza e trasparenza, ma nessuno solleva l’argomento dell’evasione fiscale, giusto? E del fatto che i ricchi non pagano la loro parte, quella che è giusto che paghino. Mi sento come a una conferenza di pompieri in cui non è permesso parlare dell’acqua”.

“C’è stato solo un incontro – nascosto tra altre cose, al media center – in cui si è parlato di evasione fiscale. Ero una delle 15 persone che hanno assistito. Qualcosa deve cambiare qui. Dieci anni fa il World Economic Forum si pose la domanda ‘Cosa deve fare l’industria per prevenire un grosso contraccolpo sociale?’. La risposta è molto semplice: smettete di parlare di filantropia e cominciate a parlare di tasse. Tasse, tasse”.

Immaginate la faccia dei presenti. Deve essere stata a forma di frana. Eppure l’intervento di Bregman si potrebbe trasportare, paro paro, qui da noi e ripeterlo in loop ai nostri maestri di imprenditoria che vanno in onda sui diversi canali televisivi.

Li riconosci subito perché sono divisi in categorie facili facili. Ci sono i liberisti con i diritti degli altri. Fanno sorridere questi capitalisti turboliberisti che d’improvviso diventano nazionalisti e per niente globali.

I Berlusconi quando si lamentarono della scalata di Bolloré al loro impero televisivo e improvvisamente il mercato globale (che hanno alimentato ed elogiato per anni) è diventato il peggiore dei mali.

Insomma, questi sono liberisti solo se riescono a stare sulla cresta dell’onda del liberismo, altrimenti diventano subito filocubani. Coerenti con l’interesse personale, sempre: quando si è trattato di svendere i diritti dei lavoratori ci accusavano di avere uno sguardo troppo limitato e ora basta un francese come Bolloré per sentirli strillare urlando all’invasore.

Ci sono i capitalisti senza capitali. Di questi siamo strapieni. Sono quelli che come capitale non hanno mica soldi (sì, troppo facile): il capitale fondamentale in questo nostro paese è la possibilità di mischiarsi con la politica rendendola convergente agli interessi della propria azienda.

Di solito anche loro sono liberisti con i diritti, solo che questi non hanno nemmeno i soldi, cioè hanno quelli degli altri. Chiedete alla Fiat cosa sarebbe stata senza Stato, nonostante allo Stato abbia dato troppo spesso lezioni e si sia dimenticata troppo spesso di ringraziare.

Oppure chiedete a Oscar Farinetti com’è gli è stato facile costruire un’enorme rete business sul cibo più o meno biologico (vale la pena leggere il bel libro “La danza delle mozzarelle”) con la vetrina mondiale del Padiglione Italia durante l’ultimo Expo (senza gara d’appalto, ovvio) oppure con il suo Fico (che più che un negozio è diventato un parco divertimenti che mica per niente è chiamato a Bologna la Disneyland del cibo), che sopravvive su una serrata alternanza scuola/lavoro (la Regione Emilia Romagna ha speso 400mila euro per la formazione di persone per le quali non c’è assolutamente la certezza di un’eventuale assunzione).

Piccolo particolare: i capitalisti senza capitali li ritrovi sempre nelle fotografie del potente di turno. Cambia il potente. Lui lo ritroverete sempre. E infine ci sono i peggiori: gli evasori che pretendono di essere trattatati da filantropi se non addirittura da maghi dell’imprenditoria.

In Italia l’evasione fiscale raggiunge i 108 miliardi all’anno: 97 miliardi di tasse e quasi 111 miliardi di contributi previdenziali. Badate bene, è il Ministero dell’Economia a scriverlo nero su bianco.

In Italia ha evaso le tasse Valentino Rossi ma soprattutto ha evaso le tasse Gino Paoli, che comunque siede serenamente nelle poltrone alte della SIAE. Problemi seri con il fisco ne ha avuti Flavio Briatore (sì, quello che ci insegna come sia impossibile fare l’imprenditore in Italia perché siamo un branco di imbecilli).

Ha patteggiato con il fisco anche Ezio Greggio, che dai banchi di Striscia la Notizia si diverte a randellare tutti gli altri, proprio lui. Lo stesso Cristiano Ronaldo, re degli idoli pagani che l’Italia ha adottato recentemente, ha dovuto patteggiare con il fisco.

La Apple ha recentemente trovato un accordo con l’erario italiano: ha pagato 318 milioni di euro furbescamente risparmiati spostando la propria sede in Irlanda.

E ha proprio ragione Bregman: dovrebbe essere vietato parlare di filantropia quando nel mondo la disparità (e la furbizia) fiscale è un tratto caratteristico che non si riesce e a debellare e che a pochi sembra importare.

Diventa difficile parlare di “Europa unita” se spostarsi di qualche chilometro permette furbescamente di fare schizzare gli utili risparmiando su tasse e su imposte.

Avremmo bisogno di qualche lezione di moralità in meno dai nostri grandi imprenditori e di qualche lezione in più di onestà sugli obblighi fiscali da assolvere. Il mondo si salva pagando le tasse, mica con le cene di beneficienza.