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Cambiamo la Giornata della Memoria: oggi il ricordo della Shoah è diventato troppo banale

Il commento di Fiorenza Loiacono

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Come ogni anno, ieri si sono tenute a livello internazionale le commemorazioni relative alla Shoah.

Settantaquattro anni sono passati dal 27 gennaio 1945, eppure questo ricordo è ancora qui, ad allungarsi come un’ombra sul presente e ad insinuarsi in un modo o nell’altro nelle nostre esistenze, soprattutto attraverso una gestione deleteria e ripetitiva del ricordo, di anno in anno sempre più uguale a se stessa.

Viene da domandarsi se l’istituzione del Giorno della Memoria in Italia e dell’Holocaust Remembrance Day da parte dell’ONU abbia avuto un senso per il progresso della civiltà.

Perché di fatto questo è il motivo per cui la commemorazione di un evento così catastrofico è stata voluta e promossa da importanti organismi internazionali e da molto Stati.

A parte qualche barlume di luce, appare evidente che la tenuta etica, la qualità del vivere comune in Europa ma anche negli Stati Uniti siano terribilmente regredite rispetto alle conquiste compiute nel dopoguerra sul piano della democrazia e dei diritti.

C’è qualcosa che non va. Per rendersene conto basta osservare lo stato in cui versa la vita di noi cittadini, in Italia e non solo. Si provi a guardare lontano ma anche vicino, dove sono le notizie, le immagini, e le parole che raccontano il dolore.

Ci si domandi se sia degno del nostro essere venuti al mondo, di una esistenza che non dovremmo sperperare, il nostro assistere impotenti allo scempio che di giorno in giorno viene perpetrato sull’umanità, la nostra e quella degli altri.

La nostra quando non esercitiamo il nostro libero arbitrio, le possibilità di scelta, quando rinunciamo a esercitare il pensiero, il giudizio e a mettere in atto azioni che ci restituiscano a noi stessi.

Quella degli altri quando sono abbandonati a se stessi, senza l’offerta di un aiuto.

Il Giorno della Memoria, che dovrebbe portare la mente sulla storia di un genocidio di devastanti proporzioni compiuto dall’umanità contro una sua stessa parte, non ha nessuna utilità se non porta alla conoscenza e alla comprensione dei meccanismi e delle dinamiche politiche e culturali, sociali e psicologiche attraverso cui gli esseri umani hanno distrutto altri esseri umani.

Non ne ha nessuna in Italia, se non spinge a riflettere sul fascismo, sulle colpe italiane, sulle responsabilità delle leggi razziali, sulla consegna tutta italiana di migliaia di cittadini di origine ebraica ai nazisti.

Non ha senso se non apre gli occhi sul presente. Ciò che è ripetitivo è sterile, perché non spalanca la visione sulla realtà e non aiuta a stabilire un nuovo cammino.

A parte alcune iniziative encomiabili che a macchia di leopardo sono state organizzate sul territorio nazionale e che diffondono conoscenza sugli accadimenti, la commemorazione della Shoah è stata ampiamente ridotta a livello collettivo a una edulcorata banalizzazione dell’evento storico o a un insopportabile indugio sulla sofferenza e sull’orrore.

Si celebra il ricordo e intanto la gente naufraga in mare, nella migliore delle circostanze salvata da poche persone di buona volontà, nella peggiore lasciata annegare.

Perché questa memoria non funziona? Perché non sospinge la popolazione a riflettere profondamente. Il più delle volte non favorisce la conoscenza e affossa nell’angoscia, oppure sprona al distanziamento attraverso la retorica e la volgarizzazione degli eventi.

In molti casi acuisce i sensi di colpa ma al contempo inibisce l’azione con il suo carico pesantissimo. L’ascolto di discorsi altisonanti sul ricordo, di concerti bellissimi e commoventi, la visione di film terribili e conturbanti ha spesso come effetto principale lo scivolamento nelle maglie dell’orrore e della morte, di una sofferenza che resta lì, cristallizzata e muta.

Ciò accade quando, al di là del ruolo esercitato dalle emozioni, non prende forma una vera narrazione, cioè lo stabilirsi di legami di senso che favoriscano la conoscenza e dotino di una carica vitale per il futuro.

Se l’orrore è presentato ai nostri occhi per quello che è, senza essere spiegato, compreso nelle sue trame, nelle sue dinamiche, si soffre, ci si estrania, ci si distrae, si spegne la tv e si cerca in qualche modo di tornare alla propria vita con la speranza che quelle cose non succedano più e che tutto cambi.

Ma può mai nascere la speranza dal ricordo di un male che resta inalterato nella mente, rinforzato ogni anno da una ripetizione sempre uguale a se stessa? No, non è da qui che nasce la speranza né la possibilità del cambiamento.

Perché il movimento, il rinnovamento si imprime anche con la vitalità. Con la valorizzazione dell’essere umano quale creatura senziente e consapevole e che può mutare le cose attraverso la forza della conoscenza, del pensiero e della volontà.

Se il ricordo della Shoah deve restare intrappolato nella gabbia della retorica e nelle tenebre dell’angoscia, allora non vi è via di scampo.

Si provi a pensare a un’esperienza traumatica personale, a qualcosa cui non si vuole più pensare perché nella propria vita ha provocato molta sofferenza. Si tocca il ricordo e subito si fugge via. Si evita di inoltrarsi in esso per paura di rivivere quanto è accaduto nel passato.

Tuttavia, questa non è una forma di liberazione perché tutto resta inalterato. Il nodo permane lì, inelaborato, non visto, non capito, come una presenza che resta a ingombrare l’esistenza, vincolando e condizionando le scelte del presente, la qualità della propria vita, spingendo nuovamente verso l’errore a causa della mancata comprensione e della presa di distanza.

A livello generale, con la memoria della Shoah va un po’ così. Si sfiora il ricordo, lo si ammanta con la retorica o con l’edulcorazione per renderlo più inoffensivo, e infine lo si rifugge. Di fatto, inoltrarsi in quel materiale bruciante costituisce un’esperienza dolorosissima. E tenerne conto è fondamentale per reimpostare il lavoro di memoria all’interno della nostra comunità.

Se si vuole tornare a vivere degnamente, a favore del progresso civile, allora il ricordo va portato alla luce, arieggiato, visto nelle parti che lo compongono. Non si tratta di un percorso semplice né immune dalla sofferenza. Anzi.

Perché rende evidenti le ampie e devastanti possibilità da parte degli esseri umani di compiere il male. Ma almeno, se si impara a riconoscere queste possibilità, si può finalmente imparare a schivarle. Si è liberi di dire no. E di dirlo in tempo.

Solo portando lo sguardo oltre la superficie dei morti e di una sofferenza viscerale, si può recuperare la visione dei passi, del percorso che ha condotto sin lì.

E solo dalla comprensione di questo percorso, si può guadagnare la strada verso la libertà, cioè delle possibilità nuove attraverso cui il passato può essere lasciato alle spalle, senza sentirsi in colpa e arricchendo il presente con l’espressione del proprio valore.

Senza una valorizzazione delle possibilità umane di emancipazione e un lavoro di conoscenza e di riflessione profonda, il ricordo della Shoah diventa una rituale e dolente messinscena, un indugio sulla violenza che sa di tortura, una memoria che non libera ma incatena senza concedere spazio di libertà ai vivi.

Piuttosto bisogna insistere sulle potenzialità di rinnovamento degli esseri umani, sulla bellezza della libertà di pensiero, sul suo esercizio critico e sulla capacità di giudizio, dalla cui assenza un simile massacro di umanità ha preso sempre più corpo.

Attraverso la conoscenza bisogna puntare sui nuovi inizi – come scriveva Hannah Arendt – che costituiscono il principio dell’essere liberi. Solo questo può segnare un punto di svolta in una gestione sterile, immobile e inutilmente dolorosa del ricordo, affinché il carico di morte resti al passato e al presente venga concessa una nuova possibilità di vita.