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Chiese chiuse e preti arrestati: la repressione del cristianesimo in Cina

Il piano del governo prevede anche la "ritraduzione" della Bibbia, per trovare punti in comune con il socialismo e stabilire una "corretta comprensione" del testo sacro

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Credit: Getty Images

Il Partito comunista cinese è sempre più repressivo nei confronti della Chiesa cristiana, i cui fedeli continuano a crescere in un paese in cui professare la propria religione è sempre più pericoloso.

Secondo quanto denunciato dai fedeli e dagli attivisti per i diritti umani, il governo ha dato il via alla peggiore repressione della religione dalla Rivoluzione culturale del paese messa in campo dai tempi di Mao Zedong nel 1966.

L’attuale repressione, alimentata dalle preoccupazioni del governo per il crescente numero di cristiani e dai loro collegamenti con l’Occidente, non mira tanto a distruggere il cristianesimo, quanto a ridurne l’importanza.

“Il governo ha orchestrato una campagna per mettere in ombra il cristianesimo, per trasformarlo in una religione pienamente addomesticata che segua gli ordini del partito”, ha detto Lian Xi, professore alla Duke University in Carolina del Nord, intervistato dal Guardian.

La repressione – Nel 2018 i governi locali hanno chiuso centinaia di congregazioni non ufficiali che operano al di fuori della rete ecclesiastica approvata dal governo. In un comunicato ufficiale, 500 dirigenti di chiese “domestiche” hanno denunciato che le autorità hanno rimosso le croci dagli edifici sacri, costretto ad appendere la bandiera cinese e a cantare canzoni patriottiche, vietando inoltre ai minori di frequentare questi luoghi.

“Il Partito comunista cinese vuole essere il dio della Cina e del popolo cinese. Ma secondo la Bibbia, solo Dio è Dio. Il governo ha paura delle chiese “, ha detto Huang Xiaoning, il pastore della Chiesa riformata dalla Bibbia di Guangzhou.

I governi locali hanno anche chiuso le chiese “sanzi” approvate dallo Stato, oltre ad aver bandito le scuole domenicali e i ministeri giovanili.

Il controllo del governo – “L’obiettivo non è quello di sradicare le religioni”, ha detto Ying Fuk Tsang, direttore del Christian Study Center on Chinese Religion and Culture dell’Università cinese di Hong Kong. “Il presidente Xi Jinping sta cercando di stabilire un nuovo controllo sulla religione, fermandone  lo sviluppo. [Il governo] mira a regolamentare il ‘mercato religioso’ nel suo complesso”.

Anche se il Partito comunista si dichiara ufficialmente ateo, il cristianesimo è una delle cinque religioni permesse dal governo e la libertà religiosa è garantita dalla costituzione fino dagli anni Ottanta. Almeno on teoria.

Per decenni, le autorità hanno tollerato le chiese clandestine che si sono rifiutate di registrarsi presso organismi governativi per non essere obbligate ad adattare gli insegnamenti imposti dal Partito comunista.

L’aumento esponenziale di fedeli però sta preoccupando sempre più il governo, diventato diffidente nei confronti del cristianesimo e dell’Islam in particolare a causa dei loro legami oltreoceano. Nello Xinjiang per esempio il governo reprime da anni le minoranze musulmane, in particolare gli uiguri, arrestati e deportati in veri e propri campi di rieducazione.

> Cina, musulmani arrestati e costretti a bere alcolici e mangiare maiale nei campi di rieducazione: la repressione degli uiguri

Ci sono almeno 60 milioni di cristiani in Cina, che vivono sia nelle aree rurali che in quelle urbane, e molte chiese hanno legami con l’estero, mettendo in allarme le autorità.

A partire dal 2018, il governo è diventato ancora più repressivo nei confronti della libertà religiosa, aggiungendo ulteriori requisiti per il riconoscimento dei gruppi religiosi. Uno dei suoi obiettivi primari è “promuovere il cristianesimo cinese” attraverso una “riforma del pensiero”: il piano prevede anche la “ritraduzione” della Bibbia, per trovare punti in comune con il socialismo e stabilire una “corretta comprensione” del testo sacro.