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“Gli ambientalisti bestemmiano: stiamo perdendo miliardi di euro di investimenti”, il professore pro trivelle a TPI

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“Noi dovremmo stendere tappeti rossi per le imprese che vengono qui a cercare energia, a portare del progresso. E invece le mettiamo tutte nel freezer, insieme ai loro investimenti”

A parlare a TPI.it è , Davide Tabarelli, presidente e cofondatore di Nomisma Energia, società indipendente di ricerca sull’energia e l’ambiente con sede a Bologna.

trivelle tabarelli

Davide Tabarelli

Professore di economia dell’energia al Politecnico di Milano, Tabarelli ha lavorato come consulente per il settore energetico in Italia e all’estero, occupandosi di tutti i principali aspetti di questo mercato. È stato consulente del Ministero dell’Industria nel 1995 e responsabile della consulenza al Ministero dell’Ambiente per le politiche di riduzione delle emissioni di gas serra.

Da sempre molto critico sulle questioni energetiche in Italia, per il referendum abrogativo sulle concessioni per le trivelle del 2016 aveva espresso la sua opinione pubblicamente: il professore è uno dei primi sostenitore delle trivelle.

Qui l’intervista di TPI al Comitato No Triv.

Le ultime polemiche sulla questione trivelle riguardano l’approvazione del governo per la perforazione nei tre impianti nel mar Ionio, davanti alla Puglia. Perché è stato definito un ritorno al Medioevo, oltre che un voltafaccia del movimento 5 Stelle?

C’è grande confusione sulle tre perforazioni dello Ionio: non sono neanche estrazioni, ma sono permessi di ricerca e sono di gas. Quando esce il gas, va in atmosfera e non succede niente, pertanto è un’assurdità, siamo sempre alle solite, perché ci dovremmo stupire. Ancora una volta qualcuno si è dimenticato che per fare dello sviluppo, serve industria, serve investire, serve esplorare e serve costruire.
Negli ultimi 50 anni abbiamo cercato di ridurre, giustamente, l’uso del petrolio ma invece continua ad essere la fonte più utilizzata.  Basti pensare che ogni anno trasferiamo all’estero 30 miliardi di euro per acquistare gas e petrolio. In questo modo importiamo l’1,7 per cento del nostro Pil. Ci rendiamo conto? Siamo schiavi di un ambientalismo estremo che sta fermando l’Italia.
Le trivelle per lei sono sinonimo di progresso. Perché sono state definite allora “non-strategiche” dopo il referendum del 2016?
Perché è una scorciatoia per rafforzare la falsa promessa della fine dei fossili. Con questa dichiarazione si è convinti che sia sufficiente lo stop alle trivelle per dire che eolico e  fotovoltaico sostituiranno il petrolio. Non è vero. Sono slogan molto superficiali.
In Italia il 70 per cento dell’energia che consumiamo è dato dal petrolio. Nel mondo ci sono 20 mila di quelle che vengono chiamate trivelle che lavorano per noi. È inutile che facciamo gli struzzi sotto la sabbia.
Di che investimenti parliamo? Cosa ci guadagna l’Italia?
Ogni metro cubo di petrolio che usiamo, lo importiamo dall’estero a 24 centesimi. Se lo producessimo noi sarebbero soldi per l’Italia. Profitti nazionali. Dalla ricerca ai serbatoi delle macchine: questo è il settore che potrebbe dare la svolta al nostro paese.
Verrebbe pagata però solo una percentuale allo stato con le perforazioni delle grandi compagnie olio&gas. Come funziona?
Lo sfruttamento delle risorse sul territorio italiano implica che le aziende paghino un affitto allo Stato. Il termine in gergo è royalty, ovvero un prelievo diretto alla “fonte”, il contatore sta allacciato al “tubo” del gas o petrolio che vien fuori dalle piattaforme. Se arriva una compagnia che estrae gas o petrolio in Italia, approvato il progetto, per ogni 100 euro di gas estratto la società estrattiva andrà a pagare il 10%, o il 7% se petrolio, allo Stato. Questi numeri si riferiscono alle attività offshore.
Essendo gli impianti di estrazione costosi nella loro creazione, attivazione e messa in opera, ogni Stato prevede una sorta di sconto, che è chiamato franchigia. Per esempio se tu petroliere estrai 50mila barili di petrolio, avendo sostenuto dei costi per la creazione del pozzo, ti farò una sorta di sconto. Poniamo fino a 50mila barili all’anno, per l’installazione, non te li faccio pagare. Perché devi rientrare del tuo costo. Dal 50.001 esimo barile mi pagherai il 7% o 10% del valore di mercato del prodotto. Così si guadagna sulle trivelle.
Perché i comitati No Triv attaccano allora soprattutto il fatto che per essere una filiera così redditizia, l’Italia non ci guadagna niente?
Sono bestemmie dal punto di vista economico. Che ci sia un rischio ambientale è un conto, che non ci sia un ricavo economico è un altro. L’Italia deve risolvere i suoi problemi di sviluppo, dobbiamo svegliarci. Sono state stralciate dagli ultimi governi le misure che riguardano risorse e petrolio. Perché?
Salvo non toccare le concessioni delle piattaforme dell’Eni. Quelle continuano imperterrite nei nostri mari. Il “rinnovo automatico”, legge del 2016, non è pericoloso?
Sì, è vero, le concessioni delle piattaforme Eni non vengono toccate nell’ultimo emendamento “blocca-trivelle”. Ma il rinnovo avviene perché l’autorizzazione una volta che è stata data esiste, punto. Una cosa simile a ciò che è stato fatto fino a dicembre. Come la concessione Carisio sul giacimento di Novara. Là si poteva produrre, avere un investimento di 200, 300 milioni di euro nella provincia di Novara e invece è stato stralciato. E il governo 5 Stelle se ne è vantato come un successo. Ecco cosa è pericoloso.
C’è una forte opposizione dei territori, dei comitati per motivi ambientali. Le trivelle, anche solo per la ricerca di idrocarburi, come nel caso dei tre impianti dello Ionio, perforano direttamente il fondale marino. Come includere i territori nella discussione?
La pistola ad aria, l’air gun come viene chiamata, si dice faccia danno…Senza considerare che un aliscafo dalla Puglia alle Tremiti fa molto più inquinamento acustico e ambientale delle trivelle. I territori pensano solo al loro piccolo orticello a volte.
Lei parla di sicurezza e salvaguardia dell’ambiente, ma secondo lo special report della conferenza sul clima di Seoul dello scorso ottobre 2018, tra gli impegni mondiali contro il cambiamento climatico, c’è quello di lasciare gli idrocarburi al loro posto, anche oltre le 12 miglia. Come si pone con questa linea guida?
Le perforazioni a tremila metri sono nel pieno rispetto dell’ambiente. Ci sono 3 milioni di pozzi in giro per il mondo, cosa pensa, che le grandi compagnia da miliardi di euro di profitto possano passare sopra alla salute de pianeta?
Ho partecipato alla Cop24 e l’obiettivo è di stare sotto i due gradi di innalzamento delle temperature e il nostro paese in questo è il primo della classe. Le dico che prima di parlare di cambiamento climatico dobbiamo pensare anche alla nostra occupazione e i nostri conti. Quando domani mattina farà il pieno de suo gasolio lo sta comprando dall’estero. È meglio allora continuare a trasferire all’estero, alla Libia, alla Russia, all’Arabia Saudita?