La discarica blu: negli ultimi 40 anni la spazzatura in mare è raddoppiata
Ogni anno si disperdono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Mettendo a rischio interi ecosistemi. Ecco cosa stanno facendo governi e Ong per consegnare acque pulite alle generazioni future
È ancora possibile preservare i nostri oceani e fiumi dall’inquinamento da plastica? Secondo le stime più recenti, ogni anno si disperdono in mare almeno 8 milioni di tonnellate di materiale polimerico. L’accumulo progressivo dei detriti rappresenta una trasformazione strutturale degli ambienti marini, con conseguenze ecologiche ed economiche di lungo periodo.
Nel 1997, nel cuore dell’Oceano Pacifico, è stata scoperta la prima e più grande isola di plastica al mondo, ribattezzata «Great Pacific Garbage Patch» (Gpgp). Purtroppo non è l’unica esistente, i ricercatori hanno rilevato che esistono cinque punti di accumulo: due nel Pacifico, due nell’Atlantico e uno nell’Oceano Indiano.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, l’inquinamento della plastica in mare è raddoppiato dagli anni Ottanta e oggi colpisce circa 267 specie, tra cui tartarughe marine, uccelli marini e mammiferi acquatici.
All’origine del problema
Gli oceani sono una risorsa fondamentale per il nostro pianeta. Assorbono una quota significativa dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane e contribuiscono alla regolazione della temperatura terrestre, motivo per cui vengono spesso definiti il «polmone blu» della Terra. Tuttavia la combinazione di diversi fattori, tra cui la pesca eccessiva, l’inquinamento e il cambiamento climatico, sta riducendo la capacità degli ecosistemi marini di svolgere queste funzioni in modo efficace.
Per comprendere appieno le cause del fenomeno, occorre partire dall’origine dei rifiuti. Una parte consistente delle scorie di plastica che raggiungono il mare proviene dai fiumi. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista Science Advances ha evidenziato che circa l’80% della plastica fluviale dispersa negli oceani è riconducibile a un migliaio di fiumi. Non si tratta necessariamente dei più grandi al mondo come il Nilo o il Rio delle Amazzoni: anche corsi d’acqua di piccole o medie dimensioni situati in aree densamente popolate contribuiscono in modo significativo.
Questo dato dimostra che gran parte dell’inquinamento ha origine da fonti terrestri. Il fenomeno è particolarmente evidente nel Sud-Est Asiatico, che rappresenta una delle aree più esposte al problema, dove la rapida urbanizzazione, l’elevato consumo di plastica monouso e sistemi di gestione dei rifiuti spesso insufficienti, aggravano ulteriormente il problema.
In Paesi come l’Indonesia, secondo maggiore inquinatore di plastica degli oceani dopo la Cina, numerosi corsi d’acqua trasportano quotidianamente grandi quantità di rifiuti fino al mare.
A ciò si aggiunge il trasferimento di rifiuti plastici da Paesi ad alto reddito verso Paesi con un Pil pro-capite più basso, come Indonesia, Thailandia e Vietnam, che ha contribuito ad aggravare la pressione sui fragili sistemi locali di smaltimento.
A Bali sono state individuate più di 350 discariche illegali, a causa della mancanza di impianti adatti allo smaltimento e al riciclo dei rifiuti. Situazioni analoghe si riscontrano in diverse aree del continente africano, dove la crescita urbana e la carenza di infrastrutture favoriscono la dispersione dei rifiuti nell’ambiente.
Un esempio emblematico è la discarica di Mbessus, in Senegal, una delle più grandi del mondo. Pur essendo riconosciuta dallo Stato, non dispone di infrastrutture adeguate per la gestione sostenibile dei rifiuti, contribuendo così alla loro dispersione nell’ambiente.
Discariche prive di efficaci sistemi di contenimento possono trasformarsi in fonti indirette di inquinamento marino, soprattutto nelle zone costiere.
Un’ulteriore fonte di inquinamento è rappresentata dalle cosiddette «reti fantasma», attrezzature da pesca abbandonate o perse in mare, spesso a causa della pesca eccessiva. Essendo composte da materiali sintetici, queste possono persistere per decenni negli ecosistemi marini, continuando a intrappolare e ferire numerose specie e a degradarsi lentamente in frammenti plastici di dimensioni sempre più ridotte.
Le iniziative dal basso
Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse strategie per contrastare il fenomeno. Poiché circa l’80% dell’inquinamento plastico negli oceani proviene da corsi d’acqua e fiumi, molte organizzazioni ambientaliste, tra cui Sungai Watch e The Ocean Cleanup, stanno adottando un metodo particolarmente efficace: intercettare i rifiuti prima che si disperdano in mare.
Sungai Watch, ad esempio, localizza le principali fonti di inquinamento per poter posizionare delle barriere protettive nei punti più critici dei corsi d’acqua, in modo da trattenere la plastica e facilitarne la rimozione.
Un esempio di particolare rilievo è The Ocean Cleanup, nota per i suoi progetti ambiziosi e per i risultati di grande impatto nella rimozione della plastica dagli ambienti acquatici. Oggi rappresenta una delle realtà più innovative nel contrasto all’inquinamento delle acque: opera attraverso un esperto team di ingegneri e scienziati che ha sviluppato sistemi tecnologici avanzati per affrontare il problema. Inoltre, è diventata la prima organizzazione in assoluto a rimuovere la plastica dalla Great Pacific Garbage Patch.
Nel settembre del 2018 è stato lanciato il Sistema 001, il primo dispositivo di pulizia oceanica ad essere effettivamente impiegato: un prototipo di barriera galleggiante a forma di U. Successivamente, per migliorarne le prestazioni, nel 2022 l’organizzazione ha sviluppato il Sistema 03, una versione evoluta e significativamente più efficiente nella pulizia della Gpgp.
Per quanto riguarda gli ambienti fluviali, l’Interceptor Original, presentata nel 2019 dall’organizzazione, è una piattaforma galleggiante automatizzata alimentata ad energia solare. Quest’ultima ha la capacità di raccogliere i rifiuti e di immagazzinarli per il riciclo successivo. Gli operatori possono controllare da remoto i dati relativi ai rifiuti raccolti. Ogni interceptor può rimuovere fino a oltre 100.000 chilogrammi di rifiuti al giorno. Inoltre, l’organizzazione ha condotto uno studio sui fiumi più inquinanti, individuando i punti migliori in cui collocare questi dispositivi.
I dati aggiornati a dicembre del 2025 evidenziano risultati significativi grazie all’efficacia delle soluzioni adottate. Nel solo 2025, sono state rimosse 25mila tonnellate di rifiuti da ambienti fluviali e marini. Complessivamente, dall’inizio delle attività, The Ocean Cleanup ha rimosso circa 45mila tonnellate di rifiuti.
Per perseguire l’obiettivo di rimozione del 90% di tutta la plastica galleggiante entro il 2040, la Ong sta cercando di adottare una soluzione completa che comprende l’intercettazione nei fiumi, la raccolta negli oceani e operazioni di bonifica costiera.
Tuttavia, da soli, questi strumenti non bastano. The Ocean Cleanup sta sviluppando la ricerca per orientare le politiche internazionali al fine di coinvolgere altri soggetti. Nel giugno del 2025, durante la conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani (Unoc), l’organizzazione ha annunciato un programma che coinvolge trenta città in Asia e nelle Americhe per migliorare la rimozione della plastica negli ambienti marini. Entro la fine del decennio, l’obiettivo è la rimozione di un terzo di tutta la plastica dei bacini fluviali.
Cosa fanno le istituzioni
Le soluzioni adottate dalle Ong, pur essendo fondamentali, rappresentano solo una parte della risposta al problema. Negli ultimi anni la cooperazione internazionale ha assunto un ruolo centrale. Emblematico è il caso della Our Ocean Conference, un forum globale nato nel 2014 che riunisce governi, organizzazioni intergovernative, settore privato, Ong e mondo accademico per promuovere impegni concreti nella protezione degli ecosistemi marini. Nel corso delle varie edizioni sono stati assunti migliaia di impegni e stanziate ingenti risorse economiche per contrastare l’inquinamento da plastica, la pesca illegale e il cambiamento climatico.
Il prossimo giugno in Kenya si terrà l’undicesima edizione della conferenza Our Ocean, che rappresenterà un momento cruciale per valutare i progressi e definire nuove azioni globali.
Un ruolo fondamentale è svolto anche dagli accordi internazionali, tra cui il Global Plastics Treaty, avviato nel 2022 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente e tuttora in fase di negoziazione, con l’obiettivo di diventare uno strumento giuridicamente vincolante volto ad affrontare l’intero ciclo di vita della plastica.
In Europa è stata approvata una serie di norme giuridicamente vincolanti sulla plastica che gli Stati membri devono applicare. Tra queste, la Direttiva Sup (Single Use Plastic), in vigore dal 2021, vieta l’utilizzo di alcuni prodotti in plastica monouso come ad esempio cotton fioc, piatti e bicchieri, cannucce in plastica. Inoltre, dal 12 agosto 2026 entreranno in vigore le disposizioni relative alla nuova normativa europea riguardante il regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (Ppwr 2025/40), noto anche come Packaging and Packaging Regulation, che mira a ridurre il più possibile le quantità di imballaggi e rifiuti prodotti e a favorire il passaggio verso un’economia circolare e sostenibile.
Anche a livello italiano sono state introdotte misure specifiche per contrastare il fenomeno, in linea con le normative dell’Unione europea. Nel 2022 è entrata in vigore la legge Salvamare (L.60/2022) che consente ai pescatori di raccogliere i rifiuti accidentalmente pescati (Rap) e di portarli a terra senza costi e senza incorrere in sanzioni, favorendone il corretto smaltimento e riciclo.
Sempre in Italia è stato avviato anche il progetto Ghostnets, con l’obiettivo di rimuovere le cosiddette «reti fantasma», tra le principali minacce per la fauna marina. In definitiva l’inquinamento da plastica rappresenta una delle sfide ambientali più urgenti e complesse del nostro tempo. Proprio per questo, è necessario intervenire con azioni rapide e coordinate.
Le soluzioni già adottate stanno producendo risultati concreti, ma interventi isolati non sono sufficienti. Serve un approccio integrato, capace di agire su più fronti contemporaneamente. Tecnologie innovative, politiche più rigorose e una cooperazione internazionale efficace devono procedere insieme, affiancate da un cambiamento nei comportamenti quotidiani. Preservare oceani e fiumi non è solo una responsabilità ambientale, ma una condizione essenziale per garantire il futuro degli ecosistemi e delle generazioni future.