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L’ipocrisia dell’Europa che per paura dei migranti benedice la vittoria del ‘sultano’ Erdogan, dimenticando i diritti umani violati
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Erdogan migranti Ue
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Credit: Afp

L’ipocrisia dell’Europa che per paura dei migranti benedice la vittoria del ‘sultano’ Erdogan, dimenticando i diritti umani violati

L'accordo sui profughi è troppo importante per far valere il rispetto delle libertà fondamentali

28 Giu. 2018
Erdogan migranti Ue
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Credit: Afp

Diritti dell’uomo? Libertà d’informazione? Stato di diritto? Se li scordino i turchi – in fondo, fatti loro, visto che così votano loro -. Noi, europei dell’Unione, ce li siamo già scordati, li abbiamo messi in fondo al cassetto delle coscienze.

Per l’Ue, Recep Tayyip Erdogan è soltanto un guardiano di migranti: se li tenga lì, nei campi al confine con la Siria, e non li faccia salire sui barconi verso la Grecia per poi imboccare l’autostrada dei Balcani, che è ormai chiusa e che chiusa deve restare.

Quanto costa il servizio reso, presidente Erdogan? Sei miliardi di euro, avevamo detto? Pronti, ecco i soldi: la seconda tranche, ché la prima l’abbiamo già stanziata.

I commenti europei alla vittoria elettorale del ‘sultano del Bosforo’ sono improntati a un’ipocrisia soave e serena: la Commissione di Bruxelles si augura – parole del portavoce Margaritis Schinas – che “la Turchia rimanga impegnata insieme all’Ue sui principali temi comuni come le migrazioni, la sicurezza e la stabilità regionale e la lotta contro il terrorismo”.

Tradotto, è un via libera a che Erdogan continui a reprimere i curdi dentro e fuori la Turchia e a conculcare le libertà fondamentali dei suoi cittadini, purché non si faccia scappare i migranti.

L’ipocrisia non arriva fino a fare mostra di credere che le prospettive di adesione della Turchia all’Ue siano ancora reali: non la vuole più l’Ue, ché di prendersi nel condominio un inquilino, anzi un co-proprietario come Erdogan, autoritario, islamista e di cattivo carattere, non ci pensa proprio.

E non la vuole Erdogan, che, per entrare nell’Unione, dovrebbe sottostare alle forche caudine d’impegni che non intende affatto rispettare. La pena di morte, che è una discriminante, fa da diga.

I leader dei 28, che giovedì e venerdì s’incontreranno a Bruxelles, si troveranno sul tavolo, già vistata dai loro sherpa, una dichiarazione con cui il Consiglio europeo avalla “l’accordo raggiunto per il finanziamento” della seconda tranche da 3 miliardi “per i profughi in Turchia”, oltre che per il finanziamento del “Fondo fiduciario per l’Africa” – stesso obiettivo: che Niger, Senegal e compagnia bella si tengano a casa loro gli aspiranti migranti -.

Nelle dichiarazioni dei campioni europei dei diritti fondamentali, non c’è quasi critica a Erdogan.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, che pure non gli è amica, si congratula per la rielezione: “Sono felice di continuare a favorire e ad approfondire con Lei il lavoro comune dei nostri Paesi… I rivolgimenti in Medio Oriente – di cui Erdogan è una causa, ndr – e i movimenti di fuga che ne derivano coinvolgono i nostri Paesi in maniera massiccia … La Turchia mostra in questo caso (sic!) grande responsabilità”.

La Merkel tramuta le riserve in un auspicio: “Vogliamo essere interlocutori d’una Turchia plurale e stabile, in cui la partecipazione democratica e la tutela dello stato di diritto siano rinforzati”.

Non è così, anzi magari è il contrario, ma possiamo sempre sperare che Erdogan da lupo si faccia agnello.

E i britannici? Loro, sul rispetto dei diritti dell’uomo non transigono. O forse sì: Theresa May, che l’anno scorso è stata ad Ankara e ha fatto con Erdogan accordi economici e militari, considera la Turchia “uno stretto alleato per un largo spettro d’interessi comuni, inclusi la sicurezza regionale, l’anti-terrorismo, l’interscambio bilaterale e gli investimenti”.

E le critiche degli osservatori dell’Osce alla campagna e al voto? Le cavalcano le opposizioni, ma il governo di Londra tace. Ed Ankara assicura che gli osservatori sono stati “faziosi”.

Quanto agli Stati Uniti, i campioni dell’Occidente, Donald Trump ha fretta di telefonare a Erdogan e parla di “rafforzamento della democrazia”, proprio mentre parte, subito dopo il voto, l’ennesimo blitz anti-gulenisti (e nell’America di Trump Fetullah Gulen non devi sentirsi a proprio agio).

Quanto a Putin, il successo di Erdogan è “una grande testimonianza d’autorità politica”: tra ‘zar’ e ‘sultano’ ci si litiga, ma ci si comprende.

Poi veniamo a sapere che l’Italia, verso il Vertice del 28 e 29, pone una riserva sul rifinanziamento dell’accordo Ue-Turchia.

Vuoi vedere che siamo noi quelli con la schiena dritta, che la cantano giusta al ‘sultano’? Calma, la riserva italica c’è, ma solo per avere garanzie che restino poi risorse per il Fondo per l’Africa, indispensabile per gestire i flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo.

Cioè, ci preoccupiamo che non manchino i soldi per pagare altri ‘guardiani di migranti’: è certo comprensibile e magari prudente, ma i diritti fondamentali non c’entrano nulla.

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