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Nomina ministri: quello di Mattarella è il primo caso in cui il presidente della Repubblica oppone un rifiuto?

Ci sono tre precedenti in cui il capo dello stato si è opposto all'indicazione di un ministro da parte del premier incaricato e delle forze politiche che lo appoggiavano

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Paolo Savona e Sergio Mattarella

Nomina ministri | Il presidente della Repubblica si oppone: i precedenti 

La decisione di Sergio Mattarella di opporsi alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia dell’ipotetico governo tra M5s e Lega sta generando in queste ore uno scontro istituzionale senza precedenti nel nostro paese.

I pentastellati hanno già espresso, in particolare per bocca di Alessandro Di Battista, l’intenzione di mettere in stato d’accusa il presidente della Repubblica attraverso la procedura di impeachment (qui vi abbiamo spiegato cos’è l’impeachment e come funziona, mentre qui in quali possibilità ci sarebbero di destituire Mattarella).

Al centro della discussione sulla procedura di impeachment c’è la questione se Mattarella, rifiutandosi di nominare Savona all’Economia, sia o meno andato oltre i suoi poteri da presidente della Repubblica, “tradendo” così la Costituzione e la nazione.

Come è stato ricordato più volte in queste ore, l’articolo 92 della Costituzione recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”.

La nomina dei ministri, secondo la giurisprudenza costituzionale, non è una mera formalità: il capo dello stato può infatti anche opporsi alla designazione di un ministro da parte del presidente del Consiglio e delle forze di maggioranza e chiedere che venga indicato un altro nome.

Oltre alla giurisprudenza costituzionale, anche i precedenti storici indicano come la nomina dei ministri non vada intesa come mero atto di ratifica.

Ci sono stati infatti tre casi in cui il capo dello stato di turno si è impuntato sulla scelta di un ministro, chiedendo alle forze politiche di indicare un nome differente.

Per il primo precedente bisogna risalire al 1994, quando Silvio Berlusconi, appena sceso in politica, vinse le elezioni. Berlusconi propose al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il nome di Cesare Previti, suo avvocato, come ministro di Grazia e Giustizia.

Scalfaro, preoccupato per le esternazioni di Previti sulla magistratura (in campagna elettorale aveva detto: “Vinceremo le elezioni e poi non faremo prigionieri”), oppose il suo rifiuto. Berlusconi prese atto della cosa e indicò come guardasigilli Alfredo Biondi (Previti diventò ministro della Difesa).

Il secondo precedente risale al 2001: il capo dello stato Carlo Azeglio Ciampi rifiutò il nome di Roberto Maroni come ministro della Giustizia del secondo governo Berlusconi.

Maroni venne dirottato al ministero del Lavoro, mentre alla Giustizia andò un altro esponente della Lega, Roberto Castelli.

L’ultimo precedente è più recente ed è del 2014: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sconsigliò a Matteo Renzi di nominare il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri come ministro della Giustizia.

La motivazione fu che sarebbe stato inopportuno affidare il ruolo di guardasigilli a un magistrato ancora in carica. Renzi accettò l’obiezione di Napolitano e nominò alla Giustizia Andrea Orlando.

In tutti e tre i casi, quindi, il presidente del Consiglio incaricato non si oppose alle decisioni del capo dello Stato. Quello di Savona è il primo caso in cui un premier incaricato e le forze politiche che lo sostengono decidono di far saltare il tavolo non accettando l’opposizione del capo dello stato alla nomina di un singolo ministro.