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Chi è che si occupa dell’educazione sessuale dei tuoi figli
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educazione sessuale

Chi è che si occupa dell’educazione sessuale dei tuoi figli

Un quattordicenne su quattro ha già avuto rapporti completi, ma a scuola di sesso si parla poco e male, e ragazzi cercano altrove per trovare le informazioni di cui hanno bisogno

16 Mar. 2018
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Chi parla di sesso ai tuoi figli? Se abiti in Italia, la risposta giusta a questa domanda probabilmente non è “la scuola”. Secondo il rapporto Sexuality education in Europe finanziato dalla Commissione europea nel 2006, infatti, “l’offerta di educazione sessuale in Italia è notoriamente inadeguata”.

Il nostro è uno dei pochi paesi dell’Unione europea in cui non è obbligatorio per le scuole fornire un’educazione sessuale ai ragazzi, così come a Cipro, Bulgaria, Polonia, Romania e Regno Unito (dove l’obbligo verrà però introdotto dal settembre 2019, secondo quanto dichiarato dal governo britannico).

Nonostante i progetti di legge proposti in Parlamento a partire dal 1975 per cambiare la situazione siano stati numerosi, nessuno di questi è stato mai approvato, forse anche a causa della forte influenza del mondo cattolico sul Parlamento.

Gli alunni ricevono quindi lezioni di affettività e sessualità a scuola solo se il singolo istituto decide (spontaneamente o in osservanza di disposizioni territoriali) di attivare simili programmi.

La situazione, perciò, cambia radicalmente da territorio a territorio, tanto che, nonostante esistano iniziative virtuose, è ancora normale incontrare ragazzi che abbiano completato le superiori senza avere mai partecipato a una singola ora di discussione sul tema in un’aula scolastica.

Il dato mostra un sistema scolastico pericolosamente distaccato dalla realtà dei fatti, che è invece costituita da un 70 per cento di quattordicenni già in contatto con materiale pornografico online, secondo quando descritto da Alberto Pellai, ricercatore del dipartimento di scienze biomediche alla Statale di Milano, nel suo “Tutto troppo presto: l’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di internet” (DeAgostini editore).

Inoltre, secondo quanto emerge da una ricerca effettuata dalla Società italiana della contraccezione in collaborazione con il blog Skuola.net, ben un quarto dei ragazzi nella stessa fascia di età dichiara di avere già avuto rapporti sessuali completi.

Questa situazione naturalmente ha delle conseguenze: i ragazzini si approcciano ai primi rapporti basandosi esclusivamente su quanto viene loro raccontato da amici poco più esperti, o dal porno, ignorando nella gran parte dei casi i rischi connessi al sesso non protetto.

Il 42 per cento degli under 14 infatti non utilizza alcun tipo di contraccezione, e parte di loro si affida a falsi miti come l’idea che per prevenire una gravidanza sia sufficiente lavarsi con la coca cola, avere rapporti in piedi o entro 24 ore dalla fine delle mestruazioni.

Nel rapporto Policies for sexuality education in the European Union del Parlamento europeo del 2013 si legge che “un’educazione sessuale imperfetta o insufficiente porta ad un aumento del tasso di gravidanze adolescenziali e ad una maggiore diffusione di AIDS e delle altre malattie sessualmente trasmissibili”.

Dove i programmi di educazione sessuale ci sono, invece, cala notevolmente tanto la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate quanto il numero di rapporti non protetti.

Ma l’educazione non basta. Anche quando arriva, infatti, viene impartita tipicamente in poche lezioni, principalmente di scienze, con focus sull’anatomia dell’apparato riproduttore (senza quindi fare menzione della clitoride), sulle malattie sessualmente trasmissibili e sui metodi di prevenzione e contraccezione.

Nei casi migliori il tutto è corredato da qualche incontro al consultorio sul tema dell’affettività, ma raramente si tratta di un percorso continuato in cui sia possibile tirare fuori i tanti dubbi e le curiosità dei ragazzi; curiosità, tuttavia, che restano insoddisfatte.

Mancano poi quasi totalmente temi centrali quali il consenso, i disturbi sessuali e l’educazione al piacere, senza contare che l’approccio utilizzato è esclusivamente cisnormativo ed eteronormativo, si dà cioè per scontato che l’intero gruppo di ragazzi in una classe scolastica sia formato da soggetti eterosessuali e non transessuali.

Negli ultimi anni d’altronde un’alternativa appare quantomai impensabile, data la crescente diffusione del timore nei confronti della cosiddetta “teoria gender” che porta sempre più genitori a guardare con diffidenza chiunque parli di genere e sessualità ai loro figli. I quali, però, restano curiosi e bisognosi di sapere.

Chi non trova risposte né a scuola né in famiglia difficilmente cercherà di sua iniziativa il dialogo con un medico, volendo evitare una conversazione fredda e imbarazzante e preferendo invece rivolgersi – come per ogni altro dubbio – al dispensatore universale di conoscenza: la rete.

La prima fonte di informazioni più o meno indirette è, naturalmente, il porno. Gratuita, accessibile e consumata dalla stragrande maggioranza degli adolescenti, la pornografia diventa un manuale di sessualità, col rischio altissimo di trasmettere visioni irreali e distorte della realtà.

I ragazzi si confrontano con standard irraggiungibili tanto dal punto di vista estetico che da quello prestazionale, che non è così immediato riconoscere come tali.

Nonostante in Europa voci sporadiche abbiano ipotizzato l’introduzione di un’ora di “educazione al porno”, questa prospettiva appare chiaramente poco realistica nel nostro paese, e il compito di spiegare ai giovani spettatori limiti e difetti del materiale in questione resta totalmente in capo alle famiglie.

Per colmare questa desolante lacuna di informazioni, e permettere ai ragazzi di esplorare la sessualità in un modo più libero (invece che solamente attraverso impacciate conversazioni con mamma e papà), si sta sempre più diffondendo a livello globale la tendenza tra i giovani youtuber a realizzare vlog (video-blog) in cui vengono affrontate in modo colloquiale e scherzoso varie tematiche legate alla sessualità.

Pioniere del trend sono l’americana Laci Green (che conta un milione e mezzo di iscritti) e l’inglese Hannah Witton, che parlano agli spettatori da pari a pari, come se si confrontassero con un amico, spiegando però, nel frattempo, concetti estremamente importanti.

I video contengono spesso anche riferimenti ad altri siti su cui informarsi (come il canale Sexplanations della sessuologa Lindsey Doe), nonché risorse studiate appositamente per gli educatori che debbano parlare ai ragazzi di sessualità e identità di genere.

Nel panorama anglosassone l’educazione sessuale online sembra essere ormai diventata un vero e proprio genere, come conferma la popolarità raggiunta da strumenti come la serie-video Lettere dalla vagina realizzata dal Guardian, i consigli sulla sessualità di Dan Savage (pubblicata in Italia da Internazionale con il titolo di Savage Love) e la piattaforma OMGYES.com, dedicata interamente all’esplorazione del piacere femminile.

Ma l’educazione sessuale online non è un club per sole donne. A parlare di sesso su Youtube è anche Tomska, il cui canale, reso celebre dalla serie animata nonsense asdfmovie, raggiunge i quasi 5 milioni di iscritti.

Un canale altrettanto essenziale ma infinitamente meno popolare è quello della youtuber transessuale Riley J. Dennis, i cui video vengono sistematicamente invasi da fiumi di commenti omofobi e transofobi.

Riley affronta la questione concentrandosi sui rapporti omosessuali e transessuali, tipicamente ignorati durante i percorsi standard di educazione sessuale.

In Italia questa tendenza stenta ancora ad affermarsi, e sullo sfondo di uno Youtube ancora relativamente pudico, spiccano canali come ShantiLivesScienziati Subito e CIMDRP (con la serie “Parità in pillole”) ma anche, più indirettamente, Martina Finocchio e Nadia Tempest.

L’educazione sessuale online resta quindi in mano ai grandi marchi come Durex (in collaborazione con il canale The Show) e Lines (con la serie “Domande scomode“), che hanno deciso di inserire nelle pubblicità dei propri prodotti anche consigli e nozioni utili ai più giovani o inesperti.

A fare da raccordo tra vlog e pubblicità sono le grandi piattaforme di distribuzione del materiale pornografico online che, come Pornhub, stanno creando sezioni dedicate esclusivamente all’educazione sessuale.

“Ospitando quasi 70 milioni di visitatori al giorno, abbiamo voluto fornire ai nostri fan una piattaforma educativa fidata che possano utilizzare come punto di riferimento per informazioni e consigli quando si tratta di sesso”, ha dichiarato in un comunicato stampa Corey Price, vice presidente di Pornhub, a proposito dell’iniziativa, che sarà diretta dalla nota sessuologa Laurie Betito.

Una simile presa di responsabilità da parte delle aziende del settore non può che essere lodata, e l’informazione trasmessa da siti di così ampia visibilità consentirà presumibilmente di raggiungere una vastissima platea di utenti.

I tutti questi casi, però, oltre all’intento educativo c’è, naturalmente, anche quello commerciale, che porta i contenuti ad essere inevitabilmente parziali e faziosi.

Per assicurare un’educazione degna e completa ai ragazzi, dunque, sarebbe probabilmente necessario recuperare questo approccio informale, e portare l’informazione in tutte le scuole attraverso un linguaggio giocoso ma puntuale, riuscendo così a dare a tutti gli alunni le basi necessarie per vivere esperienze sessuali consapevoli e sicure.