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Di cosa parla l’inchiesta che è costata la vita al giornalista slovacco Ján Kuciak

Dietro l'assassinio del giovane giornalista ci sarebbe proprio il suo ultimo articolo, che si concentra sugli affari di alcuni uomini italiani in Slovacchia legati ad ambienti vicini alla 'ndrangheta calabrese

Immagine di copertina
Un uomo posa una candela davanti alla redazione di Aktuality, il giornale dove lavorava il giornalista investigativo Jan Kuciak, assassinato il 22 febbraio 2018 / Afp photo / Vladimir Simicek

Il primo marzo 2018, il sito internet di informazione Aktuality.sk, ha pubblicato l’inchiesta, non completa, su cui da oltre un anno stava lavorando Ján Kuciak, il giornalista slovacco ucciso a soli 27 anni insieme alla fidanzata nella sua casa a Velka Maca, una località dell’ovest della Slovacchia, il 22 febbraio 2018.

L’omicidio della giovane coppia, secondo quanto riportato dagli inquirenti, è stato eseguito da killer professionisti, che hanno ucciso Kuciak con due colpi di pistola al petto, mentre la compagna, Martina Kusnirova, ha ricevuto un colpo di pistola alla testa.

Kuciak ha condotto molte inchieste su scandali che hanno coinvolto la politica slovacca in casi di corruzione, frode e evasione fiscale.

In particolare, Kuciak stava scavando su fondi europei che giungono in Slovacchia, e che ammontano a 15 miliardi di euro nel periodo 2014-2020, sui quali le organizzazioni criminali internazionali da tempo avevano posto la propria attenzione.

Dietro l’assassinio del giovane giornalista ci sarebbe proprio il suo ultimo articolo, che si concentra sugli affari di alcuni uomini italiani in Slovacchia legati ad ambienti vicini alla ‘ndrangheta calabrese.

Secondo le indagini svolte da Kuciak, questi “uomini d’affari”, che da anni investono in aziende slovacche, avrebbero avuto accesso ai fondi strutturali provenienti da Bruxelles.

Decine di milioni di euro ricevuti per finanziare progetti fittizi e che presumibilmente sono stati portati in Calabria, principale centro di interessi di una delle mafie internazionali più potenti al mondo.

Appena giunta la notizia della morte di Kuciak, i suoi colleghi hanno indicato come la pista ‘ndranghetista fosse quella su cui porre l’attenzione.

Adesso, con la pubblicazione della bozza dell’articolo, incompleta ma molto lunga e dettagliata, i dubbi sul motivo della morte del giornalista sembrano essere totalmente fugati.

La mattina del 1 marzo la polizia slovacca ha arrestato per l’omicidio di Kuciak e della sua compagna l’imprenditore italiano Antonino Vadalà, insieme al fratello Bruno e al cugino, Pietro Catroppa.

E proprio la famiglia Vadalà e gli strani traffici finanziari in cui è coinvolta erano al centro dell’articolo di Kuciak.

Il racconto parte dalla figura di Carmine Cinnante, un italiano fermato su una strada dagli agenti di polizia slovacchi nel 2004 e trovato in possesso di una mitragliatrice con la matrice abrasa e diversi proiettili.

L’uomo, accusato di possesso illecito di arma da fuoco e condannato a due anni di libertà vigilata, venne definito nei documenti giudiziali “uomo d’affari in Slovacchia nel campo dell’agricoltura”.

Mesi dopo la polizia italiana arrestò Cinnante con l’accusa di contrabbando di armi dalla Slovacchia all’Italia per conto di un boss della famiglia Iona di Belvedere Spinello, una delle cosche ‘ndranghetiste più potenti.

La storia di Cinnante si incrocia con quella di un altro italiano residente in Slovacchia, precisamente uno degli arrestati per l’omicidio di Kuciak: Antonino Vadalà di Bova Marina, Calabria.

Vadalà era stato imputato in Italia nel 2003 nell’ambito di un’indagine riguardante il clan Libri, una ‘ndrina di Reggio Calabria alleata dei De Stefano, con l’accusa di avere aiutato a nascondere Domenico Ventura, condannato per il brutale omicidio di un membro di un clan rivale.

Nonostante i nastri delle conversazioni telefoniche tra lui e il capoclan Francesco Zindato e i rapporti giudiziari che sostenevano lo stretto legame di fiducia tra i due, Vadalà fu rilasciato per mancanza di prove.

Uscito quasi indenne dalle sue vicende giudiziarie, Vadalà ha avviato un business di successo prima nel settore dell’agricoltura, poi in quello immobiliare e energetico, diventando una delle figure più illustri della comunità italiana in Slovacchia.

Nel 2009 Vadalà presentò un progetto, mai andato in porto, per costruire due fabbriche nel parco industriale di Lučenec con un investimento di quasi 70 milioni di euro, diventando ufficialmente un imprenditore nel settore energetico.

Campagna regione lazio

Nell’agosto del 2011 fondò la società Gia Management con Mária Trošková, già assistente del deputato Viliam Jasaň del partito socialdemocratico Smer-SD, che aveva partecipato alla finale di Miss Universo 2007 e che nel marzo 2015 iniziò a lavorare con il primo ministro Fico all’ufficio del governo.

Nel 2016 Jasaň fu nominato da Fico direttore dell’ufficio e segretario del Consiglio di sicurezza dello Stato.

Le relazioni di Jasaň con Vadalà sono provate dalle attività commerciali tra i due, e in particolare dalla società di sicurezza privata Prodest, che Jasaň possedeva dal 1995 e che nel 2016 ha ceduto a un uomo vicino a Vadalà.

Il figlio di Jasaň, Slavomír, ha tuttora una joint venture con uomini calabresi, chiamata AVJ Real.

Kuciak prosegue il suo racconto narrando di ulteriori legami tra Vadalà e uomini politici di primo piano slovacchi, in particolare del partito Smer-SD.

Vadalà e i suoi, nonostante fossero coinvolti in diversi procedimenti penali in Slovacchia, in particolare per sospetta estorsione e frode fiscale, sono sempre riusciti a rimanere “puliti”.

Oltre ai Cinnanti e ai Vadalà, nell’est della Slovacchia sono attive anche le famiglie calabresi Rodà e Catroppa, con interessi in decine di aziende, in particolare nel settore agricolo.

Gestiscono ricchezze per decine di milioni di euro e posseggono centinaia di migliaia di ettari di terra, per i quali ricevono milioni di euro di sussidi, la gran parte proveniente dai fondi dell’Ue.

Come ricorda Kuciak, il riciclaggio di denaro sporco in attività apparentemente legali è l’attività principale della ‘ndrangheta all’estero, nonostante non ci siano ancora prove che questi traffici siano avvenuti in Slovacchia.

Come non ci sono tracce della provenienza di tutto questo denaro a disposizione delle suddette famiglie italiane.

Dai documenti raccolti da Aktuality.sk e da altri giornalisti, però, sembra che una parte consistente di questi soldi provenga dalle regioni italiane di provenienza di queste famiglie.

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