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La ragazza ritenuta mitomane per 23 anni che invece era stata veramente stuprata

La polizia di New York ha annunciato di aver risolto il caso di uno stupro ai danni di una giovane donna avvenuto 23 anni fa, al tempo archiviato in quanto ritenuto un "inganno"

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Era il 1994 e una donna, che allora aveva ventisette anni e si era da poco laureata a Yale, era uscita per fare jogging e sbrigare qualche commissione.

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Mentre stava camminando verso casa con le buste della spesa, nei pressi di Prospect Park, a Brooklyn, era stata aggredita da un uomo che l’aveva afferrata alla gola da dietro, trascinata in un pendio boscoso e stuprata.

La prima reazione che la donna aveva avuto, era stata quella di rivolgersi prontamente alla polizia distrettuale di New York.

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Ma gli agenti non furono d’aiuto in quel caso, visto che si dimostrarono molto restii a crederle, condividendo i loro dubbi con i media.

Così facendo, la polizia lasciò la notizia in pasto ai giornali, che in poco tempo diedero per certa la falsità della storia.

In particolare l’allora editorialista del New York Daily News Mike McAlary, scrisse quell’anno che, secondo una fonte della polizia, la donna aveva inventato tutto poiché era un’attivista e voleva in quei giorni sostenere un discorso di protesta contro la violenza sulle donne lesbiche, convinta che la sua storia avrebbe potuto rafforzare la manifestazione.

Tra i giudizi sull’integrità della donna e la richiesta che venisse arrestata, l’accanimento del giornalista fu talmente pesante che la vittima si ritrovò costretta a citarlo in giudizio per diffamazione.

Anche in quel caso, le autorità non la aiutarono: il giudice fissò un onere della prova stranamente pesante, con la scusa che fosse un personaggio pubblico in quanto attivista, nonostante il nome non fosse mai stato citato dalla polizia di New York o dai media.

Alla fine, il caso venne archiviato. E il giornalista McAlary morì nel 1998.

Quasi 24 anni dopo, grazie alle nuove tecnologie utilizzate dalle forze dell’ordine, la polizia ha deciso di riaprire i casi irrisolti per poter rianalizzare le prove in modi che non esistevano prima.

In questo caso, ad esempio, il DNA che era stato trovato sul corpo e sui vestiti della vittima, è stato separato da quello della donna, e con ciò che restava è stato possibile risalire al colpevole.

Martedì 9 gennaio 2018, finalmente, Robert Boyce, capo delle investigazioni della polizia di New York, ha potuto annunciare la corrispondenza del DNA con il profilo già presente in archivio di uno stupratore seriale, come ha riportato New York Post.

Il suo nome è James Edward Webb e attualmente sta scontando 25 anni di prigione nello stato di New York per aver stuprato un totale di dieci donne: sei negli anni ’70 e altre quattro negli anni ’90, durante un periodo di prova in libertà vigilata.

“La vittima ha pianto la scorsa notte quando le abbiamo detto che avevamo preso l’uomo. Penso che i miei detective abbiano pianto con lei”, ha raccontato Boyce.

L’avvocato della donna Martin Garbus, che l’ha rappresentata anche al momento del caso, ha dichiarato al Guardian: “Sta provando una combinazione di dolore, confusione e sollievo”.

Dopo questa scoperta, il New York Daily News e la polizia di New York si sono scusati per come l’avevano trattata in passato.

Ora la donna sta vagliando le varie opzioni legali da intraprendere contro i suoi “aguzzini”, dal momento che, come ha affermato Garbus, “le storie dei giornali giorno dopo giorno erano traumatizzanti quasi quanto lo stupro stesso”.

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