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Trump vuole espellere dagli Stati Uniti 263mila immigrati di El Salvador

I cittadini salvadoregni rischiano di perdere la possibilità di restare negli Stati Uniti a causa della revoca dello stato di protezione che gli era stato riconosciuto. Cosa c'è da sapere

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Andrew Caballero-Reynolds/AFP/Getty Images

Da ieri, 8 gennaio 2018, negli Stati Uniti, ben 263mila cittadini di El Salvador sono in attesa di conoscere la loro sorte: lo Stato di Protezione Temporanea (TPS) che gli era stato concesso dopo la devastazione provocata dal terremoto nel loro paese nel 2001, potrebbe non essere più rinnovato.

Ad annunciarlo è il Dipartimento di Sicurezza Nazionale americana, che si appresta ad espellerli.

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Il violentissimo sisma del 2001, con epicentro a San Miguel, provocò solo in un giorno 944 vittime e oltre 5mila feriti. Altri 585 morti si verificarono per le successive frane nelle zone colpite.

Nel mese successivo un’altra scossa devastante causò altri 315 morti e più di 3mila feriti.

Gli effetti colpirono tutto El Salvador, ma raggiunsero anche i vicini Guatemala e Honduras: furono circa 45mila le abitazioni distrutte e oltre 16 mila quelle gravemente danneggiate.

Questo in un territorio già colpito da una violenta situazione interna a causa della guerra civile e della lotta fra bande armate.

Per aiutare gli sfollati, all’interno dell’Immigration Act, era stato firmato nel 1990 da George HW Bush il TPS, programma che consente agli immigrati, provenienti da paesi colpiti da disastri naturali o guerre, di rimanere negli Stati Uniti e lavorare legalmente. I cittadini salvadoregni ne avevano legittimamente usufruito.

La probabile cancellazione dei permessi è quindi l’ultimo, e più significativo, colpo all’immigrazione: El Salvador, con Haiti, Nicaragua e probabilmente Honduras è il quarto paese per il quale l’amministrazione Trump ha annunciato la fine delle protezioni del TPS solo nel corso del primo anno di mandato.

In totale, le decisioni del presidente statunitense faranno in modo che più di 320.000 immigrati perdano il loro status legale nel corso del 2018 e 2019 (potrebbero essere 375mila, a seconda di ciò che Trump deciderà di fare con 57mila immigrati honduregni nel maggio prossimo).

I 260mila cittadini di El Salvador sono la comunità più numerosa ad aver beneficiato del TPS e circa 197mila bambini nati su suolo americano hanno almeno un genitore che probabilmente perderà la possibilità di restare negli Stati Uniti.

Andrew Caballero-Reynolds / AFP

Come si legge dalla dichiarazione del Dipartimento di Sicurezza, il segretario Kirstjen Nielsen ha annunciato di ritenere cambiate le condizioni che rendevano El Salvador un luogo pericoloso e adatto a ricevere una misura di protezione temporanea e che, soprattutto, il TPS non era stato concepito per consentire agli immigrati di rimanere negli Stati Uniti per 17 anni.

Ciò che non appare chiaro è se e come il l’amministrazione Trump intenda offrire a centinaia di migliaia immigrati centroamericani un’alternativa e legalizzare la loro posizione.

“Sulla base di un’attenta valutazione delle informazioni disponibili”, ha detto il dipartimento in una nota, “il segretario ha stabilito che le condizioni originarie causate dai terremoti del 2001 non esistono più. Pertanto, secondo lo statuto applicabile, il TPS deve essere revocato”.

Alle famiglie salvadoregne è stato infatti comunicato di avere tempo fino al 9 settembre 2019 per lasciare gli Stati Uniti (e tornare in uno dei paesi più violenti del mondo) o restare ma come immigrati illegali non autorizzati.

Molti salvadoregni hanno già cominciato a lasciare le proprie case per chiedere asilo in Canada, rendendo lo stato del nord America la sola alternativa alle politiche restrittive adottate dal governo Trump.

Secondo Kevin Appleby del Centro per lo studio delle migrazioni di New York “la decisione su El Salvador è particolarmente dannosa, non solo sradicherà famiglie e bambini che vivono qui da anni, ma destabilizzerà ulteriormente un paese già violento. È incredibilmente miope e mina il nostro interesse per un’America centrale stabile”.

Bisogna considerare che nel 2015 (l’anno più recente per il quale sono disponibili presso l’Ufficio delle Nazioni Unite i dati sulla droga e il crimine), El Salvador ha avuto 108,64 omicidi ogni 100mila persone. Ciò lo ha reso il paese più letale del mondo, 22 volte più pericoloso degli Stati Uniti.

El Salvador è leggermente più sicuro di quanto fosse nel 2015. Nel gennaio 2017, il paese ha avuto il suo primo giorno senza un omicidio in due anni. Ma in autunno, la violenza si stava diffondendo di nuovo: a settembre, il paese ha registrato 435 omicidi, circa 15 al giorno.

Anche l’International Crisis Group, un’organizzazione indipendente che lavora per prevenire guerre e definire politiche pacifiche, scrive che “la potenziale cancellazione dei diritti alla residenza negli Stati Uniti di 195mila beneficiari del programma di status di protezione temporanea minaccia di sopraffare la capacità dello stato salvadoregno di accogliere i rimpatriati”.

Secondo l’organizzazione infatti, il governo di El Salvador è impreparato, economicamente e istituzionalmente, a ricevere un afflusso del genere e a gestire i migliaia di bambini statunitensi, considerando che sono in età perfetta per il reclutamento da parte delle bande armate.

“In un momento in cui i livelli di violenza rimangono straordinariamente alti  – scrive l’organizzazione – l’arrivo di migliaia di migranti nella loro patria colpita dalla criminalità creerebbe enormi tensioni”.

Poco dopo che il Washington Post ha riportato la notizia della possibile revoca del TPS, un gruppo di manifestanti si è radunato fuori dalla Casa Bianca, cantando, “Donald Trump, vergognati”.

Jaime Contreras, vice presidente della 32BJ Service Employees International Union e immigrato salvadoregno arrivato negli Stati Uniti nel 1988, ha definito la decisione “vergognosa e disumana” e ha ribadito che “è ora che i titolari di TPS abbiano la possibilità di fare un percorso per ottenere la cittadinanza”.

Il governo salvadoregno,  in un comunicato ufficiale, ha in realtà ringraziato quello americano per la proroga di 18 mesi del permesso di permanenza dei propri concittadini, ribadendo però il proprio impegno al fine di trovare un’alternativa al rimpatrio e appellandosi al Congresso statunitense.

Posizione ribadita anche in conferenza stampa dal cancelliere Hugo Martínez insieme all’ambasciatrice degli Stati Uniti in El Salvador.