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I giudici belgi hanno concesso la libertà condizionale a Puigdemont e ai suoi ministri

Per l'ex presidente catalano, che si trova ancora a Bruxelles con 4 ex consiglieri-ministri, è stato emesso il mandato di arresto internazionale

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L'ex capo della Generalitat catalana Carles Puigdemont. Credit: Aurore Belot

I giudici di Bruxelles hanno concesso la libertà condizionale a Puigdemont e ai quattro ex ministri catalani che insieme a lui si sono consegnati alla polizia belga domenica 5 novembre 2017, dopo l’emissione in Spagna del mandato d’arresto europeo nei loro confronti con l’accusa di ribellione e sedizione.

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Il leader catalano Carles Puigdemont e gli altri imputati dovranno comparire di fronte a una Camera di Consiglio di un tribunale belga entro 15 giorni, secondo quanto dichiarato dai procuratori belgi lunedì 6 novembre. A Puigdemont è stato inoltre proibito di lasciare il Belgio senza l’autorizzazione del giudice.

Puigdemont e gli ex ministri catalani che si trovano con lui a Bruxelles si sono consegnati alla polizia federale nel commissariato di Rue Royal 202, a Bruxelles, e non quindi in procura, intorno alle 9.17 del mattino di domenica. La procura belga ha confermato che cinque persone ricercate da Madrid sono state prese in custodia dalla polizia la mattina del 5 novembre.

Il mandato d’arresto 

Il 3 novembre la giudice spagnola Carmen Lamela ha firmato il mandato di arresto europeo per l’ex presidente catalano Puigdemont e per i quattro ministri che sono con lui a Bruxelles.

Carles Puigdemont, che non è comparso di fronte alla corte spagnola, si trova ancora in Belgio. Con lui sono anche Clara Ponsatí, Mertitxell Serret, Antoni Comin e Lluís Puig.

I cinque non hanno partecipato all’audizione giudiziaria fissata a Madrid per giovedì 2 novembre, giorno in cui altri otto ex membri del governo regionale sono stati presi in custodia.

Puigdemont e gli altri ministri sono accusati di ribellione, sedizione e abuso di fondi pubblici.

La stessa giudice giustifica il provvedimento con un “rischio fuga” degli imputati, oltre alla possibilità di “reiterazione del reato” e “distruzione di prove”. “Basta ricordare il fatto che alcuni denunciati già si sono spostati in altri Paesi, per eludere responsabilità penali in cui avrebbero potuto incorrere”, spiega la giudice spagnola.

La versione di Puigdemont

Poche ore prima che da Madrid arrivasse la notizia del mandato d’arresto internazionale, Puigdemont aveva detto in un’intervista alla tv belga Rtbf di essere pronto a negoziare con il premier spagnolo Mariano Rajoy.

“L’unica soluzione è il dialogo, quello che Rajoy non ha mai fatto. Lui usa il procuratore generale, i tribunali, anche gli imprenditori, dovrebbe riconoscere che c’è un problema politico, non imprigionare chi la pensa diversamente. Io sono pronto, dove vuole lui, non ho paura di parlare con Rajoy. Gliel’ho chiesto più volte”.

Ma l’ex presidente catalano si è anche detto pronto a candidarsi alle prossime elezioni del 21 dicembre, anche se questo comporterà fare campagna elettorale dall’estero.

“Sono disposto a essere candidato”, ha dichiarato in francese alla Rtbf . “Voglio essere un messaggero per i nostri concittadini”, ha aggiunto.

L’ex presidente ha inoltre insistito per ottenere da Madrid l’impegno a rispettare i risultati di queste elezioni.

“Posso fare campagna da qualunque parte, visto che viviamo in una società globalizzata. La Catalogna deve avere un governo legittimo che sia al riparo dai rischi della giustizia spagnola, che non può garantire niente”, ha aggiunto.

Nelle stesse ora decine di migliaia di persone sono scese in piazza gridando “Llibertat” in tutte le città della Catalogna per denunciare l’arresto dei nove ministri del governo di Carles Puigdemont ed esigere la liberazione immediata dei “detenuti politici”.

In Spagna è in corso una crisi istituzionale dallo scorso primo di ottobre, data in cui la Catalogna aveva convocato un referendum per la propria indipendenza che, tuttavia era stato dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale spagnola.

Il governo catalano ha deciso di far svolgere comunque il referendum, che si è tenuto in un clima di scontri con le forze dell’ordine e di diffuse irregolarità.