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Quella notte in cui Harvey Weinstein provò a molestarmi nella sua suite di Cannes

TPI ha raccolto la testimonianza della modella neozelandese Zoë Brock, che nel 1998 passò una notte infernale a causa delle prepotenti molestie del famoso produttore di Hollywood

Immagine di copertina

Zoe Brock è una delle donne che hanno denunciato di aver subito molestie o violenze sessuali da parte di Harvey Weinstein. La sua testimonianza è stata pubblicata originariamente su Medium e tradotta su TPI con il consenso dell’autrice. Tra le altre donne che hanno denunciato le violenze e le molestie subite dal noto produttore della Miramax nel corso di decenni, ci sono le attrici di Hollywood Ashley Judd, Angelina Jolie e Gwyneth Paltrow.

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A loro si è aggiunta anche Asia Argento, che ha accusato Weinstein di averla stuprata durante il Festival di Cannes del 1997. Secondo il racconto dell’attrice italiana, fu l’allora responsabile italiano della Miramax, Fabrizio Lombardo, a condurla nella suite di Weinstein dove avvenne la violenza. Lombardo ha respinto le accuse, dicendo che con Weinstein aveva solo rapporti di lavoro.

AGGIORNAMENTO: L’attrice Claudia Gerini il 17 ottobre ha definito “falso” l’episodio raccontato da Zoe Brock in cui è citato il suo nome, aggiungendo di voler agire legalmente contro la modella per diffamazione.

– LEGGI ANCHE: La pista italiana del caso Weinstein: il ruolo di Fabrizio Lombardo e la sua fidanzata bionda

Avevo solo 23 anni quando sono stata “harveyzzata”. Era il 1998.

Ero una ragazza sveglia, cresciuta per strada e con una scorza più dura della maggior parte delle altre persone. Sono uscita dall’esperienza con Harvey Weinstein fisicamente illesa, ma questo non rende la storia meno scioccante o emotivamente sconvolgente.

Un biglietto da visita di vent’anni fa, risalente alla notte all’Hotel du Cap. Le scritte sono di Rick Schwartz.

Da modella ero abituata agli uomini rapaci, ed ero diventata abile a interrompere avances indesiderate e mettere i pervertiti al loro posto.

Avevo protetto anche altre ragazze, modelle più giovani di me, da maniaci sessuali, e avevo persino scacciato un assalitore che brandiva un coltello nella metropolitana di Parigi ridendogli in faccia.

Lui non sapeva fosse una reazione nervosa, e probabilmente pensò che fossi più pazza di lui. Ma, dopotutto, ero sempre un’ingenua ragazza neozelandese, e non importa quanto pensassi di essere tenace, non ero completamente consapevole e tendevo a fidarmi molto delle persone.

Incontrai Weinstein al Festival di Cannes. Eravamo seduti l’uno accanto all’altra in una cena di gala. Non sentii il suo nome e pensai che fosse un altro produttore ambizioso che provava a vendere un piccolo film ai piani alti.

Sentendomi dispiaciuta per lui, quella sera fui cordiale e carina. Solo più tardi, durante il pasto, gli chiesi il nome della sua società di produzione.

“Miramax.”

Scoppiai a ridere e dissi ad Harvey che avevamo un’amica in comune. Di recente, infatti, la Miramax aveva distribuito il film da Oscar The Piano, diretto da una mia amica di famiglia, Jane Campion.

Dissi ad Harvey che Jane era una sorta di madrina per me e gli raccontai di quando – nel pieno della mia adolescenza, arrabbiata e in lotta con mia madre – lei mi passò un biglietto su cui c’era scritto: “Se volessi mai scappare via…”, facendomi sentire che avevo un’alleata.

Dal momento che avevamo una cara amica in comune, mi sentii subito al sicuro con Harvey. La notte era giovane, e lo ero anche io.

Dopo cena il nostro ampio gruppo, che comprendeva il mio agente italiano, Vittorio Zeviani, alcuni ricchi str***i, alcune modelle e l’entourage di Harvey, scivolò fuori nella notte di Cannes. Automobili nere e lussuose limousine ci condussero in varie feste, dove brillavamo e scintillavamo come tutti gli altri.

Harvey e il suo assistente, Rick Schwartz, sono stati sempre accanto a me.

È stato divertente.

L’ultima volta che ero stata nel sud della Francia era il 1990. Avevo osservato impotente Helena Christensen che vomitava nel bagno di Jimmy’s dopo aver sniffato troppo insieme a Michael Hutchence e Jacques Chirac, nel periodo tra una presidenza e l’altra della Francia.

Nel 1990 avevo 16 anni. Adesso, che ne avevo 23, ero piuttosto stanca. Le celebrità e le loro pagliacciate erano roba vecchia. Sapevo il fatto mio.

Intorno alla mezzanotte finimmo in un bel locale all’aperto in un edificio residenziale da qualche parte a Cannes. Tutti erano lì, e tutti sembravano favolosi. Intravidi Bono, che urlò “Dolphin Girl!”, salutandomi con la mano.

Spiegai ad Harvey che non si trattava di un soprannome e che non aveva nulla a che fare con il famoso sex toy, ma che piuttosto era il nome che mi ero guadagnata dopo una notte particolarmente bizzarra a Sydney, e l’avventura di una nuotata alle 3 di notte nudi che spaventò a morte le guardie del corpo degli U2.

Ripensandoci oggi, stavo offrendo uno spettacolo allettante. Non intendevo sollecitare Weinstein, non avevo intenzione di dargli corda. In sua compagnia mi sentivo sicura di essere me stessa, e in nessun momento di quella serata sentii qualcosa di diverso da un’energia platonica provenire da lui.

Poco dopo la mezzanotte la mia comitiva decise di andare via. Alloggiavamo su un grande yacht attraccato nella baia, così chiamammo i taxi acquatici per farvi ritorno. Harvey e Rick ci offrirono le loro macchine e ci guidarono vero l’uscita. Il mio gruppo fu accompagnato a una macchina mentre a me venne indicato di salire su un’altra auto con Harvey e i suoi due amici.

Stupidamente, obbedii. Mi era stato detto che stavamo andando tutti nello stesso posto.

Fino a oggi non so se Vittorio fosse coinvolto in questo stratagemma. Il mio istinto mi dice che lo era.

Iniziammo a muoverci. Il tragitto di 5 minuti verso la costa, però, stava durando troppo a lungo, così chiesi dove stessimo andando.

“Cambio di programma! Ci incontriamo tutti al Du Cap per un altro drink”.

Per il Du Cap ci volevano 30 minuti ed era circa l’una quando arrivammo lì. Salimmo sù, nella stanza di Harvey, e aprimmo un’altra bottiglia di champagne mentre aspettavamo che arrivassero gli altri.

Non arrivarono mai.

Dopo alcuni minuti, un paio di ragazzi decisero di allontanarsi momentaneamente per telefonare. Il clima cambiò e io iniziai a sentirmi molto a disagio. Mi rivolsi a Rick e gli chiesi di mettersi in contatto immediatamente con i miei amici per scoprire dove fossero. Rick disse che sarebbe sceso giù per vedere se avevano problemi a trovare la stanza, e se ne andò.

All’improvviso mi ritrovai sola nella lontana suite di un albergo con Harvey f*****o Weinstein.

Ero ubriaca, giovane, lontana migliaia di chilometri da casa, senza denaro per un taxi e senza telefono. I taxi acquatici stavano per interrompere le corse a causa della notte. Era il momento di tornare sobria, e alla svelta.

Harvey uscì dalla stanza, ma non per molto. Un paio di minuti dopo ritornò, nudo, e mi chiese di fargli un massaggio. Nel panico, sotto shock, ricordo di aver vagliato le opzioni e di essermi chiesta cosa potessi fare per placarlo e per mettermi al sicuro. Chiese se avrei gradito io un massaggio, piuttosto, e per un secondo pensai che questo potesse essere un modo per dargli un dito senza che si prendesse il braccio.

Gli dissi che non ero a mio agio e che ero arrabbiata per essere stata intrappolata in quel modo. Mi pregò di lasciare che lui mi massaggiasse e lasciai che mi mettesse le mani sulle spalle mentre la mia mente correva.

Come posso raggiungere la porta? Chi mi aiuterà? Qualcuno mi sentirebbe se urlassi?

Le pareti erano spesse. Mi ricordai del modo in cui lo staff aveva sorriso e si era ingraziato il titano dei film quando eravamo entrati. Passai al vaglio gli altri uomini che avevano reso possibile questa situazione, mentendomi per indurmi a essere qui. Realizzai all’improvviso: non avevo amici al Du Cap. Immaginati e vidi il mio corpo senza vita che veniva gettato sulle rocce di sotto.

Ero terrorizzata.

Tuttavia, sono fortunata ad avere un gene che mi rende molto arrabbiata e concentrata, quando sono spaventata. In passato mi aveva tirata fuori da più di un impiccio, e non mi avrebbe abbandonata proprio adesso. Mi tolsi le mani di Harvey da dosso, scappai in bagno e chiusi la porta a chiave. Harvey mi inseguì, completamente nudo, con i genitali e tutto, battendo sulla porta con i pugni e pregandomi di uscire.

Non c’era telefono in bagno. Dannazione! Mi guardai intorno: niente se non bottigliette di articoli da toletta e il phon. Avrei dovuto cavarmela parlando.

Come se fossi uscita dal mio corpo, vidi la scena e sentii me stessa, una ragazza neozelandese di 23 anni, che rimproverava quest’uomo quasi fosse un bambino.

“Questo è inaccettabile. Rimettiti i vestiti, cattivo, cattivo ragazzo”.

Harvey, mortificato, promise di rivestirsi e mi lasciò sola. Uscii dal bagno e lo trovai seduto sul letto, con indosso un accappatoio, in lacrime.

“Non ti piaccio perché sono grasso”, piagnucolava.

“Stai facendo sul serio?”, gli risposi urlando. “Sono furiosa con te. Mi hai inseguita nudo e mi hai spaventata. Ti sei comportato come un amico e poi mi hai presa in giro. Non ci si comporta in questo modo, vergognati”.

“Mi dispiace”, disse piangendo. “Come posso rimediare?”.

“Portami a casa. Adesso”.

Harvey si vestì e fece una telefonata. Arrivò Rick, con il volto livido e visibilmente a disagio. Non riusciva a guardarmi negli occhi. Anche lui mi era stato simpatico. Mi sentii tradita e usata.

Tutti e tre insieme scendemmo di sotto, dove ci stava aspettando un’utilitaria. Salimmo sul retro. Harvey sedeva al centro. Io stavo in silenzio. Rick e io guardavamo diritto davanti a noi. Il tragitto fu strano. Harvey, che voleva evidentemente mostrare una forma di rimorso, o riconquistare le mie simpatie, iniziò a dirmi cose senza senso sul fatto di farmi diventare una star. A un certo punto disse: “Voglio essere la tua Rocca di Gibilterra”.

Non so ancora cosa volesse dire.

I taxi acquatici non erano più in funzione a quell’ora e io ero bloccata sulla riva, ma Harvey aveva prenotato l’attico del Majestic Hotel per “emergenze”, così ci dirigemmo lì. Mentre lui andava alla reception per avvertire che avrei dormito lì, Rick ne approfittò per scusarsi con me.

“Mi dispiace tanto”, disse. “Voglio che tu sappia che di tutte le ragazze a cui fa questo tu sei quella per la quale mi sono sentito davvero male. Meriti di meglio”.

Il suo commento mi diede il voltastomaco. Era un’ammissione della sua servile accondiscendenza.

Quel ragazzo provava davvero del rimorso. Era sull’orlo delle lacrime. Ma allo stesso tempo non aveva la benché minima idea di quanto sbagliato in principio fosse il motivo delle sue ‘scuse’. Quante ragazze erano coinvolte? Questo succedeva ogni giorno?

Harvey ritornò. Entrambi mi accompagnarono nella suite e Harvey mi disse di prendere qualsiasi cosa volessi, e che avrebbe organizzato il trasporto verso la mia barca il mattino dopo.

Ci salutammo in modo conciso e chiusi la porta a tripla mandata.

Erano le 3 e mezzo del mattino.

Mi guardai intorno. Quella parte di me che ama le grandi storie era ora stupita del fatto che fossi sana e salva. Chiamai mia madre in Australia e la svegliai per raccontarle la storia. Presi un drink dal mini bar. Poi mi ricordai di un attore che avevo conosciuto quella settimana, che alloggiava proprio in quell’hotel, e chiamai la reception. Mi passarono la sua stanza e lo svegliai.

“Rufus? Sono Zoe. Scusa se ti sveglio ma…”

“Non me lo dire. Sei stata Weinstizzata?”

“Come cavolo… ?”

“Ho provato ad avvisarti tutta la notte”, disse. “Lo fa a tutte. Come pensi che le ragazze ottengano le parti nei suoi film?”.

Proseguii con una lista di attrici che secondo lui avevano dormito con Weinstein per ottenere dei ruoli. Mi disse che tutti a Hollywood sapevano e che nessuno faceva nulla per fermarlo. Chiaramente la fabbrica delle voci contro le vittime stava già gradualmente lavorando.

“Non lo sapevo. Sono così stupida”.

“Non andare a dormire”, mi mise in guardia. “Harvey non dorme. Tornerà”.

Riagganciai.

Rufus Sewell è il mio eroe.

Alle 6 del mattino i taxi acquatici ripresero le corse e io stavo già aspettando sulla banchina. L’aria era mite e la città di Cannes, addormentata, sembrava tranquilla mentre si rimpiccioliva con la distanza. Con addosso il vestito della sera precedente e quello che restava del trucco del giorno prima, non ero un bello spettacolo.

Salii sul nostro yacht e trascorsi del tempo appoggiata alla ringhiera, sentendo il vento tra i capelli, guardando indietro verso la città, e osservando gli ultimi lampioni che sfavillavano a distanza. Presi coscienza di ciò che era successo quella notte e mi sentii grata per il mio atteggiamento risoluto. Alla fine, esausta, andai nella mia cabina.

Un paio d’ore dopo, a colazione, i sorrisetti e gli occhiolini d’intesa tra i miei compagni mi fecero sentire priva di sostegno, non creduta, una facile. Nessuno credette alla mia storia. Tutti pensavano che avessi dormito con Weinstein. Il mio negare indignato fu ulteriormente smentito quando un taxi acquatico consegnò 13 rose rosse sullo yacht, con un biglietto che diceva: “Grazie per la scorsa notte”.

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Umiliata, dissi al mio agente che non avrei mai più voluto rivedere Weinstein e chiesi che non partecipassimo più a eventi con lui per il resto del festival. Vittorio mi promise che non l’avrei più rivisto.

Rassicurata, passai il resto della giornata provando a dormire.

Quel pomeriggio mi dissero che avremmo trascorso la serata guardando una premiere del nuovo film di John Turturro. Cenammo a bordo e ci preparammo per un’altra notte in città. Le auto ci prelevarono dalla banchina e ci condussero in un piccolo teatro.

All’interno era vuoto.

Non c’era nessuno lì.

Il teatro era tutto per noi.

Vittorio, preso dall’eccitazione, ci informò che il teatro era stato affittato per la nostra piccola festa come regalo.

Ci sedemmo per guardare il film. Mentre le luci si spegnevano, un grande, pesante uomo entrò nel cinema e prese posto proprio dietro di me. Sapevo chi fosse.

I titoli d’apertura iniziarono a scorrere e la sequenza dei film Miramax comparse sullo schermo.

Nei vent’anni che sono trascorsi da tutta questa storia l’ho ripetuto molte volte. Ogni volta che lo dico, sono sempre infuriata per la cultura di misoginia e di abuso che dilaga tra gli uomini potenti in ogni settore.

Ogni volta che lo dico, sono disgustata per gli insidiosi codici “fraterni” a cui molti aderiscono. Un codice che dice che va bene consentire ai tuoi amici e datori di lavoro di intimidire, minacciare e manipolare le donne in situazioni sessuali contro il loro volere. Una cultura che vede le donne come prede.

Ma soprattutto ricordo la frase che Weinstein disse mentre piangeva sul letto.

“Non ti piaccio perché sono grasso”.

Questo la dice tutta. Sentendo queste parole, per la prima volta vidi, in un istante, un ragazzino sgradevole, sovrappeso, che le ragazze non si filavano a scuola, che poi è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo del cinema per vendicarsi delle ragazze che lo avevano respinto quando era giovane.

Mi sentii quasi dispiaciuta per lui.

Quasi.

Più tardi quella settimana, Rufus Sewell mi disse di aver visto Harvey nell’ascensore del Majestic Hotel poco dopo le 7 del mattino, diretto verso la suite.

Mi piace pensare alla sua faccia quando la trovò vuota.

Rividi Weinstein anni dopo, a Los Angeles, mentre lavoravo come hostess al ristorante Ago. Stavo provando a diventare un’attrice e avrei davvero potuto usare quella “Rocca di Gibilterra”. Mi guardò e io mi girai dandogli le spalle.

Niente valeva il prezzo che avrei pagato.

Vorrei aver parlato prima. Vorrei non aver pensato che questo comportamento fosse normale all’epoca. Vorrei aver pensato che ci potesse essere qualcosa, qualsiasi cosa, che potessi fare per impedirgli di far male ad altre donne in tutti questi anni. Vorrei che questo tipo di uomo non fosse così comune. E vorrei aver imparato da questa esperienza e non essere finita in una relazione con un uomo proprio come lui!

Tra tutte le donne che conosco non ce n’è una che non sia stata fisicamente o psicologicamente tormentata, minacciata, intimidita, molestata o terrorizzata da bulli come Weinstein e Donald Trump (un altro viscido che ho incontrato alla fine degli anni Novanta). La società li tollera. Le donne perdonano. Gli uomini lo consentono. Vorrei ringraziare il New York Times per aver fatto luce su questa bestia e avermi dato il coraggio e la spinta a raccontare la mia storia.

AGGIORNAMENTO, 15 Ottobre.

Questo articolo, pubblicato l’8 ottobre, è stato aggiornato in diverse occasioni.

• L’anno della vicenda indicato inizialmente era il 1997, ma da alcuni vecchi giornali le vicende risultano essere avvenute nel 1998.

• Una prima versione riportava il nome errato dell’assistente di Weinstein, poi corretto in Rick Schwartz.

• L’11 ottobre è stato aggiunto il nome di uno degli amici di Harvey presenti quella notte, Fabrizio Lombardo. È lui l’uomo che ha aiutato a organizzare questo incontro con Harvey Weinstein e mi ha fatta sentire protetta e al sicuro. Credo che fosse un fixer per Harvey Weinstein ed è responsabile perché lo aiutava a procurarsi le donne. Credo che fosse un amico del mio agente.

Lo incontrai di nuovo quella settimana e affermò di non avere idea di ciò che fosse accaduto e si disse molto dispiaciuto. Aveva una fidanzata davvero adorabile, chiamata Claudia Gerini, ed entrambi mi invitarono ad andare a trovarli a Roma un paio di settimane dopo.

Arrivai da loro in serata e scoprii in quel momento che avevano solo un letto. Quando feci loro presente che non avevo alcuna intenzione di fare il terzo incomodo, dormii sul divano e dovetti stare a sentire i rumori che provenivano dalla loro stanza mentre facevano sesso. Era troppo tardi per riprendere il treno, non avevo soldi per una stanza d’albergo ed ero troppo spaventata per dormire per strada.

Questi aggiornamenti ed errori sono stati sottolineati per avere piena trasparenza. Questa storia diventa più grande, spaventosa e seria mentre altre vittime si fanno avanti (…) Credo che Harvey Weinstein sia un molestatore seriale e che non ci sia clinica al mondo che possa curarlo. Deve stare dietro le sbarre per il resto della sua vita. Questa storia è solo la punta di un enorme iceberg.

Qui sotto il tweet in cui Rufus Sewell ha confermato il racconto di Zoe Brock:

 

  • Traduzione a cura di Anna Ditta