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Che ne sarà dei cittadini europei che lavorano nel Regno Unito dopo la Brexit?

Con l'avvicinarsi delle elezioni dell'8 giugno, i partiti forniscono risposte diverse a questa domanda. Ma cosa dicono i numeri sugli immigrati europei nel paese?

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Con l’inizio della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche dell’8 giugno nel Regno Unito, tiene banco e fa da denominatore comune nell’agenda di tutti gli schieramenti la questione di cosa ne sarà dei cittadini con passaporto europeo che attualmente vivono e lavorano nel paese. 

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Keil Starmer, ministro “ombra” per la Brexit nel partito laburista, è stato chiaro nell’affermare che se il suo partito dovesse vincere le elezioni, la priorità del governo sarà garantire la permanenza e i diritti dei tre milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito.

Anche la recente visita a Downing Street di Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, ha messo in evidenza che una delle condizioni fondamentali sulle quali l’Ue non sarà disposta a fare sconti nel tavolo delle trattative è che ci siano garanzie chiare e precise per il futuro dei lavoratori che già si trovano nel Regno Unito.

Se Theresa May ha dato segnali di distensione parlando di “separazione” e non “divorzio”, dall’opposizione laburista si percorre una linea di assoluta garanzia per gli “emigrati europei”, come ha sottolineato Keir Starmer.

Posizione diversa è invece quella del partito Ukip, che con il referendum Brexit ha raggiunto lo scopo dell’abbandono dalla Ue e che con il suo nuovo leader Paul Nuttal fa campagna per un taglio netto con Bruxelles, tenendo ferme le sue politiche anti-immigrazione. Ha affondato ancora di più il pugnale un pezzo da novanta del partito, Gerard Batten, sottolineando che il Regno Unito dovrebbe avere già da adesso il diritto di espellere quelli che non lavorano, non hanno mai pagato tasse e sono “mendicanti o criminali”. 

L’Ukip ha da sempre puntato il dito contro gli altissimi flussi migratori verso il Regno Unito, etichettandoli come “sanguisughe” del Welfare, specie se provenienti dall’est Europa.

Ma cosa dicono i numeri sugli “immigrati” europei?

A giudicare dai recenti dati dell’Office for National Statistics (Ons), l’Istat britannico, il peso che gli immigrati europei hanno nell’economia è tutt’altro che una zavorra, anzi. Gli immigrati concorrono per circa l’11 per cento del totale della forza lavoro, di cui il 7 per cento proviene da paesi dell’Ue, mentre il 4 per cento da paesi che non fanno parte del blocco europeo. In una separata statistica, sempre dell’Ons, si evince che circa il 5 per cento della popolazione britannica è composto da cittadini con passaporto europeo. 

Settori in cui è particolarmente viva la presenza di “immigrati europei”, sono sicuramente quelli del commercio (ingrosso e dettaglio), ristoranti ed hotel, e il settore edile dove la percentuale degli impiegati raggiunge circa il 9 per cento. 

Percentuale più alta la si trova nel settore manifatturiero (circa l’ 11 per cento). Il numero è leggermente inferiore nel mondo della finanza, dove circa l’8 per cento dei lavoratori proviene dal vecchio continente.

Per quanto riguarda il lavoro dei cittadini provenienti dai paesi dell’est Europa – il cosidetto Eu8, che comprende Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia, Slovenia e Polonia – il 50 per cento di questi lavora più di 40 ore settimanali, prevalentemente nel settore manifatturiero.

Se si considerano invece gli Eu2, cioè Bulgaria e Romania, addirittura il 61 per cento degli immigrati nel Regno Unito lavora oltre 40 ore a settimana, con una buona concentrazione nel settore edile. 

La percentuale dei britannici che supera le 40 settimanali è solo del 32 per cento.

Venendo ai salari arriva un’altra nota dolente per i “locali”. La media nazionale si attesta intorno a 11,30 sterline orarie, ma i lavoratori dell’est, compresi bulgari e romeni, ne guadagnano solamente poco più di 8,30 all’ora. 

Per quanto riguarda l’aspetto anagrafico, il 65 per cento dei lavoratori europei nel Regno Unito sono in un’età compresa fra i 20 e i 39 anni, mentre la percentuale si ferma al 42 per cento i sudditi di sua maestà.

Per concludere, ultimo dato interessante è la percentuale di lavoratori compresi fra i 55 e 64 anni: fra i britannici ne figurano il 17 per cento, gli europei sono solo il 6 per cento.

Un oggettivo sguardo sui dati, in definitiva, evidenzia che i lavoratori europei, ancor più se dell’est, concorrono economicamente in misura maggiore nei settori dove non è richiesta un’alta competenza, con umili impieghi dove lavorano più ore, guadagnano meno e concorrono positivamente al contributo del “welfare state” perché più giovani e quindi di fatto dando un contributo maggiore al sistema pensionistico, mentre i britannici risultano più anziani e quindi beneficiari dell’assistenza, quella pagata dagli immigrati europei con le loro tasse.

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