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È morto sull’Everest lo scalatore svizzero Ueli Steck
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È morto sull’Everest lo scalatore svizzero Ueli Steck

Secondo le prime ricostruzioni, Steck è precipitato per mille metri, mentre si trovava in fase di acclimatazione tra il campo 1 e il campo 2 dell'Everest

30 Apr. 2017

Lo scalatore svizzero Ueli Steck è morto sul Monte Everest. Lo hanno riferito fonti nepalesi. Lo svizzero era famoso per le sue imprese di speed climbing e detentore di numerosi record di velocità.

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Steck stava preparando l’attraversata di due ottomila, l’Everest e il Lhotse, durante un’unica impresa di 48 ore. Secondo le prime ricostruzioni, Steck è precipitato per mille metri, mentre si trovava in fase di acclimatazione tra il campo 1 e il campo 2. L’uomo aveva 40 anni.

Il suo corpo è stato recuperato.

Pochi giorni fa Steck aveva scritto sulla sua pagina Facebook di essere salito dal campo base fino a 7.000 metri per poi tornare indietro, perché credeva che “l’acclimatazione attiva” fosse il modo più efficace per abituarsi ad un’altitudine elevata.

L’alpinista ha raggiunto la vetta del monte Everest senza ossigeno nel 2012 e nel 2015 è salito su tutte e 82 le vette alpine. 

Il corpo dello scalatore svizzero Ueli Steck è stato trasferito in elicottero in un ospedale di Kathmandu, in Nepal. 

Steck era tornato sulla montagna più alta del mondo quattro anni dopo una lite con gli sherpa che lo aveva costretto ad abbandonare l’impresa di salire sull’Everest e il Lhotse.

L’anno scorso Steck e il suo compagno di scalatore David Goettler avevano trovato i corpi di due alpinisti americani in Tibet, 16 anni dopo essere stati travolti da un’enorme valanga.

L’alpinista britannico Sir Chris Bonington ha reso omaggio a Steck, descrivendolo come “uno dei più grandi arrampicatori di tutti i tempi”.

L’alpinista britannico Kenton Cool ha descritto Steck come “una vera ispirazione” che “ci ha mostrato tutto ciò che era possibile nelle montagne e oltre. Un alpinista leggendario e un grande ragazzo”.

Ueli Steck ha fissato nuovi standard nell’arrampicata alpina. Era stato soprannominato “la macchina svizzera” per il suo approccio spietatamente metodico e la sua capacità di continuare l’arrampicata anche dopo essersi spinto oltre i limiti della resistenza umana.

Nel 2015 si arrampicò su una delle pareti più famose del mondo, la parete nord del monte Eiger, in Svizzera, in due ore e 47 minuti, un tempo che sarebbe stato impensabile ai primi pionieri dello sport, che impiegarono giorni per completarlo.

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