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Noi, accademici di Ankara cacciati da Erdogan, continueremo a insegnare nei parchi

“Con la riforma costituzionale rischiamo una vera e propria deriva fascista”. TPI incontra gli accademici di Ankara espulsi con l’ultimo decreto presidenziale

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Haci è uno studente curdo originario di Konya, in Anatolia centrale. All’Università di Kocaeli, vicino Istanbul, stava per esporre la sua tesi sulla questione curda quando il suo relatore è stato espulso, e il suo sostituto si è rifiutato di approvare il tema della ricerca per motivi politici.

Quando Haci ha chiesto il trasferimento alla facoltà di scienze politiche dell’Università di Ankara, anche il prestigioso ateneo della capitale è stato falcidiato dalle espulsioni. Con il decreto legge numero 686, emanato all’inizio di febbraio dalla presidenza – in virtù dello stato di emergenza che vige dal fallito golpe dell’estate 2016 – altri 330 accademici turchi sono stati licenziati in tronco.

“Dopo il fallito colpo di stato la repressione della libertà di parola continua a crescere in modo spaventoso”, dice a TPI Sevilay Celenk, una professoressa espulsa dall’Università di Ankara che ha deciso di protestare organizzando una lezione pubblica al parco Kugulu, nella capitale. “Non ce l’aspettavamo. La nostra unica colpa è quella di aver firmato una petizione contro la sanguinosa operazione militare condotta dall’esercito turco nelle città curde del sudest del paese”.

La petizione in questione, intitolata Non saremo complici di questo crimine, risale a gennaio 2016 ed è stata sottoscritta da buona parte degli accademici ora liquidati con l’accusa pretestuosa di appartenere a organizzazioni terroristiche.

(Una protesta per i licenziamenti al parco Kugulu di Ankara. Credit: Davide Lerner. Il pezzo continua sotto la foto)

Espulsi dall’università per aver firmato un appello per la pace, semplicemente per essersi espressi in maniera libera: questa la sorte di tanti fra i 4.811 accademici licenziati da 112 università turche, a partire dall’introduzione dello stato di emergenza.  

“Pratiche di mobbing contro professori universitari invisi al governo durano da anni”, spiega Nisa, una studentessa dell’Università di Ankara che partecipa alla protesta indossando un velo di colore lilla. “Ma mai come dopo il fallito colpo di stato”. Nisa si dice convinta che il golpe non sia stato una messa in scena, come sostengono alcuni membri dell’opposizione al presidente Erdogan, e che la setta di Fathullah Gulen fosse davvero dietro agli avvenimenti del 15 luglio.

“Ma anche contro di loro i provvedimenti sono stati sproporzionati”, dice la studentessa. “Capisco il bisogno di espellerli dall’esercito, ma perché colpire dottori e professori universitari?”.

Molti dei suoi docenti di riferimento alla facoltà di legge hanno perso il lavoro, come tutti i suoi insegnati al liceo Samanyolu, che è stato preso a sassate e poi chiuso perché legato alla setta di Gulen.

“I miei genitori mi ci hanno mandato perché porto il velo”, racconta Nila. “Pensavano che nelle scuole pubbliche non mi avrebbero lasciato in pace, ma io non ci volevo andare”. 

(La studentessa Nisa protesta contro l’espulsione dei suoi docenti ad Ankara. Credit: Davide Lerner. Il pezzo continua sotto la foto)

Michelangelo Guida, professore universitario italo-turco a Istanbul, conferma che le accuse di appartenere alla setta di Gulen non sono sempre fondate e possono essere usate in maniera strumentale.

“È un’affiliazione difficile da determinare, spesso i licenziamenti si basano su una segnalazione anonima o su una diceria”, ammette Michelangelo. “In ogni caso l’ultima ondata ha colpito principalmente i firmatari della petizione contro la guerra nel sudest, quindi le persone di sinistra”.

Petizione che, secondo Guida, era pesante. “Accusava il governo di massacri, deportazioni, ma questo non giustifica certo le espulsioni seduta stante dagli atenei”, dice il professore universitario.

Dincer Demirkent, uno dei professori licenziati dall’Università di Ankara, oltre ad aver firmato la petizione, aveva scritto analisi critiche sulla riforma costituzionale fortemente voluta da Erdogan. Le modifiche, che saranno messe al voto il 16 aprile 2017, trasformerebbero la Turchia in una repubblica presidenziale, permettendo al presidente di rimanere al potere fino al 2029.

“Elemento fondante di qualsiasi democrazia è quello della divisione dei poteri, mentre con la riforma il presidente concentrerebbe l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario nelle proprie mani”, spiega a TPI Demirkent, che è un esperto di legge costituzionale. “Erdogan spadroneggia in maniera incontrastata da anni, ma la riforma legittimerebbe in maniera definitiva questa deriva fascista”.

Ciò che lo impressiona di più delle recenti espulsioni è la loro totale arbitrarietà. “La gente non conosce neppure i capi d’accusa, e non può fare ricorso a causa della legge di emergenza”, dice Michelangelo, che è stato malmenato dalla polizia durante una protesta oltre che privato del passaporto come tutti i suoi colleghi espulsi. “Questi decreti sono del tutto illegali. La legge marziale non li può validare perché non riguardano il fallito golpe”. 

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(Canberk Gurerl, a sinistra, e Dincer Demirkent, a destra, due docenti espulsi. Credit: Davide Lerner. Il pezzo continua sotto la foto).