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La donna britannica rapita e usata come schiava sessuale per tredici anni

La 44enne ha scritto un libro di memorie in cui racconta la sua terribile storia, fatta di abusi e violenze, usando lo pseudonimo di Anna Ruston

Immagine di copertina

Anna Ruston è il suo pseudonimo. Oggi ha 44 anni e ha appena pubblicato un libro-memoria in cui racconta la sua terribile storia, di quando venne rapita all’età di quindici anni da un uomo che abusò di lei e la usò come schiava sessuale per tredici anni.

La donna ha deciso di raccontare la sua storia come parte di una terapia di riabilitazione e ha intitolata il suo libro “Secret Slave: Kidnapped and abused for 13 years. This is my story of survival“.

All’epoca, Anna era una ragazza vulnerabile che non poteva contare su una famiglia solida. Lavorava per una compagnia di taxi ed è proprio lì che incontrò quello che sarebbe diventato il suo aguzzino.

Tratta in inganno da quell’uomo che le aveva ispirato fiducia, cadde nella sua rete in maniera ingenua.

Malik, questo il nome indicato da Anna Ruston nel suo libro, era un tassista di origine asiatica che viveva e lavorava in Inghilterra. Un giorno invitò la giovane a far visita ai suoi familiari, alla madre, ai fratelli e alle loro mogli.

Anna decise di accettare senza alcuna remora. Si trattava di un invito in famiglia per un tè e non avrebbe corso alcun pericolo. Ma non fu così. Una volta oltrepassata la soglia dell’abitazione, la ragazza venne dapprima aggredita verbalmente e definita “una merda bianca” e poi violentata. Poi l’uomo la chiuse all’interno di una stanza da letto vietandole di scappare.

Così, Anna visse tredici lunghi anni segregata in casa e usata come schiava sessuale. Non solo dal suo carnefice, ma anche da altri uomini. Nel corso di quegli anni, la ragazza ha dato alla luce quattro bambini. “Nati in cattività, sono stati probabilmente affidati o peggio venduti ad altre famiglie”, ha raccontato Anna in una lunga intervista.

“Posso ancora vedere quella stanza e visualizzare l’angolo dove ho sentito tutto il dolore. Ogni volta pensavo che il mio corpo non avrebbe resistito. Sento ancora l’odore di gabinetto e di aglio dentro quella casa. Sono arrivata al punto in cui non sapevo cosa fosse la vita”.

Anna usciva dalla stanza solo per incontrare altri uomini che approfittavano del suo corpo. La sua storia è molto simile a quella vissuta da Elisabeth Fritzl, che trascorse 24 anni intrappolata in un bunker sotterraneo dove veniva ripetutamente violentata da suo padre, Josef Fritzl.

Durante i lungi anni di prigionia, Anna ha tentato svariate volte di uccidersi con antidolorifici oppure gettandosi giù per le scale. Arrivò persino a volersi impiccare con una sciarpa.

I parenti con cui il tssista abitava erano a conoscenza di tutto, tanto che Anna veniva data come ricompensa anche ai fratelli del sequestratore. Il momento peggiore arrivò in seguito: quando Malik le comunicò che lui e la sua famiglia sarebbero rientrati per un periodo in Pakistan, aggiungendo che l’avrebbero portata con loro.

“In realtà ero certa che mi avrebbero lasciato in casa, a morire di fame, oppure mi avrebbero venduta ad altre persone”, ha raccontato ancora la donna.

Anna è riuscita a salvarsi grazie alla visita di un’assistente sanitaria alla quale consegnò un pezzo di carta, con su scritto la sua richiesta di aiuto e indicato un giorno in cui Malik e la sua famiglia sarebbero stati impegnati nelle preghiere per la festa musulmana di Eid.

L’assistente sanitaria le restituì quel biglietto dicendole che avrebbe fatto suonare il telefono di casa per tre volte, avvisando Anna della sua presenza fuori dall’abitazione e dandole la possibilità di fuggire via.

Anna sperava di forzare la porta sul retro dell’abitazione, ma per un autentico colpo di fortuna trovò una chiave inserita nella serratura dell’ingresso principale. Fu così che l’aprì e corse fuori.

Le due donne andarono alla polizia per denunciare l’uomo, ma scoprirono che Malik le aveva precedute e aveva descritto Anna come sua “moglie” e l’aveva accusata di abbandono del tetto coniugale “a causa dei gravi problemi mentali”.

Gli inquirenti però credettero alla versione della donna, ma lei non riuscì ad andare fino in fondo e denunciarlo. A distanza di tempo, Anna ha detto di essere ancora troppo spaventata per rivolgersi alla polizia.