Che cosa succede se sei una rifugiata bisessuale
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Che cosa succede se sei una rifugiata bisessuale

La storia di Aisha, scappata dalla Siria in Turchia, poi in Grecia, mostra le difficoltà della comunità Lgbt nel veder accettate le proprie richieste d'asilo

13 Dic. 2016  

Incontro Aisha in un caffè nel quartiere di Exarchia, ad Atene. Mentre ordina un bicchiere di vino, appare evidente come non rappresenta la donna siriana dell’immaginario occidentale: non porta il velo, fuma sigarette senza sosta e ha modi di fare di chi non sente alcuna disparità di genere. Ha 25 anni e vive lontano da casa da un anno.

“Circa un anno fa sono scappata in Turchia, dove i miei genitori credono che io stia tutt’ora”, racconta Aisha, che proviene da un contesto familiare particolare.

“Vengo da Latakia, la città dove è nato Bashar al-Assad. La mia posizione è molto delicata, se ci fai caso non ti ho detto il mio cognome per ragioni di sicurezza. La mia famiglia fa parte della stessa setta di Bashar, la minoranza religiosa degli alawiti. Loro non sanno che io sono un’oppositrice, appoggiano il regime perché credono che Assad sia l’unico che li possa difendere dai fondamentalisti sunniti. Hanno paura”.

Una volta arrivata in Turchia credeva di poter trovare un lavoro, senza voler andare in Europa. Ma lì, complice la difficoltà della lingua e la chiusura dei turchi nei suoi confronti, è stato subito difficile integrarsi.

“Ho provato a lavorare per gli arabi, ma niente, ero troppo aperta e liberale perché non portavo il velo”, spiega la giovane siriana. “E comunque se mi offrivano il lavoro, mi pagavano di meno ed io questo non lo accettavo”.

Così ha trovato un passaggio per l’isola greca di Chios, pagandolo a caro prezzo, e ha lasciato l’Anatolia. È stata in un campo profughi per quattro mesi, fino a quando la sua permanenza con migliaia di arabi è diventata impossibile.

Il motivo è il suo orientamento sessuale: Aisha è bisessuale. Per lei vivere in un campo profughi, dove la stragrande maggioranza della gente non accettava la sua scelta sessuale, era diventato pesante, al punto che è dovuta scappare, imbarcandosi su un traghetto per Atene, senza documenti.

“Ma non vedi come sono bianca?”, racconta Aisha. “La polizia non mi ha né controllato né detto niente. Mi sono imbarcata col biglietto e via”, spiega.

Tra le varie motivazioni della sua richiesta da asilo, Aisha ha incluso anche il suo orientamento sessuale. Il tema dei rifugiati Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali) è complesso e la loro protezione internazionale non è sempre lineare.

Come funziona il sistema di protezione internazionale per i rifugiati Lgbti

La convenzione del 1951 delle Nazioni Unite, relativa allo status di rifugiati, non include esplicitamente l’orientamento sessuale tra i motivi per cui una persona può ottenere il diritto d’asilo. Al contrario la protezione internazionale è garantita a chi si ritiene perseguitato per ragioni relative a razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche.

L’orientamento sessuale è a volte ricondotto a ragioni di appartenenza a un gruppo sociale, altre volte a opinioni politiche. Ma la protezione delle persone Lgbti non è giuridicamente consolidata. In migliaia scappano dai propri paesi d’appartenenza, per paura di persecuzioni da parte delle autorità e della comunità a cui appartengono.

Uno studio della Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (Ilga) riconosce come il livello di applicazione di leggi discriminatorie verso persone Lgbti cambia drasticamente fra nazioni diverse, e addirittura fra regioni di uno stesso stato. Le attività sessuali fra persone delle stesso sesso sono considerate illegali in 75 nazioni del mondo.

L’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), in un rapporto pubblicato alla fine del 2015, evidenzia che la protezione delle persone Lgbti è resa più difficile da discriminazioni legali, culturali e sociali. Tuttavia, mentre le leggi che criminalizzano l’identità, l’espressione e le associazioni Lgbti interessano zone geografiche più o meno limitate (Africa, Asia Pacifica e Medio Oriente), l’esclusione sociale e altre forme di violenza sono riscontrate in tutti e cinque i continenti.

Per realizzare un sistema efficiente di protezione non basta creare un sistema legale internazionale. È indispensabile costruire spazi sicuri, dove una persona Lgbti si sente a suo agio e libera di dichiarare il proprio orientamento sessuale, senza paura di ritorsioni. È cruciale formare un personale che sia in grado di occuparsi di questi casi.

Un altro rapporto dell’Unhcr del 2010 evidenzia che le persone Lgbti spesso non hanno un adeguato accesso alle informazioni sul come e dove fare la richiesta d’asilo. Un richiedente asilo appartenente alla comunità Lgbti si sente spesso impossibilitato a discutere la propria situazione con le autorità, percependole come inesperte sui temi Lgbti.

A tutto questo si aggiungono i numerosi casi di abusi e violenze che i rifugiati Lgbti subiscono da altri richiedenti asilo e da impiegati statali durante il processo di registrazione, come riportato dalla stessa agenzia Onu e da altre ong internazionali.

La persona omosessuale può evitare di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Ma non rendere palese il proprio stato rischia di compromettere la protezione internazionale di cui la stessa dovrebbe godere.

Questo circolo vizioso rende il processo d’asilo intimidatorio e meno accessibile per le persone Lgbti e determina il rischio di rendere invisibili questi soggetti.

Le richieste d’asilo delle persone bisessuali

La categoria Lgbti raccoglie, entro un unico acronimo, orientamenti sessuali diversi che non ricevono lo stesso trattamento legislativo. L’Unhcr riconosce come i bisessuali riscontrano un tasso di accettazione della domanda d’asilo estremamente basso e sono largamente invisibili nella giurisprudenza internazionale.

Quando un bisessuale s’identifica come tale, l’autorità giudiziaria tende ad analizzare la sua domanda d’asilo entro un contesto etero o omosessuale. Ci sono stati casi in cui i giudici, non ritenendo la bisessualità un orientamento sessuale, hanno deciso che i bisessuali potessero tornare nel paese d’origine, senza rischiare alcun tipo di persecuzione.

Uno studio della York University di Toronto, analizzando il tasso di successo delle richieste d’asilo provenienti dai bisessuali per tre nazioni ospitanti (Canada, Stati Uniti e Australia), ha evidenziato che questo tasso è drasticamente più basso rispetto alle altre minoranze.

I motivi sono due: il primo è l’invisibilità della bisessualità, ossia lo scarso riconoscimento di questo orientamento sessuale o la visione dispregiativa che alcuni giudici hanno nei suoi confronti; il secondo attiene alla reticenza nel garantire lo status di rifugiato alle minoranze sessuali che differiscono dall’omosessualità, come tradizionalmente percepita.

I centri sociali occupati ad Atene e il gruppo di supporto per le persone bisessuali

“Io l’ho detto che ero bisessuale, ma non ho ricevuto nessun supporto”, tuona Aisha un po’ spazientita. “Non mi sento tutelata dalle autorità in nessun modo”.

Una volta arrivata ad Atene non voleva andare negli edifici occupati dai migranti. In tutta la città ci sono circa 10 palazzi, dove in totale vivono più di 2.500 persone. Di queste strutture, solo uno offre delle zone dedicate a migranti Lgbti. Si chiama Notara26 ed è uno centro anarchico nel quartiere di Exarchia.

Aisha non voleva finire dentro la stessa rete oppressiva del campo di Chios da cui era scappata e così oggi vive a casa di amici.

“Nei centri sociali ci vado, ma solo come volontaria”, racconta la giovane siriana. “Aiuto nella traduzione e nella gestione dell’infermeria, visto che sono laureata in farmacia”.

“Vado ai loro meeting il giovedì, mi aiuta molto a non sentirmi sola e in più ho voglia di lottare e aiutare la nostra causa”, spiega Aisha, che ad Atene ha trovato un gruppo greco di supporto bisessuale.

“Io combatto per la libertà di essere ciò che sono: lotterò per i diritti della comunità Lgbti. Per me è importante non solo perché faccio parte di loro; ma soprattutto perché questi gruppi in alcuni paesi non hanno nessun tipo di diritto, e questo non è ammissibile. Io dirò a tutti che sono bisessuale e che mi devono rispettare, arabi e non arabi”.

Ce ne andiamo dal caffè, e ci salutiamo alla fermata del bus. Aisha cammina sola e forte, come una normale donna araba bisessuale che non teme l’oppressione e lotta per annientarla.

* A cura di Federico Annibale