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Perché i paesi del nord Europa sono i più colpiti dalla violenza sulle donne

Maura Misiti, prima ricercatrice del CNR, spiega l'importanza della raccolta dei dati sul fenomeno della violenza di genere

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Sul fenomeno della violenza sulle donne si è detto molto in questi giorni, grazie all’azione di sensibilizzazione innescata dalla giornata mondiale tenutasi lo scorso 25 novembre. Con alcuni esperti si è discusso anche del difficile reperimento di dati e statistiche a sostegno di adeguate misure di prevenzione, che andrebbero adottate a livello governativo.

Maura Misiti, demografa e prima ricercatrice all’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), è esperta in studi sull’approccio di genere. Ha spiegato a TPI che i dati della violenza sulle donne possono essere di due tipi: “Quelli che riguardano il fenomeno emerso e che si estraggono, appunto, dalle denunce, dai centri antiviolenza, dai processi e dalle persone che si rivolgono ai pronto soccorso; e quelli che si ottengono solo grazie alle indagini, ossia i dati sommersi”.

La demografa ha confermato la difficoltà nel creare banche dati interpretabili e confrontabili a livello nazionale ed europeo.

“Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, diversi anni fa il CNR ha condotto un’indagine con il dipartimento delle Pari Opportunità, ossia il Progetto Urban, che ha consentito di creare le reti antiviolenza in molti comuni italiani. Ma quel tipo di ricerca si è occupata soprattutto della percezione sociale della violenza sulle donne, assumendo i contorni di un’indagine qualitativa”.

Misiti spiega: “Il problema delle banche dati è rappresentato dal fatto che i vari istituti raccolgono i dati in modo autonomo, senza dei parametri universali. Per ovviare a questa difficoltà l’Istituto europeo per il genere sta cercando di definire una metodologia che consenta ai paesi europei di utilizzare parametri confrontabili anche tra paesi diversi”.

Un primo tentativo è l’indagine esplorativa condotta nel 2013 dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali. A 42mila donne è stato chiesto se nel corso della vita avessero mai subito una forma di violenza, come molestie sessuali, stalking, violenze fisiche. Il risultato della ricerca portata avanti in tutti e 28 i paesi dell’Unione ha confermato il trend: circa un terzo delle donne intervistate, almeno una volta nella vita, ha subito violenza.

Il dato più curioso, però, è quello evidenziato dalla Misiti: “L’indagine ha fatto emergere il cosiddetto paradosso nordico. Nei paesi del nord Europa che hanno i più alti standard in materia di tutela dei nuovi diritti e di parità di genere, l’indice di violenza domestica sulle donne è sorprendentemente più elevato rispetto a quei paesi che sono comunemente considerati arretrati in questa materia”.

In base all’indagine, infatti, al vertice della classifica è situata la Danimarca, con il 52 per cento delle donne che raccontano di aver subito violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni, seguita da Finlandia (47 per cento) e Svezia (46 per cento).

Le altre posizioni sono coperte dai Paesi Bassi (45 per cento), Francia e Gran Bretagna (44 per cento), mentre l’Italia arriva al diciottesimo posto (27 per cento).

“Anche questi dati possono essere interpretati in diversi modi”, sottolinea Misiti. “Per esempio potrebbero essere influenzati dalla maggiore disponibilità delle donne appartenenti agli stati con le percentuali più alte a raccontare le violenze subite, rispetto a quei paesi dove la violenza è vista come un evento vergognoso da nascondere. Va poi considerato il campione di riferimento composto da numeri ancora troppo bassi. Non devono nemmeno tralasciati fattori come l’alcool: nei paesi scandinavi l’abuso di alcoolici è più elevato e la correlazione con la violenza è nota”.

Gli studiosi hanno anche rimodulato i calcoli considerando l’eventualità che nei paesi ritenuti più evoluti le donne più libere denuncino più facilmente gli abusi rispetto alle donne più oppresse dei paesi arretrati, ma i risultati non sono cambiati.

La questione metodologica, dunque, resta cruciale: “Solo con dati coerenti e comparabili si possono impostare delle politiche di monitoraggio e valutare gli interventi già effettuati, capire se sono giusti. I numeri rendono reale un fenomeno per sua definizione sommerso e nascosto”.

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