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Le donne di una casta indiana costrette a fare le prostitute dopo il matrimonio

Nella maggior parte dei casi i loro protettori sono i mariti che sfruttano le giovani mogli. Spesso questo lavoro si tramanda di madre in figlia

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Durante il giorno, Sita si occupa delle faccende domestiche: cucina, lava il bucato, si prende cura del marito e di sua figlia. Quando cala il buio, la donna si prostituisce sulle strade periferiche di Delhi, in India. 

Finito il turno di lavoro, rientra a casa la mattina all’alba e indossa nuovamente i panni di moglie e madre premurosa. Prepara la colazione alla sua bambina e l’accompagna a scuola. Una volta terminate le faccende, si concede un po’ di riposo prima di ricominciare la routine. 

Sita vive con il marito e i figli in un angolo diroccato di Najafgharh  un agglomerato urbano non lontano dal caos della capitale indiana. Tutti sanno cosa fa la donna per vivere. Il suo lavoro non è un segreto per i componenti della casta alla quale appartiene, una comunità indiana profondamente emarginata.

Nascere qui significa non poter sfuggire nella maggior parte dei casi a questa pratica, che spesso si tramanda di madre in figlia. Per loro prostituirsi è quasi un passo obbligato, come il matrimonio e il parto. Il loro protettore generalmente è l’uomo che hanno sposato.

“Il mio primo figlio è morto poco dopo la nascita. Ho iniziato a lavorare come prostituta quando la secondogenita ha compiuto un anno”, ha raccontato la donna. 

Sita si è sposata da giovanissima. Aveva diciassette anni quando fu data in sposa a un uomo della casta Perna che non aveva mai visto prima. Da allora sono trascorsi soltanto tre anni. Subito dopo la perdita del primo figlio e la nascita di un’altra bambina, la giovane ha iniziato a prostituirsi. Solitamente lei incontra i suoi clienti in luoghi casuali: le fermate dei bus lontane da occhi indiscreti, le piazzole di sosta e i parchi distanti dal quartiere in cui vive e fuori dalla vista della polizia locale. 

Non lavora da sola, ma in gruppo con altre donne. Insieme condividono la tariffa del risciò che le conduce sul luogo di lavoro e così facendo riescono a proteggersi a vicenda, evitando pericoli ed eventuali aggressioni. 

“Cerchiamo di sbrigarci”, ha spiegato Sita. “L’incontro occasionale finisce generalmente sul sedile di qualche auto o in angoli nascosti. Quando una di noi è impegnata con un cliente, un amico rimane a breve distanza pronto a dare l’allarme in caso di pericolo, o se avvista qualche auto della polizia”, ha sottolineato ancora la donna. 

La tariffa varia a seconda delle prestazioni offerte: ogni cliente paga tra le 200 e le 300 rupie. In una sola notte di lavoro, le donne possono arrivare a guadagnare più di 1000 rupie. A volte capita anche di non riuscire a portare a casa quasi niente. 

Prostituirsi è un fatto generazionale 

Alla fine degli anni Trenta, la stessa sorte spettò a Leela, all’epoca madre di quattro bambini piccoli. Lei conobbe la strada della prostituzione più tardi rispetto alle generazioni successive di donne della casta Perna. 

A differenza di Sita e di tante altre ragazze coetanee, Leela entrò nel mercato del sesso quando rimase vedova e fu costretta a far ritorno nella sua casa d’infanzia, nella località di Najafgarh. 

Per lei prostituirsi rappresentava lo sbocco naturale per la ricerca di un lavoro. Sua madre era morta giovane, ma Leela ha un ricordo vivido delle sue zie che spesso uscivano la sera e facevano tardi: “Questo lavoro è il nostro compromesso, il nostro modo di guadagnarci da vivere”.

“Una donna Perna è nata nella povertà, appartiene a una casta emarginata ed è femmina. Così è per tre volte oppressa”, ha precisato Ruchira Gupta, fondatrice del movimento antitratta Apn Aap, che ha lavorato con la comunità Perna di Najafgarh per più di cinque anni. 

“Non appena queste ragazze raggiungono la fase della pubertà si sposano, e dopo il primo figlio, il marito si trasforma in protettore della moglie che si prostituisce. Appartengono a questa comunità e non hanno più alcuna via di fuga. Fanno questo lavoro per otto o dieci anni e una volta sfruttate è chiesto loro di spingere le loro figlie su quella stessa strada”. 

Spesso le ragazze che si rifiutano di ripercorrere le stesse orme della madre, sono fisicamente abusate dai loro suoceri. Questi ultimi si aspettano dalla moglie del loro figlio che riesca a contribuire alle finanze familiari. 

La figlia di Leela, una volta raggiunta la fase dello sviluppo, rischiava di fare la stessa fine, ma la mamma si è battuta affinché non incappasse nel medesimo destino. Grazie all’appoggio fornito alla donna dall’ Apne Aap, Leela è riuscita a convincere un tribunale locale che sua figlia non era costretta a intraprendere la strada della prostituzione, e che doveva essere libera di scegliere in maniera indipendente. 

“Ma non sempre s’incontrano donne coraggiose come Leela”, ha sottolineato un membro dell’Ong. 

Tuttavia, anche laddove non dovesse esserci costrizione da parte degli uomini, le donne non hanno comunque alcuna scelta di optare per qualcosa di diverso all’interno di una comunità non solo economicamente e socialmente emarginata, ma storicamente esclusa da diritti e libertà di cittadinanza. 

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Mariti e protettori al contempo 

Nella maggior parte dei casi, gli uomini della comunità Perna che vivono nella zona di Najafgarh a Delhi sono spesso disoccupati e per questa ragione diventano i protettori delle loro mogli spingendole alla prostituzione. Essi vivono così dei guadagni che le loro spose e madri riescono a racimolare. 

In altri casi, sono i suoceri a forzarle verso la strada della prostituzione. “Succede a tutte le ragazze”, ha raccontato un’altra donna della casta Perna. “Ci si abitua a questo lavoro”.