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In Libia non c’è ancora un vero accordo
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In Libia non c’è ancora un vero accordo

Dal maggio del 2014 il paese sta vivendo di fatto una guerra civile, in cui due governi sono in lotta tra loro, lasciando spazio di manovra all'Isis

16 Mag. 2016

Da maggio del 2014 la Libia è di fatto un paese in guerra civile, in cui due governi antagonisti sono in lotta tra loro, lasciando nel frattempo spazio di manovra ai terroristi del sedicente Stato islamico.

Nella città di Tobruk detiene il potere il generale Khalifa Haftar supportato dall’Egitto di al-Sisi, che al di là degli interessi del Cairo nell’est della Libia, è particolarmente interessato a impedire che il paese possa diventare un rifugio per i Fratelli Musulmani, partito che ha escluso dal governo con un colpo di stato nel 2013. Nella capitale Tripoli, invece, dominano le milizie jihadiste di Alba Libica supportate da Turchia e Qatar.

Il sedicente Stato islamico è riuscito a crearsi una solida base nel paese approfittando di queste divisioni politiche. L’avanzamento degli uomini del Califfato ha spinto gli Stati Uniti a chiedere il permesso all’Italia di utilizzare le basi aeree per eventuali futuri attacchi mirati.

Un intervento militare della Nato contro il ramo libico dell’Isis comporterebbe la fine di ogni tentativo di mediazione tra i due governi e il conseguente arrivo di ondate di profughi sulle coste italiane. Per questo motivo il primo ministro Matteo Renzi ha deciso di forzare la mano ai due principali attori politici locali, bloccati da tempo in lunghe e inconcludenti trattative. La Farnesina si è così schierata al fianco di Fayez al-Serraj, indicato durante i colloqui tra Tripoli e Tobruk come potenziale guida di un governo d’unità nazionale. 

L’azzardo italiano ha permesso ad al-Serraj di prendere il controllo della capitale senza dover sparare nemmeno un colpo. In pochi giorni il nuovo primo ministro ha ottenuto l’appoggio degli amministratori dell’azienda petrolifera di stato, del direttore della banca centrale e delle potenti milizie di Misurata e, cosa non meno importante, ha ricevuto il tempestivo riconoscimento politico da parte di molti paesi dell’Unione Europea.

Con l’arrivo di al-Serraj, Khalifa Haftar ha temuto di trovarsi escluso dal futuro politico del paese. Così il generale ha spinto il parlamento di Tobruk a rimandare il riconoscimento del governo di unità nazionale a tempo indeterminato, potendo contare sull’arrivo di più di 1200 tra mezzi corazzati e pickup, donati da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Per segnalare l’opposizione all’intervento di Renzi, a Tobruk alcuni manifestanti pro-Haftar hanno bruciato una bandiera italiana.

Il rafforzamento dell’armata di Haftar da parte dell’Egitto rischia di far cadere il paese in una nuova guerra civile. Di fronte a questa minaccia, il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni, ha proposto ad al-Serraj di offrire un ruolo di transizione all’uomo forte di Tobruk. Ogni tentativo di apertura di un tavolo diplomatico è caduto in un nulla di fatto. Haftar infatti può contare sul pieno supporto di al-Sisi che a sua volta ha trovato un potente alleato nel presidente russo Vladimir Putin che ben vede il ruolo del comandante militare libico in funzione anti-Isis.

Vista l’impossibilità di uscire dall’empasse diplomatico in tempi brevi, al-Serraj ha iniziato a prepararsi per un’eventuale lotta armata sia contro l’Isis che contro Tobruk. Ha così formato un suo corpo militare chiamato Guardia Presidenziale. Ha inoltre richiesto alle Nazioni Unite di eliminare l’embargo sulla vendita delle armi alla Libia, in modo da poter ricevere armamento pesante dall’Italia.

L’Onu, con la coordinazione italiana, ha inviato il generale Paolo Serra a incontrare i leader politici di Zintan, centro urbano poco lontano da Tripoli schierato con Haftar. Fintanto che la città è fedele a Tobruk, al-Serraj non può muoversi contro l’Isis. La strategia del generale è proprio quella di bloccare Tripoli in una situazione da “scacco al Re” in modo che sia solo lui a combattere contro i terroristi, legittimandosi agli occhi della comunità internazionale.

Al generale Serra era stato assicurato un colloquio con le alte cariche di Zintan, ma quando il suo aereo è atterrato è stato accolto da una folla inferocita che ha mostrato alle telecamere cartelli con scritte anti italiane. Il generale è stato addirittura definito “il nipote di Graziani”, il gerarca fascista che guidò una dura repressione nel paese. Serra quindi è stato costretto a fare dietrofront.

Il fallimento di Zintan ha spinto Gentiloni a cercare di rafforzare la posizione di al-Serraj all’estero. Il ministro degli esteri italiano è così volato in Tunisia per un incontro istituzionale. Poco prima di partire si è tenuta una conferenza stampa alla Farnesina in cui non sono state né smentite né confermate alcune voci per cui le forze speciali italiane sarebbero pronte a giungere nel paese. Grazie alla diplomazia italiana la Tunisia e la Libia hanno stretto un’alleanza di fatto. In questo modo al-Serraj potrà contare su una stabilizzazione dell’area ad ovest di Tripoli.

Il sedicente Stato islamico nel frattempo non è rimasto a guardare. Approfittando della debolezza di al-Serraj, ha iniziato un’offensiva contro le milizie di Misurata, replicando un copione già visto in Siria: duri attacchi contro gruppi armati non schierati con l’Isis al fine di reclutarne gli uomini demoralizzati. La risposta di Roma è stata l’offerta di aprire gli ospedali militari italiani agli uomini leali ad al-Serraj.

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