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Perché siamo infelici anche quando abbiamo successo

Secondo un professore statunitense, più che la competizione con gli altri è necessario scegliere un approccio alternativo per impegnarci davvero nelle cose che più amiamo

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“I soldi non fanno la felicità” è una frase fatta che si
sente dire da tempo immemore, ma oggi un professore dell’Università del Texas potrebbe
aver dato qualche base scientifica a quest’affermazione.

Nel suo ultimo libro, intitolato If you’re so smart, then why aren’t you happy?, traducibile con “Se
sei così in gamba, perché non sei felice?”, il prof. Raj Raghunathan esplora l’interessante questione del divario tra il successo nella vita
e il proprio grado di soddisfazione, che anzi in alcuni casi risultano essere due fattori inversamente
proporzionali.

In un’intervista alla rivista statunitense The Atlantic, il professore ha offerto il
suo punto di vista sul tema affrontato dal suo libro, sostenendo che se da un lato è vero che molte
persone sanno cosa potrebbe renderle felici, dall’altro non si approcciano a quegli
obiettivi nella giusta maniera, rendendo così inefficace il loro sforzo.

Per esempio, se si decide di voler essere i migliori in un
certo campo, non è semplice adottare parametri di valutazione che possano
rassicurarci sul nostro status, e allo stesso tempo è fin troppo facile abituarsi a
certi standard e smettere di essere soddisfatti della posizione raggiunta.

In
questo senso, per mantenere un certo grado di felicità, è necessario continuare a
ricevere ulteriori gratificazioni, rischiando però di non riuscire, nel lungo periodo, ad alzare sempre di più la posta in gioco e mantenere intatto il livello di felicità.

Pertanto, Raghunathan suggerisce un approccio alternativo, che rispetto
al confronto e alla competizione con gli altri, implica un impegno maggiore nelle cose che
più ci piace fare e in quelle in cui siamo istintivamente bravi, verso le quali sarà
più verosimile sviluppare competenze.

È più probabile che il successo in senso concreto si manifesti in questo modo, quale conseguenza del nostro più genuino piacere.

A tal proposito, nel suo libro, Raghunathan consiglia di osservare i bambini che seguono
con naturalezza questo percorso: senza preoccuparsi dei parametri di
valutazione esterni, scelgono di andare nelle direzioni in cui li porta il
divertimento e il piacere.  

L’esempio più semplice per l’autore è suo figlio, di tre anni, il quale dopo aver ricevuto in regalo una
macchina-giocattolo, per qualche giorno ha preferito dedicarsi a
giocare con la scatola vuota della macchina, proprio perché evidentemente in quel
momento la riteneva più attraente, a dispetto di ciò che viene mediamente apprezzato dal resto dei bambini.

Ogni nostro obiettivo è come una montagna da scalare: dal basso si ha l’idea che, una volta raggiunta la vetta, la felicità è a
portata di mano perché abbiamo superato l’ostacolo ma poi, una volta in cima, ci
si concentra sulla montagna successiva, perdendo l’iniziale sensazione di
soddisfazione.

Quello che bisognerebbe fare, quindi, non è legare la propria
felicità al raggiungimento dei risultati, posto che fin troppo spesso ciò che ci rende
migliori è la combinazione che deriva dai fallimenti e dalle esperienze negative.