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Inside the Chinese Closet, il documentario sulla omosessualità in Cina

Il film della regista Sophia Luvarà racconta di come gay e lesbiche facciano ancora oggi fatica a integrarsi nella società cinese molto ancorata alle tradizioni familiari

Immagine di copertina

Inside the Chinese Closet è la storia presentata allo Human Rights Watch Film Festival di come gay e lesbiche cinesi affrontino l’omosessualità in un paese in cui le tradizioni familiari e le pressioni per avere figli sono elementi molti forti della società.

Sophia Luvarà, la regista italiana che ha girato questo documentario, ha seguito da vicino le storie di alcuni giovani gay e lesbiche di Shanghai che, per far fronte alle pressioni di conformità, decidono di organizzare finti matrimoni etero per soddisfare le richieste di genitori che vedono ancora nel nucleo familiare tradizionale l’unica unione possibile.

Sophia ci fa conoscere Andy, un ragazzo gay alla ricerca della lesbica perfetta con la quale sposarsi. La prescelta dovrà essere giovane, una buona nuora per la famiglia del ragazzo e disposta ad avere un figlio, preferibilmente maschio.

Per poter avere un bambino, il protagonista e i suoi genitori prendono più volte in considerazione l’opzione dell’utero in affitto. Al fine di conoscere delle lesbiche in cerca di marito, Andy prende parte ad appositi incontri organizzati a Shangai a cui uomini e donne prendono parte al fine di trovare la controporte migliore per il proprio matrimonio di facciata.

La regista ci presenta anche Cherry, una ragazza lesbica della campagna cinese trasferitasi a Shangai che si è già sposata, ma che riceve forti pressioni dalla propria famiglia per avere un figlio. In questo caso, la famiglia spera di trovare un bambino sul mercato nero dei figli non voluti abbandonati all’ospedale. Il costo di un bambino maschio e presumibilmente sano si aggira intorno ai 3mila dollari americani (l’articolo continua dopo il trailer del documentario, qui sotto).


Dalle storie raccontate in Inside the Chinese Closet si capisce come le donne lesbiche siano soggette e una doppia pressione dovuta sia all’essere omosessuale che all’essere donna.

“La Cina è ancora un paese molto maschilista” dice Sophia Luvarà in un’intervista rilasciata in esclusiva per TPI, “le donne si stanno emancipando, ma lentamente. Per esempio, al giorno d’oggi in Cina è molto comune il fenomeno delle leftover women, ovvero le donne che, a causa della loro buona educazione, prospettiva di carriera e alta posizione sociale, non riescono a trovare marito. Nella tradizione cinese infatti la donna è quella che a 25 anni si deve sposare, fare un figlio possibilmente maschio e portare avanti la famiglia.”

Essere una ‘buona moglie’ nel senso più tradizionale del termine è ancora troppo spesso il requisito fondamentale per sposarsi, spesso anche all’interno della comunità gay.

Il documentario di Sophia Luvarà è centrato sul forte legame familiare e sulle grandi aspettative che i genitori riversano sui propri figli. Mentre traspare che le famiglie sanno dell’omosessualità dei figli, la pressione per realizzare un matrimonio e avere nipoti rimane evidente in ogni momento del film.

“Ci vorrà almeno una generazione affinché questa pressione si affievolisca”, dice Sophia Luvarà “mentre i genitori dei protagonisti sono ancora molto ancorati alle tradizioni, i trentenni di oggi vivono in una realtà molto più slegata dal passato. Negli ultimi vent’anni la Cina si è molto aperta al mondo e le tradizioni si sono affievolite.”

Sophia Luvarà ci porta sia nel centro di una delle più grandi megalapoli della Cina, sia nelle campagne da cui proviene Cherry, facendo capire come le pressioni familiari trascendano il concetto di modernità e siano arrivate intatte anche nel cuore della Cina dallo sviluppo più sfrenato.

“In città come Shanghai è un po’ più semplice” racconta Sophia “ma nei piccolo centri è molto difficile fare coming out, dichiararsi gay, e ciò che comunemente succede è che gay e lesbiche si fingano eterosessuali e si sposino per accontentare la propria famiglia”.

Da un punto di vista legale, la Cina sembra si stia muovendo verso un’apertura nei confronti dell’omosessualità. Dal 1997 questa infatti non è più un reato, e dal 2001 non compare più nella lista dei disordini mentali. Nel documentario è però possibile vedere come psicologi offrano servizi di “conversione” a persone che, in seguito a specifici trattamenti, riusciranno finalmente a sentirsi attratte da persone dell’altro sesso. Allo stesso tempo, nella visione comune l’omosessualità è percepita come qualcosa di cui vergognarsi o una malattia che, nell’immaginario collettivo, è stata portata in Cina dagli americani.

Inoltre, l’omosessualità è completamente censurata in qualsiasi tipo di discorso pubblico o nei media. Ciò comporta che la popolazione resti nell’ignoranza e che gay e lesbiche rimangano marginalizzati. Allo stesso tempo, mentre in Cina si celebrano due gay pride, uno a Pechino e uno a Shanghai, questi devono avvenire a porte chiuse e in silenzio, lontano dagli sguardi della gente. “La Cina si sta aprendo ma non troppo”, è il commento di Sophia Luvarà, “Vuole mantenere il controllo. Allo stesso tempo, nel momento in cui la gente chiede il riconoscimento di diritti verso gli omosessuali lo Stato interviene per mettere a tacere queste richieste”.

Dalla Cina ci spostiamo a parlare dell’Italia. “In Italia abbiamo il problema della Chiesa per cui siamo un po’ arretrati sul tema dei diritti degli omosessuali. Certo non siamo ai livelli della Cina, ma anche in Italia la situazione non è così facile come può essere in Inghilterra o negli Stati Uniti. Spero che cambi qualcosa, siamo l’unico paese europeo a non riconoscere le unioni civili ed è vergognoso che siamo ancora così arretrati”.

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