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Ricordando il genocidio nei campi profughi di Sabra e Shatila
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Ricordando il genocidio nei campi profughi di Sabra e Shatila

Il 16 settembre 1982 iniziava una strage lunga due giorni nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per mano delle Falangi libanesi e dell'esercito israeliano

16 Set. 2018

Il 16 settembre del 1982 nella periferia ovest di Beirut, in Libano, avveniva uno dei più grandi massacri di palestinesi, all’interno dei campi profughi di Sabra e Shatila.

Il numero dei morti, ancora oggi oggetto di controversie, oscilla tra le mille e le tremila persone.

Il massacro ebbe luogo in concomitanza con la guerra civile libanese, durata dal 1975 al 1990, per mano dei miliziani delle Falangi libanesi, un partito nazionalista d’ispirazione cristiano-maronita alleato agli israeliani e fondato nel 1936. Il partito aveva in precedenza preso parte alla guerra d’indipendenza per liberare il Libano dai colonizzatori francesi.

La strage durò due giorni – dal 16 al 18 settembre – grazie alla collaborazione dell’esercito israeliano, che accerchiò i due campi profughi, fornì ai falangisti i mezzi necessari per commettere la strage e impedì la fuga ai palestinesi.

L’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon fu successivamente accusato di essere a piena conoscenza dei fatti e di aver anzi dato il via libera alle truppe israeliane nell’azione di supporto al massacro.

L’Assemblea generale dell’Onu definì l’operazione un genocidio con una risoluzione approvata il 16 dicembre dello stesso anno.

L’esercito israeliano aveva iniziato ad assediare la capitale libanese Beirut nel giugno del 1982, accerchiando i combattenti dell’OLP – l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – e i suoi alleati.

I primi giorni di luglio del 1982 iniziarono i negoziati per porre fine all’assedio. Firmati il 19 agosto sotto il presidio degli Stati Uniti d’America, garantivano che l’esercito israeliano non sarebbe entrato nei quartieri occidentali di Beirut, in cui erano asserragliati civili e miliziani palestinesi. Questi ultimi avrebbero, quindi, lasciato la città sotto il controllo di un contingente armato statunitense, mentre i civili sarebbero potuti rimanere a Beirut sottostando alle leggi libanesi.

L’11 settembre il ministro israeliano Sharon ribadì però che tra i profughi dei campi di Sabra e di Shatila “si nascondevano oltre duemila terroristi”, annunciando di fatto la strage che sarebbe avvenuta pochi giorni dopo.

Il 14 settembre un ordigno esplose davanti alla sede del partito falangista libanese uccidendo il suo leader Bashir Gemayel. L’esercito israeliano, in risposta, invase la zona occidentale di Beirut, rompendo il patto precedentemente stretto. Le falangi, in accordo con le forze israeliane, utilizzarono l’assassinio del proprio leader come pretesto per attaccare i profughi palestinesi.

Ogni anno la strage viene commemorata sul luogo del massacro, per il quale né il comandante delle falangi libanesi Elie Hobeika né l’ex ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon furono processati. La Commissione Kahan, un gruppo d’inchiesta istituito dal governo israeliano per gli eventi di Sabra e Shatila, li accusò di essere responsabili dell’intera operazione.

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