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Il dramma delle donne irachene

Dal 2003 a oggi i crimini contro le donne irachene hanno subito un forte aumento, e l'arrivo dell'Isis ha aggravato la situazione

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Circa 10 mila donne in Iraq sono state rapite, vendute come schiave o rese vittime del traffico sessuale dal 2003 a oggi. È quanto emerge dal rapporto 2015 del Ceasefire Centre for Civilian Rights, stilato dall’ong Minority Rights Group International con l’obiettivo di denunciare l’aumento esponenziale dei crimini commessi contro donne e bambini.

Secondo il rapporto, le violenze avrebbero raggiunto il loro picco tra il 2006 e il 2007, quando omicidi, stupri e rapimenti avvenivano quasi su base giornaliera. Dopo una temporanea riduzione, una nuova ondata di episodi criminosi a danno della popolazione femminile sembrerebbe coincidere con l’ascesa dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) nel 2014 e il conseguente crollo delle forze di sicurezza irachene.

Da allora l’Isis, nelle aree sotto il suo controllo, ha imposto alle donne un rigido codice morale e portato avanti un conflitto che, seminando numerose vittime, specie tra i civili, ha lasciato migliaia di mogli sole nel ruolo di capofamiglia. Le condizioni economiche disperate e l’assenza di sostegno da parte della comunità locale, hanno aumentano il rischio di abusi sessuali e la possibilità che le vedove possano essere inserite nel traffico della prostituzione a opera di bande criminali.

Alcuni trafficanti trovano le loro vittime in luoghi pubblici, soprattutto nei mercati; altri invece ricattano donne rinchiuse in prigione offrendo loro il pagamento della cauzione, a patto che si prostituiscano una volta uscite dal carcere. Un altro metodo diffuso è quello di portare una donna fuori dai confini iracheni per contrarre un matrimonio temporaneo. Una volta raggiunta la destinazione, il trafficante chiede il divorzio, costringe la vittima a prostituirsi, per poi tornare in Iraq e ripetere l’operazione.

Solo nello scorso anno, l’Isis ha catturato 3mila donne e bambine, la maggior parte delle quali appartenenti alla minoranza degli Yazidi. Una di queste ha raccontato a un gruppo di attivisti di essere stata prelevata insieme ad altre 350 ragazze e venduta in strada ai combattenti originari della Siria, Arabia Saudita, Qatar o Afghanistan: la giovane ha paragonato questo traffico illegale a “un mercato dei polli”.

Secondo il rapporto, quelle stesse ragazze venivano poi violentate ripetutamente durante la notte. Chi tentava il suicidio o la fuga veniva torturato con dei cavi elettrici.

Innumerevoli sarebbero anche gli abusi denunciati dal rapporto nei confronti dei bambini. Tra questi c’è il caso di una bimba di soli quattro anni violentata da un soldato prima di essere uccisa a colpi di mattone; un’altra ancora, di cinque anni, è stata vittima di uno stupro di gruppo e successivamente strangolata con il laccio di una scarpa.

Quando si tratta di violenze sessuali tuttavia, fornire dei dati attendibili risulta ancora oggi impossibile, a causa del forte tabù diffuso tra le vittime che impedisce loro di denunciare i responsabili.

Miriam Puttick, autrice del report e attivista del Minority Rights Group, ha chiesto al governo iracheno e al governo regionale curdo di intensificare gli sforzi per ottenere la liberazione delle donne rapite.

“L’Isis non è il primo gruppo coinvolto nel traffico di esseri umani. Centinaia di donne sono scomparse dalle strade irachene da quando il conflitto è iniziato”, ha dichiarato a una reporter di Reuters. Secondo la Puttick, questo rapporto del 2015 costituisce il primo tentativo mai fatto di calcolare il numero di donne che, in 12 anni di conflitto, hanno perso la vita.

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