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Quel che rimane dell’aeroporto di Donetsk

Il reportage del giornalista italiano Pietro Guastamacchia da Donetsk, in Ucraina

Immagine di copertina

DA DONETSK, UCRAINA – I cyborg hanno ceduto. Li avevano soprannominati così – soldati robot – per la capacità di non dormire, non mangiare, resistere per giorni e giorni in condizioni disperate.

Ma alla fine sono stati sconfitti. Oggi, gli ucraini che sono stati fatti prigionieri scavano tra bombe e macerie i cadaveri dei loro commilitoni.

L’aeroporto di Donetsk, da mesi il punto nevralgico della guerra tra ucraini e filorussi, è uno scenario apocalittico di guerra e distruzione.

Dopo combattimenti metro per metro ed edificio per edificio, l’aeroporto è oggi interamente sotto il controllo delle milizie filorusse. A sferrare l’assalto finale è stato il battaglione Somalia, guidato da uno dei personaggi più iconici e discussi, il comandante Givi.

Reso celebre da un video in cui malmena un prigioniero ucraino per poi costringerlo a ingoiarsi le mostrine della sua divisa, Givi è il leader assoluto di uno dei battaglioni più micidiali delle milizie della Repubblica Popolare di Donetsk.

Gli uomini di Givi oggi sono acquartierati in alcuni palazzi di un piccolo villaggio che sorge a pochi metri dalle piste.

Sotto le finestre, blindate dai sacchi di sabbia, centinaia di bauli di munizioni vuoti fanno da parete a una sorta di parcheggio per i carri armati.

Tra l’accampamento macchine e le moto cariche di soldati, la pista è crivellata di colpi e i resti delle carlinghe di alcuni Boeing, esplosi sotto i bombardamenti, spezzano la visuale tra i terminal e i grossi edifici di mattoni rossi quasi del tutto sventrati, o quel che resta degli alberghi costruiti per gli europei di calcio del 2012.

Tutti i terminal dell’aeroporto recano le tracce di combattimenti feroci, i soffitti sono interamente crollati, i piloni di cemento armato sciolti dalle esplosioni.

Dietro ogni maceria che ha fatto da riparo ci sono vestiti, scatolette e coperte lasciati da chi per mesi ha combattuto strenuamente.

Una lastra di metallo crollata dal soffitto porta ancora i nomi e le insegne dei battaglioni ucraini che presidiavano il terminal.

Oltre quaranta prigionieri sono utilizzati per scavare tra le macerie, a mani nude rimuovono ordigni inesplosi, armi abbandonate e casse di munizioni lasciate dagli ucraini.

Scavano per cercare i corpi dei loro compagni, sepolti ormai da mesi dai resti degli edifici bombardati dai filorussi.

Ufficiali di polizia e soldati controllano dall’alto il lavoro dei prigionieri, indicano loro dove scavare, e li tengono sotto tiro ogni qual volta trovano un’arma.

Uno dei soldati spiega che si sono tutti offerti volontari per questo lavoro, ma è difficile leggere nel loro volto rassegnato una conferma.

I corpi rivenuti sono ammassati uno sull’altro, in attesa che un accordo con Kiev ne permetta lo scambio.

Eppure non è ancora finita: a poche centinaia di metri avamposti ucraini hanno ancora sotto tiro l’aeroporto, la zona di Piski in particolare rimane una roccaforte degli ucraini.

Alcuni cecchini tengono sotto tiro le piste dell’aeroporto. Ma i filorussi si muovono in fretta perché i terminal , crivellati dalle esplosioni, offrono ormai poco riparo. In fretta per finire il lavoro ordinato dal comandante Givi.