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Le baby-soldato dell’Uganda

Rapite, violentate e costrette a commettere ogni sorta di atrocità. Le baby-soldatesse vengono trattate come mostri

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Oggi l’Uganda è ancora un Paese straziato e divorato da quasi 30 anni di guerra civile, iniziata nel 1987.

Una guerra ancora in corso tra il governo ugandese e l’esercito di resistenza del signore, il Lord’s Resistance Army (Lra) di Joseph Kony, che molti ignorano ma che ha raggiunto punte di crudeltà e violenza difficili da immaginare.

La storia più feroce è quella delle ex bambine soldato. Durante quel conflitto, almeno 30mila bambini sono stati rapiti. Alcuni sono stati costretti a gesti efferati persino contro la propria famiglia.

Le bambine sono state stuprate, trasformate in schiave sessuali e poi in madri dei figli dei loro aguzzini. Quelle che sono riuscite a tornare a casa sono poi state respinte come assassine e accusate di essere possedute da spiriti maligni.

Chi sono oggi queste donne, queste ex bambine che bambine non sono mai state?

Nel 1987 Joseph Kony, santone e leader della Lra, dichiarò guerra al neonato governo ugandese di Yoweri Museveni. Kony intendeva fondare uno Stato teocratico ispirato ai 10 Comandamenti e alla tradizione Acholi, un gruppo etnico che abita le regioni nel nord dell’Uganda.

In un primo momento la Lra godeva dell’appoggio passivo della popolazione, non ancora oggetto delle azioni di guerriglia. Le cose cambiarono nel 1991, quando il governo organizzò gruppi di resistenza locale ingaggiando civili, che armati di arco e freccia furono lanciati contro la moderna artiglieria della Lra.

Kony si rese conto che l’appoggio della gente che abitava i villaggi del nord non era incondizionato e andò su tutte le furie. Iniziarono così le prime mutilazioni ai danni della popolazione Acholi. Ai sospetti collaborazionisti furono tagliati nasi, mani, orecchie e labbra.

A partire dal 1994 l’obiettivo principale dei raid della Lra divennero i bambini. Dopo ogni attacco i più piccoli del villaggio, sia maschi che femmine, venivano sistematicamente sequestrati dalle truppe dei ribelli e arruolati.

Il primo incarico era uccidersi tra di loro, magari colpendo il più debole, quello che non era in grado di camminare, o quello che aveva cercato di scappare. Erano costretti a farlo a mani nude o con qualche bastone, in modo che capissero il dolore e la morte che stavano causando.

Serviva a creare una nuova identità, brutta e difficile da accettare e così spaventosa da tagliare ogni ponte con il passato. Il passo successivo consisteva nell’uccidere i sopravvissuti della propria famiglia, spazzarli via per poter restare qualche giorno in più al mondo.

Ma la sorte peggiore toccava alle bambine. Una volta raggiunti gli accampamenti al confine con il Sudan i soldati incominciavano a stuprare le nuove arrivate, a turno, decine di volte al giorno.

Per settimane, finché un comandante non sceglieva una di loro. A quel punto la bambina diventava la schiava sessuale personale di un ufficiale, anche se il termine usato era sposa.

Non l’unica ovviamente, la poligamia era ben accetta tra le fila della Lra: si stima che lo stesso Kony abbia avuto 88 mogli e 42 figli.

Oggi l’esercito dei ribelli è stato costretto ad abbandonare le regioni del nord dell’Uganda e a spingersi nella Repubblica Centro Africana. Contro Kony e altri quattro comandanti è stato spiccato un mandato di arresto dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, tra cui mutilazioni di civili e abuso sessuale di minori.

Nell’ottobre del 2013 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato l’invio di un centinaio di truppe americane per aiutare le forze governative a disarmare definitivamente il gruppo ribelle. La violenza potrebbe forse terminare, ma ha senso parlare di fine?

Quasi tutte le bambine rapite sono diventate mamme, alcune sono morte durante il parto, altre hanno perso la vita a causa degli scontri armati o degli stenti, altre ancora hanno contratto l’Aids.

Quelle che sono sopravvissute hanno provato a fare ritorno a casa, ma l’accoglienza è stata terribile. Insultate, rigettate dalle loro stesse famiglie perché responsabili di assassinii, allontanate dalla comunità perché colpevoli di aver portato in grembo i figli di chi anni prima ha annientato i loro villaggi.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati i bambini rapiti e poi tornati a casa fino al 2005 sarebbero 600, ma il numero è andato crescendo di anno in anno.

Le bambine che riescono a tornare sono povere e durante il periodo di schiavitù non hanno ricevuto alcun tipo di istruzione. Per loro cercare un lavoro in un contesto disperato come quello ugandese, aggravato per giunta dalla stigmatizzazione sociale che le colpisce ogni giorno, è impossibile.

È così che quasi tutte le ex bambine soldato, oggi donne, sono diventate prostitute. Costrette a vendere il proprio corpo per tenere in vita i figli di chi le ha distrutte, schiavizzate e torturate. Forse la guerra in Uganda non finirà mai.