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Bambini disabili in gabbia

Nel centro disabili di Lechaina, in Grecia, circa 60 ragazzi vivono all'interno di celle abbandonati a loro stessi

Immagine di copertina

I disabili, in Grecia, sono spesso discriminati e devono lottare per ottenere il supporto di cui hanno bisogno.

Alcuni bambini disabili, che vivono in una struttura statale, sono chiusi in gabbie. Il personale sostiene di voler migliorare le loro condizioni di vita, ma sono a corto di fondi.

Jenny è una bambina di nove anni. Si dondola avanti e indietro, mentre guarda oltre le sbarre di una gabbia di legno. Quando la porta si apre, salta giù sul pavimento di pietra e stringe tra le braccia l’infermiera. Pochi minuti dopo, lascia che la rinchiudano di nuovo senza battere ciglio. È abituata a quella gabbia. È la sua gabbia. Ci vive da quando aveva 2 anni.

Jenny, a cui è stato diagnosticata una forma di autismo, vive in una struttura statale per bambini disabili a Lechaina, una piccola città nel sud della Grecia, insieme ad altre 60 persone, molte delle quali vivono in celle o gabbie.

Fotis ha intorno ai vent’anni ed è affetto dalla sindrome di Down. Dorme in una piccola cella, divisa da quella degli altri pazienti da sbarre alte fino al soffitto e un cancello chiuso a chiave. Nella sua stanza c’è soltanto un letto singolo. Nel centro, non si vedono sono affetti personali da nessuna parte.

“Andiamo a fare un giro?”, è la cantilena piena di speranza del giovane Fotis dal fisico asciutto ogni volta che vede un volto nuovo. Ma con appena sei membri del personale addetti alle cure di tutti i pazienti, è raro che si abbia l’opportunità di lasciare il centro.

Nella piccola stanza del personale, una serie di schermi tv collegati a telecamere a circuito chiuso illuminano la stanza del personale e inquadrano costantemente le gabbie di legno al piano superiore dove sono tenuti i bambini disabili.

La condizione disagiata in cui si trova il centro ha attirato l’attenzione delle autorità per la prima volta cinque anni fa, quando un gruppo di laureati europei ha prestato servizio nel centro come volontari per diversi mesi.

Catarina Neves, una ragazza portoghese laureata in psicologia, era tra questi. “Al mio primo giorno lì dentro, sono rimasta totalmente scioccata. Non avrei mai immaginato che ci potesse essere una condizione simile in un Paese europeo moderno, ma ero anche più sorpresa dal fatto che il personale si comportava come se tutto questo fosse normale”, ha raccontato.

I volontari hanno scritto le loro esperienze in un documento che hanno indirizzato a politici, responsabili dell’Unione Europea e a tutte le organizzazioni per i diritti umani e diritti per i disabili che sono riusciti a trovare. A volte hanno ricevuto risposte di ringraziamento, che però non promettevano interventi concreti, ma per la maggior parte quelle lettere sono state ignorate.

Poi, nel 2010, la testimonianza dei volontari ha attirato l’attenzione del difensore civico greco per i diritti infantili. Il quale ha visitato il centro e ha pubblicato un rapporto di denuncia, in cui sottolineava “le condizioni disumane, la mancanza di cure e supporto, l’uso di sedativi, la presenza di bambini legati ai letti, l’uso di gabbie di legno usate come giacigli per i giovani con disabilità cognitive, una sorveglianza continua, e anche che tali pratiche costituivano una violazione dei diritti umani”.

Ha anche riferito il fatto che, nel centro, c’erano state numerose morti dovute a carenze nella supervisione. Un 15enne, nel 2006, era morto soffocato da un oggetto che aveva ingerito accidentalmente. Dieci mesi più tardi, quando fu un 16enne a morire, l’autopsia rivelò che il suo stomaco era pieno di pezzi di stoffa, fili e bendaggi.

Fu dopo questi incidenti che i responsabili del centro capirono che con un simile livello di assistenza era impossibile proteggere i bambini dai pericoli cui erano esposti. La soluzione che trovarono fu quella di costruire celle su misura per i loro pazienti.

Tuttavia, il report del difensore civico concluse che le celle e l’uso di un qualunque tipo di coercizione protratta nel tempo “era chiaramente illegale e in contraddizione con il dovere di rispettare e proteggere i pazienti”, e invitò il governo greco ad agire subito per risolvere la situazione.

Ma oggi, dopo quasi cinque anni, gli unici cambiamenti apportati sono stati superficiali. Alcune sbarre di legno sono state colorate e i fondi reperiti sono stati usati per trasformare il soggiorno in una stanza dei giochi sicura e con pareti morbide. Ma non c’è ancora nessuno a interagire con i pazienti, i quali restano seduti da soli sulle stuoie, dondolandosi e fissando il muro, mentre un’assistente li tiene d’occhio dall’entrata.

C’è una sola infermiera e un assistente per piano, che è responsabile per più di 20 bambini. Non esistono dottori fissi nella struttura. Quando i pazienti hanno bisogno di andare in ospedale, vengono accompagnati da una delle infermiere, il che significa che più di venti ragazzi restano nelle mani della sola persona rimasta.

“Durante un turno di notte ero spesso lasciata sola con tre assistenti, che non erano nemmeno infermieri, a occuparmi di più di 60 pazienti. Se c’era qualche problema medico con i bambini, non c’era nessuno a cui chiedere aiuto a parte Dio”, ha raccontato un’infermiera del centro che di recente è andata in pensione e ha chiesto di restare anonima.

L’infermiera ha detto che le gabbie erano necessarie: “Abbiamo combattuto per far costruire quei letti circondati da sbarre, così da concedere maggior libertà ai bambini. Prima di allora, i pazienti rimanevano sempre con braccia e gambe legate al letto. In ogni caso, i bambini ora si sono abituati. A loro piacciono questo tipo di sistemazione”.

Anche il medico locale George Gotis, che ha prestato servizio volontario al centro per più di vent’anni, vede le gabbie come qualcosa di positivo. “Penso che questo sia una delle strutture migliori per i bambini disabili, non solo in Grecia, ma in tutta Europa”, ha dichiarato.

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“Molti di questi bambini con gravi disabilità hanno potuto vivere più a lungo rispetto alla speranza di vita media e questi costosi letti con sbarre, che sono stati costruiti per evitare che si facessero del male, hanno avuto un ruolo determinante”.

Il nuovo direttore del centro, Gina Tsoukala, che non è stata pagata per oltre un anno, ha detto che non ha il coraggio di mollare perché si sente in dovere di rimanere con i pazienti e di combattere per la loro causa. Le piacerebbe fare a meno delle strutture in legno, ma il numero insufficiente di impiegati non glielo permette.

“Alcuni pazienti hanno tendenze auto-lesioniste o sono di natura litigiosi e aggressivi, e quindi su consiglio di un dottore siamo costretti a usare queste gabbie di legno. Ma i bambini sono comunque liberi di comunicare e di interagire, in qualche modo”.

All’ora di pranzo, i bambini mangiano dietro le sbarre. “Stiamo facendo il possibile ma non abbiamo le risorse per spingerci oltre e offrire qualcosa in più”, dice il direttore del centro Tsoukala.

“Più di due terzi di questi bambini sono stati abbandonati dalle loro famiglie. E noi non abbiamo il tempo di dare loro il supporto emotivo che vorremmo, o offrire a ciascuno di loro le attenzioni individuali che meritano”, continua Tsoukala.

Discutere se le gabbie siano sicure per i bambini è sbagliato, sostiene Steven Allen, del The Mental Disability Advocacy Center (Mdac), un’organizzazione internazionale per i diritti umani per le persone con disabilità mentali. “Le gabbie sono state costruite per proteggere il personale, non i bambini; per gestire più facilmente i disabili, anziché trattarli come essere umani con dei diritti”.

“Esser tenuti in gabbia è deleterio per la salute mentale dei pazienti e non ha valenza terapeutica e, anzi, può essere dannoso a livello fisico. Ci sono anche stati casi in cui le sbarre della cella sono crollate sui pazienti e li hanno uccisi”, ha detto.

L’organizzazione Mdac riporta che gli unici Paesi in cui si usano simili strutture sono Repubblica Ceca e Romania.

Ioannis Papadatos, presidente della Association for Families and People with Disabilities del distretto di Ilia, nella Grecia occidentale, ha il suo ufficio in un grande centro realizatto ad hoc per accogliere i disabili.

Ma, ancora oggi, il centro per disabili di cui è a capo – dotato di piscina, strutture per fisioterapia e logopedia, appartamenti che permettono una vita quasi del tutto indipendente e costruito grazie ai fondi dell’Unione Europea – è vuoto perché lo stato greco non si può permettere di pagare il personale.

Papadatos ha fatto parte del consiglio di amministrazione del centro infantile di Lechaina fino allo scorso anno. Ha detto di essersi battuto per migliorare le condizioni del centro: due ragazze autistiche, ad esempio, ora frequentano una scuola speciale per qualche ora al giorno. Ma molti pazienti “verranno liberati solo quando saranno morti”

Chloe Hadjimatheou è una giornalista della Bbc. La sua inchiesta è stata pubblicata qui. Le immagini sono a cura di Maro Kouri.

(Traduzione parziale di Caterina Michelotti)