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Entrare in un’università americana

Non fidatevi dei sedicenti esperti. Siate sinceri. E non dite che fate yoga nudi

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Con il nuovo anno scolastico arriva la frenesia per un’altra stagione di ammissioni, mentre gli studenti competono accanitamente per entrare nelle migliori università degli Stati Uniti.

Come preside della Scuola di Legge di Yale, mi piace prendermi la briga di calcolare quanti soldi le persone hanno speso per “fregare il sistema”. Lacy Crawford, “tutor per le ammissioni” di lunga data il cui nuovo romanzo è basato sulle sue esperienze nell’aiutare i figli delle famiglie più benestanti a entrare al college, richiedeva 7500 dollari per aiutare a scrivere il saggio personale; una cifra modesta rispetto ai 40mila dollari che i genitori pagano a Michelle Hernandez, “la più importante consulente d’America per il college”, per accompagnare un ragazzo dal primo anno di liceo all’ammissione nelle università della Ivy League.

Non so cosa sia più scioccante: se il prezzo di questi servizi o il fatto stesso che vengano richiesti. Ma per quanto sia allettante addossare le colpe su questi “consulenti per le ammissioni” o sugli agguerriti genitori che li ingaggiano, parte della responsabilità per aver creato questo tipo di atmosfera è degli stessi responsabili delle ammissioni.

Il procedimento di ammissione alle scuole d’élite è stato per molto tempo avvolto nel mistero. Prima dell’era digitale, il “buco nero” delle ammissioni era comprensibile – i responsabili delle ammissioni non avevano veri mezzi per comunicare con gli studenti, a parte la generica domanda di ammissione cartacea. Ma nell’epoca dell’informazione istantanea, questa cortina impenetrabile è anacronistica e controproducente.

Gli studenti sanno immediatamente, grazie a Facebook e ai forum di discussione online, quando e dove sono stati ammessi i loro colleghi. Condividono saggi con un click del mouse e due minuti dopo capiscono se la loro versione non è all’altezza delle altre. Credono che tutti gli altri stiano utilizzando oscure scorciatoie, o che possiedano essenziali informazioni riservate di cui hanno bisogno. Non sorprende che i cosiddetti consulenti per le ammissioni – che spesso non hanno nessuna conoscenza dei procedimenti di ammissione per le scuole e la cui unica “credenziale” è che a essi stessi sia capitato di frequentare una scuola d’élite – siano pronti a riempire questo vuoto guadagnandoci sopra.

In realtà, solo i responsabili delle ammissioni possono dare vere dritte da insider e aiutare le persone che ne hanno maggiormente bisogno. Innanzitutto, possiamo chiedere agli studenti di svelarci se hanno ricevuto un qualsiasi tipo di assistenza per preparare la loro domanda di ingresso.

Si potrebbe pensare che gli studenti mentano, ma la paura ossessiva di giocarsi l’ammissione ha lo stesso effetto del siero della verità: nei sei anni che ho trascorso a fare questa domanda sulle application che arrivavano alla mia università, ho ricevuto numerose confessioni in cui si descriveva tutto, nei minimi dettagli, dall’aiuto dello zio Bob nella correzione, all’assistenza di compagni di scuola, esperti dei college e consulenti per scrivere i saggi d’ammissione.

E se mentissero? Beh, non voglio svelare i miei metodi e le mie fonti, ma Internet è abbastanza utile quando arriva il momento di verificare le informazioni sui candidati. (Aiuta anche il fatto che io sia un ex agente dell’FBI).

Aver fatto ricorso a un aiuto esterno non implica un rifiuto automatico (salvo che lo studente non menta su questo), così come non chiedere aiuto non significa essere automaticamente dentro. Ma conoscere il tipo di assistenza che un candidato ha ricevuto fornisce dati aggiuntivi su quella persona e sul contesto in cui valutare le altre parti di una domanda di ammissione, come la verifica delle capacità di scrittura del candidato da parte di chi lo raccomanda, o quanto lo studente è stato bravo in corsi dove si scrive molto. (Fortunatamente per me, i test di ammissione alle facoltà di legge includono una prova di scrittura cronometrata, così in caso di seri dubbi posso comparare il saggio e il risultato della prova).

In fin dei conti, chiedere agli studenti di essere sinceri su quello che hanno messo nelle loro application mi permette di fare confronti equilibrati, che nel mio lavoro è l’unico modo in cui si possono scegliere accuratamente gli studenti migliori.

Altra cosa che i responsabili delle ammissioni possono fare: con così tante piattaforme interattive gratuite e pubbliche, come i blog e Twitter, dovremmo far trapelare che tipo di studenti stiamo davvero cercando. Molti responsabili delle ammissioni riderebbero di questa mia idea, controbattendo che la valutazione tiene conto di così tanti fattori che non c’è altro consiglio da dare ai candidati se non quello di “essere semplicemente se stessi”.

Anch’io condivido l’idea che non sia possibile dare nessuna informazione particolare, visto che le ammissioni alle università d’élite sono generalmente molto soggettive e basate sui singoli casi. Ma anche se la maggior parte di noi non può dare ai candidati una lista delle cose da fare, possiamo sicuramente dare consigli su cosa evitare assolutamente. Così come ho scritto nel mio blog sulle ammissioni, il procedimento è molto simile ad una partita di Blackjack: c’è tanta fortuna di mezzo e spesso il banco vince, ma ci sono poche regole da seguire per riuscire ad aumentare le proprie chances.

Per esempio, assicurarsi che l’application sia interamente, al cento per cento, priva di errori di battitura, errori grammaticali e di punteggiatura. (Sembra ovvio? Perché non avete passato tanto tempo a leggere saggi personali.)

O ricordare che “eccezionale” è il codice usato dai responsabili delle ammissioni per dire “folle”: perciò nel vostro saggio personale non parlate di argomenti imbarazzanti come fare yoga nudi (storia vera), o non scrivete in formati “intelligenti” come il rap o il pentametro giambico. E non assillate né me, né l’ufficio ammissioni; non spedite cibo, regali o soldi.

Queste sono cose elementari, ma nel mio blog ci sono altre indicazioni più specifiche basate sulla mia particolare esperienza maturata attraverso la lettura di circa 25mila file di ammissione. Per esempio, “Mi piace litigare” non è un tema particolarmente sofisticato (né originale) per un saggio per la scuola di legge. Inoltre, bisognerebbe riconoscere la differenza tra un ostacolo (come essere un rifugiato politico o aver affrontato una malattia seria) e una delusione (come non essere entrati in una squadra sportiva) – e comunque sarebbe meglio non parlare di nessuna delle due cose.

Da evitare anche i paragoni tra Yale e Star Trek, le conversazioni immaginarie con Socrate e frasi da piacioni indirizzate all’esaminatrice, che mi lasciano sempre indecisa fra rifiutare il candidato e presentare un esposto per sessismo.

Ho scoperto che dare consigli sinceri a voce può fare molto per rassicurare gli studenti e i loro genitori del fatto che c’è un essere umano, reale e per lo più ragionevole, dall’altra parte del buco nero delle ammissioni. Si democratizza il processo, accertandosi che ognuno acceda alle stesse informazioni, e s’incoraggiano gli studenti che altrimenti non si sarebbero preoccupati di far domanda per buttarsi nella mischia.

Ma, soprattutto, in questo modo si fa capire agli studenti che non hanno contatti – come i figli di genitori non laureati– che sanno cosa sta succedendo, sono sulla strada giusta e verranno trattati bene. E’ ampiamente diffusa la credenza che le ammissioni alle univeristà d’élite siano sbilanciate a favore di persone facoltose e privilegiate, e in parte è davvero così. Ma chiudendosi dietro una cortina di segretezza, i responsabili delle ammissioni sono complici di aver costruito un mercato che permette agli studenti già avvantaggiati di avere un margine competitivo ancora più ampio nel processo di selezione.

Senza trasparenza sui due fronti, la procedura d’ammissione non sarà mai veramente imparziale. I responsabili delle ammissioni dovrebbero eliminare questo velo di segretezza, dare voce al procedimento e fare dell’ammissione ciò che dovrebbe essere: un processo meritocratico.

 

Articolo di Slate per The Post Internazionale

Traduzione di Laura Lisanti